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Vetture vendute senza legami passionali e personali, come fossero semplici beni di consumo. Ormai considerate da alcune generazioni meno empatiche di un telefonino. Ecco il veleno che ammazza il mercato, tanto caro alle ultime commisioni europee.

Il progetto europeo contro l’automobile era chiaro: con la scusa dell’inquinamento e della lotta al cambiamento climatico la Commissione talebana Ursula 1 voleva cambiare l’idea stessa di mobilità personale, cominciando dal ripulire la Germania dallo scandalo Volkswagen, sapientemente trasformato dalla Merkel in Diesel-Gate, in modo da farlo pagare a tutti. Subito dopo, con l’elettrificazione imposta, la Commissione Ursula 2 sta continuando nell’opera di demolire l’aspetto più umano e ludico del possedere una vettura: ammirarla e desiderarla.

Fateci caso, ma oggi nelle descrizioni delle automobili, che siano depliant o siti web, le caratteristiche del motore sono nulle o quasi. Un tempo, invece, riconoscevamo una macchina proprio dal suo propulsore: negli anni Ottanta c’era chi aveva una Lancia Delta con il «Bialbero 1600», chi una Fiat Uno Turbo; fino al primo decennio degli anni Duemila spopolavano i «Common Rail» ed era un orgoglio dire di averlo.

Oggi è differente e conta il tipo di propulsione: «Hai la ibrida?» oppure «Hai l’elettrica o ancora il benzina?». A parte gli articoli determinativi usati come capita, questo modo di comunicare denota che a diventare vecchio è soltanto il tipo di motore, non la linea, non gli interni o l’impianto di info-tainment, che poi sarebbe l’autoradio con dentro qualche notizia su come va la macchina.

Siccome ho figli e anche un nipote, credo che i giovani, salvo rari casi di passione per la meccanica, non abbiano la medesima visione dell’automobile che continuano a fatica ad avere i loro padri.

Chiedono magari se c’è di serie il navigatore, ma dei cerchi in lega e della coppia motrice chi se ne importa. Forse c’è da capirli: con le città a 30 km/h e le statali a 50, guidare è diventato una noia mortale. Ormai dai barbieri non si trovano più riviste di auto perché la gente attende guardando il telefonino; non si vendono più mensili perché le edicole sono diventate un complemento di arredo urbano. E poi ci sono i costi, che con gli stipendi junior italiani spingono all’acquisto soltanto se prorpio non c’è alternativa. A questo punto viene da chiedersi: che cosa ci guadagniamo? L’ambiente è migliorato davvero? Risposta: neanche per sogno.

Con il risultato che le auto nuove, oltre a essere tragicamente tutte uguali, non hanno più alcun fascino. Guardiamo la pubblicità della nuova Lancia Gamma e se togliamo gli ormai troppi loghi e scritte, potrebbe essere una vettura coreana o cinese. Guardiamo la Ferrari Luce e potrebbe essere una Teslosky, desinenza che un tempo indicava le versioni sovietiche delle nostre Fiat. Fateci caso: alle nuove vetture si danno soltanto nomi conosciuti: rinasce la Y, la 500, soltanto Alfa Romeo ha azzardato qualche nuovo nome come Tonale. Ma le forme sono una tragedia: tutte uguali, con cintura dei finestrini troppo alta e lunotto posteriore stitico, che senza telecamera devi assumere un parcheggiatore.

Quanto poi ai «configuratori online», riescono persino a far crescere le disillusioni a ogni click, stante quel numerino in basso a destra che cresce inesorabilmente a ogni aggiunta che renderebbe esteticamente migliore l’auto, fino ad allontanarsi molto dal prezzo di partenza. E allora si chiude la pagina un po’ arrabbiati e soprattutto non si compra. Ma si conserva e ci si affeziona alle macchine di una certa età. Non sarà un caso che aumenta la passione per quelle storiche (e oggi lo sarebbe anche una Uno del 1986). perché regalano sensazioni, sono semplici da riparare, senza tutti quegli ordigni elettronici che «bippano» continuamente in nome della sicurezza e con pochi tasti con i quali «spippolare».

L’ultima riflessione la dedico ai colori: salvo gli sporadici zafferano metallizzato e nero opaco (de gustibus), un’occhiata in un parcheggio rivela un grigiume sconfinato, saltuariamente interrotto dal bianco, unico che non ha sovrapprezzo. Bella l’idea del doppio colore, con il tetto diverso dal resto, ma a parte i soldi, ci vogliono ancora più mesi di quanti bisogna normalmente aspettarne per la consegna. Sarebbe già qualcosa restituire all’automobile la sua allegria, il suo fascino, aspettando che il tempo trasformi in carisma anche un elettrodomestico che si muove.

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