- Il fondatore di Biancalancia, Alessandro Tortato, racconta: «Pettiniamo e non tosiamo le capre E usiamo tinte vegetali come il guado, scoperto nel Medioevo».
- L’attrice spagnola Penelope Cruz è testimonial dei 650 negozi di Go Carpisa, brand detenuto dalla famiglia Cimmino celebre per l’intimo.
- American Vintage presenta la prima gamma di jeans ecosostenibili e organizza una serie di workshop dedicati alla tintura vegetale organizzati insieme all’azienda francese Whole.
Lo speciale contiene tre articoli.
Il nome non è una scelta da poco. Una persona lo deve portare addosso tutta la vita, quello di un’azienda può essere d’auspicio per un roseo futuro. È quello che ha pensato Alessandro Tortato quando è nata la sua bimba, alla quale ha dato il nome di Bianca, e quando ha aperto i battenti della sua azienda di maglieria, Scudrera, che produce il marchio di cashmere di altissima qualità Biancalancia, chiamato così proprio in onore di Bianca. Scudrera, invece, era un personaggio del libro di Giulio Bedeschi Centomila gavette di ghiaccio. «Un alpino della ritirata di Russia particolarmente caparbio e limpido», spiega Tortato, «mi aveva colpito e mi sono detto che con un nome così sei inaffondabile. Le ha passate tutte e dalla battaglia di Nikolajewka è riuscito a tornare a casa».
È il 2010 quando Scudrera vede la luce, «la mia creatura». La maglieria era nel suo Dna. «Mastico maglie fin da bambino. Vengo da una famiglia che ha fatto maglie tutta la vita, ma poi ho compiuto un percorso autonomo lavorando come manager in un’altra azienda finché non ho deciso di partire da solo».
Scudrera nasce ex novo, dal nulla.
«E il brand Biancalancia è l’unico che distribuiamo, per questo la società e il brand sono legati a doppio filo. Creiamo una collezione dal disegno, alla produzione, alla distribuzione in tutto il mondo, non ci dedichiamo ad altri marchi, non produciamo per conto terzi ma ci occupiamo esclusivamente dello sviluppo della nostra idea».
Un’idea che si focalizza sul cashmere.
«Trattando solo l’eccellenza non si poteva che partire da lì. Negli anni ci siamo ampliati fino a proposte complete, dagli accessori a camicie, abiti, capotti, scarpe, un vero e proprio total look, anche se la nostra anima resta il cashmere».
Un filato prezioso ma che non è tutto uguale.
«Parlando oggi di cashmere siamo in una giungla perché si possono marcare 100% cashmere filati dalle performance più differenti, dai mediocri agli eccellenti. Noi specifichiamo sempre che il nostro cashmere è solo Cariaggi o Loro Piana, i più importanti disponibili in commercio. Le differenze sono sostanziali a cominciare dalla purezza e dalla lunghezza della fibra e dalla modalità della tintura. Abbiamo selezionato come partner esclusivo per la fornitura del puro cashmere il filo di Cariaggi, in particolare, la parte più sottile e leggera, il duvet, che Biancalancia utilizza. È l’essenza per una fibra unica in quanto a morbidezza e calore. L’infinita gamma di colori tutti tinti in fiocco proposta da Cariaggi ci consente una notevole libertà stilistica. La coloritura avviene in origine, sulla materia prima, il fiocco, e non sul filo greggio. Ciò permette al cashmere di mantenere inalterate le sue caratteristiche di morbidezza, lucentezza e resistenza, evitando lo stress della tintura in filo che ne provoca il decadimento e un filo più scadente, più schiacciato, più stressato e più soggetto a fare peeling. Grazie a tali caratteristiche Biancalancia può lavorare cashmere a due, tre, quattro fili, utilizzando i macchinari dalle finezze più estreme, realizzando capi fluttuanti, luminosi, leggeri e ancora più caldi».
Non manca l’attenzione all’ambiente.
«Assolutamente no e si parte dalla scelta delle tinture. Utilizziamo solo quelle naturali, colori vegetali tutti ecologici. Ad esempio la radice della robbia per ottenere sfumature di rosso molto brillante; la foglia di reseda soprattutto per i toni più caldi del giallo; il guado, già nota nel Medioevo, per il blu indaco. Questi sono accorgimenti fondamentali che danno tonalità di colore uniche ma che richiedono una manutenzione altrettanto curata. Bisogna avere la consapevolezza di portare un capo particolare. Il nostro cashmere è di provenienza quasi esclusivamente mongola. E il fiocco deriva solo dalla pettinatura del vello delle capre hircus: significa che le capre vengono pettinate e non tosate perché si è visto, anche in molti reportage, che la tosatura è una pratica molto stressante e violenta per l’animale. Del baby alpaca addirittura utilizziamo solo i cascami, la peluria che viene persa naturalmente durante la muta. I capi in pelle e montone derivano da animali che provengono dalla catena alimentare».
Secondo lei, il consumatore è preparato a distinguere un capo al quale è stata prestata tanta attenzione da uno prodotto in maniera scorretta sia per l’ambiente sia per gli animali?
«È un’evoluzione che si deve compiere altrimenti non andiamo da nessuna parte né come produttori né come specie umana. Anche a livello politico, negli ultimi tempi, c’è una certa sensibilità, abbiamo sempre più rappresentanti che all’interno delle istituzioni portano avanti queste istanze. La consapevolezza deve maturare all’interno delle persone. Io faccio informazione attraverso le mie etichette e i nostri comunicati stampa. Sono temi che valorizziamo anche sui social. La gente per fortuna è sempre più attenta e preparata».
Quali sono i vostri mercati di riferimento?
«Vendiamo per il 70% in tutto il mondo: i principali Paesi sono Giappone, Cina, Russia, Stati Uniti e l’Europa in generale. Il resto in Italia, che per noi è la realtà più importante. La nostra azienda si trova in provincia di Venezia ed è una fortuna perché siamo all’interno di un distretto in cui l’abbigliamento e la maglieria di alta gamma sono molto radicati».
Com’è strutturata la vostra azienda?
«Siamo in sette, un manipolo di coraggiosi. Il modello industriale che ho voluto sviluppare, già replicato, è un modello che si ispira all’outsourcing. Noi disegniamo, ci occupiamo dell’approvvigionamento delle materie prime, seguiamo la logistica, abbiamo controllori della produzione che escono quotidianamente nei laboratori che lavorano per noi, e poi amministrazione e backoffice per i nostri clienti. In questo modo riusciamo ad attingere alle eccellenze, che sono moltissime qui intorno a noi, per produrre diverse tipologie di capi. Seguendo le mie esigenze e i dettami della moda posso cercare chi sa fare un determinato tipo di lavorazione al meglio e il prossimo anno posso programmare una lavorazione diversa. Abbiamo un indotto notevole e lavoriamo con una trentina di laboratori. È la consapevolezza che non possiamo fare il meglio da soli. Se si tratta di maglie possiamo consideraci leader, ma se si tratta di tessuti ci rivolgiamo a chi ne sa più di noi».
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