Grazie al Pnrr stanno devastando il verde pubblico
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  • Sei milioni di alberi da piantare in città perlopiù a guida Pd: il progetto Draghi per «salvare il territorio dal cambiamento climatico» ha prodotto solo abbattimenti massivi e ripiantumazioni flop. Con la compiacenza dell’Ue.
  • Altro che boschi urbani: la giunta capitolina ha segato pini a iosa su parere di «esperti» Ma i numeri di questa ecatombe non sono stati ancora resi pubblici. Esposto della Lega.
  • L’agronomo di fama internazionale Daniele Zanzi: «Stanno privando figli e nipoti di un servizio ecosistemico cruciale, un abbaglio clamoroso. Urgono interventi concreti, non ideologici. Milano e Roma le città messe peggio».

Lo speciale contiene due articoli

La rivoluzione verde inserita nel Pnrr approvato a luglio 2021 era stata accompagnata dalla solita grancassa dei media: com’è bravo Mario Draghi, com’è lungimirante questo governo dei «migliori» nel destinare, in piena pandemia, più di un terzo dei fondi del Pnrr (il 37 per cento, 59,47 miliardi di euro) al verde anziché alla salute pubblica; e guai a sollevare un sopracciglio, pena l’infame marchio di «complottista». E com’è virtuoso SuperMario che spende tutti questi soldi (nostri, ça va sans dire) per salvare il territorio e cercare di contrastare i temibili «cambiamenti climatici».

Sono passati quattro anni e i contraccolpi di quell’enorme abbaglio patrocinato dal governo dell’ex banchiere sono sotto i nostri occhi: il patrimonio verde italiano è stato intaccato, con conseguenze che non si limitano alla deturpazione di quel paesaggio che faceva dell’Italia la nazione più bella del mondo, ma anche all’impatto ambientale misurato sulla base di criteri scientifici (la malagestione del verde danneggia la salute dei cittadini). Per non parlare del danno erariale: l’abbattimento selvaggio di centinaia di migliaia di alberi monumentali nelle più importanti città italiane è una stoccata alle casse statali, defraudate dell’oro verde. Come è potuto accadere?

Tra gli obiettivi della rivoluzione verde c’era quello di piantare in 14 città metropolitane, quasi tutte a guida Pd o liste civiche di sinistra (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia) ben 6,6 milioni di alberi entro il 2024 «per combattere la perdita di biodiversità e gli effetti dei cambiamenti climatici».

L’avviso pubblico per aderire ai bandi è del 30 marzo 2022, il budget dell’operazione è di 330 milioni di euro, 50 euro per ogni albero piantato. I tempi sono stretti: bisogna mettere a dimora almeno 1 milione e 650.000 alberi entro il 2022, altrettanti entro il 2023, il resto nel 2024. Presto gli amministratori italiani scoprono che tutti quegli alberi da piantare non sono disponibili. Il 18 maggio 2022, il colpo di genio: il ministro dell’Ambiente e della Transizione ecologica Roberto Cingolani conferma che nel conteggio degli alberi sono inclusi anche i semi; si equipara di fatto il valore ecosistemico di una ghianda a quello di una quercia adulta. Obiettivo: raggiungere i target del Pnrr entro fine anno. Il governo Meloni entra in carica il 22 ottobre 2022; il giorno prima Cingolani stipula una convenzione con Umbraflor, piccola azienda umbra specializzata in cipressi, olmi, noccioli e pioppi, che diventa di fatto fornitore unico di tutte le città metropolitane italiane per l’acquisizione di semi e piantine. Soltanto il 14 marzo 2023 la Corte dei Conti obietta che piante e semi non sono esattamente la stessa cosa, ma a questo punto il MiTe comunica che anche la Commissione europea ha dato il via libera all’improprio scambio tra piante e semi: è sufficiente che i semi («postime») siano certificati. La certificazione è di competenza delle Regioni che possono delegare, a loro volta, vivai pubblici e privati; la certificazione può essere rilasciata attraverso un’autodichiarazione. Oste, il vino è buono?

C’è poi la questione delle superfici disponibili: sulla carta l’obiettivo dell’investimento è di sviluppare boschi urbani, in realtà molte aree si rivelano non idonee e sono limitate da vincoli urbanistici. Risultato: anziché riforestare zone cementificate gli amministratori, con l’alibi del principio di precauzione («potrebbero cadere», «potrebbero ammalarsi») buttano giù il verde esistente per poi ripiantarlo. E menomale che tra gli obblighi specifici del Pnrr vige il principio di «non arrecare un danno significativo» (Do no significant harm – Dnsh), tanto simile al «primum non nocere» già disatteso in pandemia.

Roma, governata da Roberto Gualtieri (Pd) è certamente la città più massacrata con la distruzione di olmi, platani, lecci e pinus pinea sani, i famosi pini romani, in via di sparizione dalla skyline della capitale: perfino il New York Times ha lanciato l’allarme, finora inascoltato. Ma anche Milano e Torino non sono da meno: nella città guidata da Beppe Sala si moltiplicano i comitati cittadini che protestano contro la distruzione di querce centenarie, cedri, tigli, glicini. Nel capoluogo piemontese, le associazioni civiche hanno trascinato il Comune in tribunale, denunciando la scomparsa del Parco del Maesino. A Bologna è in atto una vera deforestazione urbana, accusa il Wwf citando il caso del Parco Don Bosco e di molte altre zone (ad esempio il Parco Paleotto) della città piddina che pur si professa green. A Napoli è stata disboscata la suggestiva collina di Posillipo; impazzano i disboscamenti illeciti nel Parco del Vesuvio e a Giugliano. A Firenze sotto attacco Monte Morello ma anche Viale Giannotti, con buona pace dello «scudo verde» (sic) approvato dalla giunta di Palazzo Vecchio: tutta propaganda. Il problema è che per la cura del verde esistente non c’è un euro e non c’è cultura: al posto delle potature gli amministratori procedono con traumatiche capitozzature, semi e giovani arbusti piantati non sono manutenuti. La fallanza ufficialmente è del 30 per cento entro il primo anno, entro il secondo anno muoiono quasi tutte.

Da non dimenticare, infine, che l’Italia sta sacrificando un patrimonio verde che ha un valore non soltanto ecosistemico, ambientale e paesaggistico ma anche erariale: a Roma il valore di ogni albero monumentale tirato giù è (sotto)stimato a 30.000 euro l’uno. Basta fare due conti.

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