
Apple ha fatto risultati migliori alle aspettative nel primo trimestre del 2022
L’orizzonte luminoso di Apple, rischiarato dalla prova di forza di una trimestrale oltre le previsioni e suggellato anche da numeri in crescita anche nel settore dei computer venduti in tutto il mondo, potrebbe oscurarsi a breve.
Secondo quanto riporta il Financial Times la Mela di Cupertino sarebbe nel mirino dell’Antitrust dell’Unione europea. Oggetto del contendere è Apple Pay, il sistema di pagamenti digitali lanciato dal colosso statunitense nel 2014 e oggi utilizzato da centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo. Per gli investigatori del commissario alla Concorrenza dell’Ue - la danese Margrethe Vestager - Apple impedirebbe ai rivali di accedere al suo sistema di pagamento tramite il sensore Nfc installato sugli iPhone e gli Apple Watch, minando di fatto la concorrenza.
MULTA SALATISSIMA
L’indagine è aperta dal 2020 ed è solo uno dei filoni che Bruxelles sta perseguendo contro Apple, già accusata di abusare della sua posizione sul sistema della musica in streaming e dei libri. Le accuse, secondo quanto spiega il Financial Times, potrebbero essere annunciate già settimana prossima. Non è escluso che l’Ue si prenda qualche giorno in più prima di renderle ufficiali, fermo restando la volontà di agire in fretta. Se permangono dei dubbi sulle tempistiche che seguirà Bruxelles per formalizzare le accuse, quello che è certo è il rischio economico che il gigante di Cupertino corre nel caso in cui venisse ritenuto colpevole. Le sanzioni potrebbero arrivare fino al 10% del fatturato globale di Apple.
ATTRITI CON BRUXELLES
L’indagine su Apple Pay è solo il nuovo elemento di tensione tra l’Unione europea e le Big americane della tecnologia. Bruxelles ha recentemente approvato il Digital Services Act, per incrementare le responsabilità delle piattaforme sui contenuti illegali pubblicati online, e il Digital Markets Act, che prova a limitare lo strapotere delle Big Tech. Per Apple il Dma significherebbe consentire alle app di essere installate anche non tramite l’App Store, aggirando, come ha dichiarato Cook, «le regole sulla privacy di Apple, tracciando i nostri utenti contro la loro volontà».
RISULTATI BRILLANTI
I risultati di Apple intanto continuano a migliorare. Nel secondo trimestre fiscale (da gennaio a marzo 2022) Cupertino è andata ben oltre le attese. I ricavi sono cresciuti del 9% toccando quota 97,3 miliardi di dollari, ben oltre i quasi 94 miliardi su cui scommetteva il mercato. Anche l’utile netto è aumentato arrivando a 25 miliardi di dollari (+6%).
A trainare i risultati di Apple sono state le vendite degli iPhone, salite del 5,5% e pari a 50,6 miliardi di ricavi, e la divisione servizi. Quest’ultima, composta da App Store, gli abbonamenti iCloud e i servizi digitali di musica e intrattenimento, ha vissuto un trimestre record con ricavi in crescita del 17%. Dai servizi sono arrivati quasi 20 miliardi di dollari.
Nonostante il lockdown che ha interessato Shanghai e altre zone importanti, regge anche il mercato cinese. I ricavi di Apple sono stati 18,34 miliardi di dollari, saliti del 3,5%. L’utile per azione è risultato pari a 1,52 dollari per azione, 10 centesimi oltre le stime.
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La Digos della Questura di Catania ha arrestato Giuseppe Sciacca, 47 anni, ritenuto esponente di spicco dell’area anarchica, in cui è noto come il «bombarolo», in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso il 13 marzo dalla Procura generale di Torino. Deve scontare una condanna definitiva a 4 anni e 5 mesi di reclusione emessa dalla Corte d’Assise d’appello del capoluogo piemontese, confluita in un provvedimento di determinazione delle pene concorrenti del settembre 2025.
Sciacca, catanese, è stato condannato nell’aprile del 2024, nel processo scaturito dall’inchiesta «Scintilla», per violazione della legge sulle armi per la fabbricazione di un ordigno. È stato arrestato dalla Digos di Catania la sera del 21 marzo al suo ritorno da Roma. Dopo la notifica del provvedimento, è stato condotto in carcere. Tra i suoi trascorsi, il fermo nel 2004 per il lancio di due bottiglie incendiarie contro il portone della stazione dei carabinieri di Piazza Dante.
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Donald Trump (Ansa)
Le elezioni di metà mandato che si terranno il 3 novembre rappresentano un potenziale spartiacque per la seconda presidenza di Donald Trump. Ecco perché.
Come noto, a novembre non si voterà per la Casa Bianca ma per rinnovare la totalità della Camera e un terzo del Senato. Il presidente americano ha, in questo contesto, estrema necessità di mantenere la maggioranza repubblicana in entrami i rami del Congresso. In caso contrario, rischierebbe di vedere impantanata la sua agenda parlamentare e, se i dem dovessero riconquistare la Camera, dovrebbe probabilmente affrontare un nuovo impeachment.
A oggi, non è che per i repubblicani la situazione appaia granché idilliaca. Storicamente, le elezioni di metà mandato puniscono il partito che controlla la Casa Bianca. In secondo luogo, nelle intenzioni di voto generiche per il Congresso, Real Clear Politics dà attualmente avanti i democratici del 4,7%. A questo si aggiunga che, da quando è iniziata la guerra contro l’Iran, il prezzo della benzina, negli Stati Uniti, è salito del 30%: il che rappresenta un rilevante problema per il Partito repubblicano, visto che queste elezioni saranno in gran parte decise dalla questione della lotta al carovita. In quarto luogo, sempre secondo Real Clear Politics, al 22 marzo scorso, il tasso di disapprovazione per l’operato di Trump era al 13,9%. Infine, ma non meno importante, il conflitto in Medio Oriente ha determinato una spaccatura in seno alla comunità dei giornalisti e dei commentatori gravitanti attorno al movimento Maga.
Insomma, la situazione per il presidente americano sembra drammatica. Ora, senza dubbio Trump sta attraversando significative difficoltà. Ed è vero che, in questa situazione, a novembre rischia grosso. Tuttavia non bisogna neanche dare troppe cose per scontate. Al 22 marzo 2022, Joe Biden aveva un tasso di disapprovazione del 12,3% e, a giugno di quello stesso anno, l’inflazione negli Stati Uniti raggiunse il picco in 40 anni: eppure, nonostante i sondaggi avessero preconizzato un trionfo repubblicano, alle Midterm del 2022 i dem mantennero il controllo del Senato, mentre il Gop riconquistò a fatica la Camera.
In secondo luogo, è vero che i sondaggi certificano l’impopolarità del conflitto mediorientale tra gli americani. Dall’altra parte, la base repubblicana, sul tema, è però meno spaccata di quanto si pensi. Stando a un recente sondaggio di Politico, l’81% degli elettori Maga e il 61% dei repubblicani non appartenenti al movimento Maga sostengono i bombardamenti israelo-statunitensi contro l’Iran. Infine, è vero che assai spesso le Midterm penalizzano il partito che si trova alla Casa Bianca. Tuttavia sia nel 2018 che nel 2022 le elezioni di metà mandato si sono concluse con un pareggio (cioè con un Congresso spaccato in due). Non bisogna del resto dimenticare che questo tipo di tornata elettorale non si configura semplicisticamente come un referendum sul presidente di turno: ad avere un peso sono anche (se non soprattutto) delle dinamiche di natura locale.
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Giampiero Massolo (Ansa)
L’ambasciatore: «Finché Hormuz resta chiuso, l’America non può fermarsi. Ne uscirà solo con una forzatura o riconoscendo all’Iran la sua quota di influenza sullo stretto».
«Il conflitto in Iran durerà. E noi europei non siamo pronti alla guerra. Occorre rafforzare gli sforzi diplomatici». Secondo l’ambasciatore Giampiero Massolo, già segretario generale della Farnesina, non ci sono segnali di un rasserenamento sul fronte iraniano. Anzi. «Sembra che la leva dell’escalation adesso sia più in mano iraniana che americana. E anche Usa e Israele non sembrano perseguire gli stessi obiettivi». E se Trump dovesse perdere le elezioni? «Reagirà con il suo temperamento: alzando la posta».
Dalla Casa Bianca arrivano dichiarazioni ora bellicose ora distensive. Nel frattempo i marines si mobilitano in vista di una possibile operazione di terra.
«La crisi si protrarrà, nonostante le ultime dichiarazioni del presidente americano sul possibile ridimensionamento delle attività militari. Mi pare che Trump abbia in qualche modo perso il controllo dell’escalation, che è passata nelle mani iraniane: attraverso l’uso dei loro strumenti asimmetrici - barchini, mine, colpi mirati - gli iraniani generano un’insicurezza sistemica nello Stretto di Hormuz, facendo salire a livelli altissimi i costi dei noli e delle assicurazioni, e rendendo di fatto impraticabile quella via di mare. Questo provoca uno shock energetico e geopolitico a cascata».
Quando lei dice che Trump ha «perso il controllo» dell’escalation, si riferisce anche al versante comunicativo?
«Sì, è saltato anche il controllo della narrativa. All’inizio si parlava di disarmare l’Iran sul piano nucleare, adesso sembra che l’obiettivo sia impossessarsi di Hormuz - che è una cosa ancora più complicata. Da un lato si afferma di essere vicini al raggiungimento degli obiettivi della missione - senza precisare quali - e si dice di aver cancellato la capacità militare iraniana. Ma se l’Iran è stato debellato, perché resiste ancora agli attacchi?».
Il regime ha cambiato volto, con l’uccisione della Guida suprema Khamenei? Scorge delle fragilità nel sistema di potere iraniano?
«Siamo passati da un regime a prevalenza clericale a uno a prevalenza laica, con i pasdaran al comando, ma non sembra alle viste né un crollo né un’implosione».
Israele e Stati Uniti puntano allo stesso obiettivo?
«C’è una discrepanza di fondo sulle finalità. Israele vuole che la guerra duri e si estenda il più a lungo possibile, contando sul fatto che prima o poi il Paese collassi. L’obiettivo di fondo è la pax militare israeliana nella regione».
E questo scenario è accettato dalla Casa Bianca?
«Solo fino a un certo punto, perché contrasta con le ambizioni degli Emirati del Golfo e dell’Arabia Saudita, i quali vedono male una prevalenza regionale troppo rilevante di Israele: colpire l’Iran va bene, ma non rendere Israele la potenza dominante della regione».
Quindi qual è il sentiero stretto di Trump?
«Come dicevo, questa guerra si gioca sul destino di Hormuz. Finché resta chiuso lo stretto, Trump non può permettersi di chiudere l’operazione senza subire un danno rilevante alla propria immagine e a quella degli Stati Uniti».
Dunque la partita si decide sullo stretto?
«Serve un accomodamento sul passaggio delle navi, perché per il resto gli obiettivi più ambiziosi - il crollo del regime - sono fuori portata. E questa soluzione può assumere diverse forme, ma deve riprendere visibilmente la navigazione, attraverso una forzatura, oppure con una sorta di condominio. Cioè riconoscendo all’Iran una quota di controllo sullo stretto in cambio del libero transito».
E sul piano interno, quanto gli Usa possono permettersi un coinvolgimento che si protrae nel tempo?
«Trump comincia ad avvertire scricchiolii nella sua base Maga, che mal digerisce questo attivismo militare, specialmente l’eventualità di truppe a terra, sia a Kharg che sulle coste meridionali iraniane per forzare il blocco».
L’incertezza nuoce anche all’economia americana, e già si palesa lo spettro della recessione.
«Trump dice che Hormuz non è un problema americano, che gli Stati Uniti non dipendono da quelle risorse energetiche. Ma ignora un piccolo particolare: gli shock energetici provenienti da Hormuz, in un mondo globalizzato in cui i mercati energetici e alimentari - inclusi i fertilizzanti - sono interconnessi, avranno inevitabilmente ripercussioni anche sull’America».
Ci sarà un contraccolpo politico-elettorale a Washington? Alcuni sondaggi dicono che soltanto un americano su quattro approva l’intervento in Iran.
«È tradizione che i presidenti in carica perdano le elezioni di midterm. Ma Trump è un presidente diverso dagli altri, e ha fatto di questo voto intermedio un banco di prova».
Dunque?
«Se, come è prevedibile, dovesse perdere la Camera dei rappresentanti - e anche il Senato potrebbe essere in bilico - si ingenererebbe un’impressione di debolezza intollerabile per una personalità come quella di Trump».
Questo tuttavia non frenerebbe la verve presidenziale?
«No, all’opposto, il presidente rilancerebbe con una reazione uguale e contraria. In caso di sconfitta elettorale, Trump si impegnerebbe ancora di più per espandere ulteriormente i poteri dell’esecutivo. E negli Stati Uniti, ricordiamocelo, si possono prendere moltissime decisioni per decreto».
«Alleati codardi, mi ricorderò di voi». Quando Trump utilizza il suo linguaggio colorito nei confronti dei partner europei, sta sancendo la fine dei rapporti Usa-Europa? O anche questa è campagna elettorale, e prima o poi le relazioni si ricomporranno?
«Perdere l’Europa sarebbe un danno di immagine anche per Trump. Le basi militari in Europa, che gli Stati Uniti ora ci chiedono di finanziare, rappresentano anche la proiezione americana verso l’Indopacifico, che altrimenti sarebbe geograficamente troppo distante. Gli americani hanno interesse a restare in Europa, e noi abbiamo interesse a tenerli qui».
Perché?
«Nel futuro non saremo indipendenti, e sviluppare un’autonomia adeguata in tempi rapidi sarà difficile».
La Nato si ritira dall’Iraq e in Europa non si fa che ripetere: non è la nostra guerra.
«Ma la guerra ci tocca da vicino, perché fa salire i costi energetici e alimentari, e provoca pressioni inflazionistiche. Fino a quando possiamo permetterci di dire che non ci riguarda?».
Il piano per la riapertura dello stretto di Hormuz firmato da sei Paesi, Italia compresa, è un primo passo verso una soluzione?
«È importante, ma deve essere seguito da azioni concrete. L’Europa e il Giappone non sono pronti per un’operazione militare in acque ostili. Ma si potrebbe agire diplomaticamente, favorendo una risoluzione Onu sulla libertà di navigazione, che copra eventuali azioni di fiancheggiamento o di sminamento. E parallelamente si potrebbe incoraggiare un’azione comune con la Cina per una partecipazione più ampia».
Chi comanda oggi in Europa?
«Ci sono due Paesi che per consistenza militare hanno la gravitas internazionale per assumere un ruolo rilevante: Francia e Regno Unito, al di là delle loro debolezze interne. Noto poi con soddisfazione che anche il governo italiano si sta collocando in una dimensione che privilegia il collegamento con i partner europei come interesse primario. È la scelta giusta».
Nel frattempo la Russia brinda agli introiti petroliferi?
«L’innalzamento dei proventi petroliferi ha ridato alla Russia un cuscinetto finanziario. La Russia non ha, in questo momento, nessun incentivo concreto a negoziare seriamente sull’Ucraina. E Trump non torcerà il braccio a Putin, così come probabilmente non infierirà su Zelensky».
Non converrebbe intavolare un dialogo con la Russia per avere sollievo sul piano energetico?
«Non credo che sarà politicamente possibile, né economicamente necessario, tornare a riaprire le forniture energetiche russe come se si girasse un interruttore. In Ucraina non ci sarà vera pace, ma al più un assetto provvisorio e precario».
Il diritto internazionale è sepolto? Rischiamo la legge della giungla in altri teatri del mondo?
«Se il messaggio è “might is right”, che poi è la legge del più forte, allora il rischio esiste. Va detto però che la legge della giungla sta trovando i suoi limiti nella realtà: l’Ucraina non si sistema, l’Iran non si arrende, in Medio Oriente il piano Trump è al palo. I fatti hanno questa maligna abitudine: contraddicono le intenzioni».
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