I sindacati si credono ai Mondiali: al lavoro la pausa per idratarsi
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L’Europa ha scoperto il caldo. Non quello africano, che arriva puntualmente ogni estate. Quello normativo. Come sempre quando Bruxelles scopre un problema, la prima vittima è, in genere, il calendario delle imprese. Questa volta tocca al termometro. Se supera i 30 gradi, potrebbe scattare il diritto alla pausa refrigerante retribuita. Proprio come ai Mondiali di calcio. Del resto, se un centravanti si ferma per bere, perché non dovrebbe farlo anche chi sta gettando il cemento? Domanda legittima. Meno scontata è la risposta alla domanda successiva: chi paga il tempo in cui il cemento aspetta?

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha deciso di prendere il calcio come modello. Ai Mondiali superata la soglia dei 30 gradi, l’arbitro interrompe il gioco per i «cooling breaks» ormai entrati nella narrazione popolare. Bottiglietta, asciugamano, qualche minuto di tregua e poi si riparte. La Ces propone di fare lo stesso anche nei luoghi di lavoro, naturalmente con pause più lunghe, acqua garantita, zone d’ombra, servizi igienici e, soprattutto, tutto rigorosamente retribuito.

La proposta nasce da un problema reale. I numeri citati dalla Ces parlano di decessi legati al caldo aumentati del 42% dal 2000, lavoratori esposti alle ondate di calore cresciuti del 60% e rischi di infortunio che aumentano con la temperatura. Nessuno mette in discussione che lavorare a 40 gradi sotto il Sole sia faticoso. Il punto è un altro. Come sempre accade in Europa, tra riconoscere un problema e scrivere una direttiva passano pochi mesi; tra scrivere una direttiva e capire chi la paga, invece, possono passare anni.

La nuova ricetta dovrebbe entrare nel futuro Quality Jobs Act. Le federazioni sindacali europee dell’agricoltura, dell’edilizia e dei servizi pubblici hanno già preparato il menù: pause obbligatorie, temperature massime, nuove tutele e nuovi obblighi. Tutto sacrosanto, naturalmente. Purché qualcuno riesca anche a spiegare come rispettare lo scadere di una consegna, finire un cantiere nei tempi previsti o raccogliere un campo di pomodori che, a differenza delle direttive europee, continuano imperterriti a maturare seguendo il calendario della natura.

Perché il caldo, purtroppo, non aspetta Bruxelles. Ma neppure i clienti. Così il rischio è che, mentre il muratore si rinfresca all’ombra – giustamente – il direttore dei lavori inizi a sudare molto più di lui. Non per la temperatura. Per il preventivo. Alla fine il vero miracolo europeo sarà trovare il punto d’equilibrio tra salute e produttività. Perché se nessuno può pretendere che si lavori come cammelli nel deserto, è altrettanto vero che trasformare ogni ondata di calore in un timeout permanente rischia di far evaporare non solo il sudore, ma anche qualche punto di competitività.

Così alla fine Bruxelles rischia di inventare il primo cantiere con il Var climatico. Fischia il termometro, si ferma il lavoro. Tutto giusto, per carità. Ma tra una pausa di raffreddamento e l’altra qualcuno dovrà pur continuare a costruire ponti, case e fabbriche. Altrimenti l’unica cosa destinata a sciogliersi non sarà l’asfalto. Sarà quel che resta dell’industria europea. Il calcio insegna. Ma attenzione a non prendere il fuorigioco come modello per l’economia. Perché una partita dura 90 minuti. Un’impresa, invece, dovrebbe arrivare almeno a fine mese.

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