La Verità ha appena titolato, venerdì scorso in prima pagina, con una considerazione che dovrebbe far riflettere. Dice: «Il Green fa fallire le aziende». Ma non era questo il prodotto del nuovo capitalismo sostenibile che doveva salvare l’economia occidentale? Il fatto è che l’impatto dell’utilizzo dell’economia sulla civiltà occidentale negli ultimi tempi è profondamente cambiato, si direbbe che taluni elementi elementari di economia non siano politicamente intesi. L’economia è il tipico esempio di «strumento sfuggito di mano all’uomo, prendendo una forma di autonomia morale» (secondo due Papi: San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI).
Poiché l’economia in un certo senso non è solo una scienza, si è sempre più abituata a operare secondo prassi, piuttosto che riferirsi a dottrine. Ciò consente di inventare utopie, più facilmente adattabili ai problemi che si vogliono risolvere. Ma l’economia è anche qualcosa di più di un mezzo, di uno strumento per soddisfare nel modo migliore i bisogni dell’uomo. L’economia è diventata anche un mezzo per «influenzare» il comportamento umano (si pensi all’impatto del consumismo-materialismo). Infatti ultimamente abbiamo scoperto che l’economia, grazie alla prassi, può essere utilizzata per condizionare aspirazioni e comportamenti ben più rispetto a quanto possano fare politica, filosofia, sociologia (persino a certe condizioni, di quanto possa fare la salute), perché fa «prender paura»: paura di perdere ciò che si ha e si possiede, dal risparmio al lavoro.
Sul piano globale si considera l’economia regolata dal «mercato», cioè dalla concorrenza. La concorrenza di mercato presuppone vantaggi e svantaggi competitivi, sempre meno facilmente comprensibili e gestibili grazie ai nuovi vincoli imposti dai costi di produzione, della manodopera, dalla disponibilità o meno di materie prime non sostituibili (a causa della interdipendenza dei mercati e alla concentrazione di risorse strategiche). Ciò lascia supporre che nel mercato non vinca «il migliore», ma spesso «il peggiore» (si pensi ai vantaggi derivanti dal minor costo della manodopera), a cui «i migliori» sono costretti a conformarsi per sopravvivere competitivamente, almeno nel breve periodo.
Ma quando questo modello competitivo diviene insostenibile si deve cambiare modello, oppure si deve accelerare l’uso di un fattore competitivo rallentato in passato (per esempio, l’intelligenza artificiale). Proprio come forma di reazione strategica dell’Occidente, qualche anno fa venne proposto-imposto il nuovo capitalismo inclusivo e sostenibile, che purtroppo non attua esattamente ciò che sembra promettere, il che non è un dettaglio. Due esempi? Il lockdown per il Covid ha accelerato l’utilizzo del digitale di più di un decennio, mentre la guerra in corso ha accelerato la transizione energetica di un periodo analogo. Non dissimile, oggi, è la dinamica dell’accelerazione dell’uso della Ia. Per giustificare talune scelte (digitale e Ia, appunto) si è stabilito che il buon vecchio e amato «libero arbitrio» fosse responsabile di tutti gli errori fatti dall’uomo in precedenza, in quanto soggettivo e irrazionale. Diventa così necessario sostituirlo con una forma di «determinismo scientifico»: l’algoritmo.
Per giustificare altre scelte (la transizione energetica, per esempio) si è invece imposto l’ambientalismo, motore dogmatico di una infinità di scelte conseguenti. Curiosamente, tale approccio poggia la sua credibilità sul fatto che il problema ambientale sarebbe dovuto soprattutto all’uomo, alla sua avidità, egoismo, ecc. Così l’uomo ha dovuto perdere un po’ della sua dignità originale, «ricordandosi» di essere solo un bacillo sfuggito alla evoluzione, se non un vero e proprio cancro della natura, dannoso all’ambiente e pertanto da dover essere ridotto come numero. Insomma, abbiamo scoperto che l’uomo è dannoso e usa un modello decisionale (il libero arbitrio) errato, che causa danni e soprattutto che lui stesso è un danno. E come si rimedia a tale danno? Con l’algoritmo al primo e con l’autoeliminazione con ogni forma immaginabile al secondo?
Friederich Nietzsche lo aveva perfettamente profetizzato, quando faceva prevedere da Zarathustra che il peccato verso Dio si sarebbe convertito in peccato verso la Terra e che la civiltà cristiana («valle di lacrime») sarebbe stata finalmente sostituita da una civiltà scientifico-tecnologica, che avrebbe permesso di realizzare il «superuomo» (transumanista). Dunque, nulla di nuovo sotto il sole. L’uso dell’economia, come descritto, ha solo permesso di tornare alla Genesi: se ben riflettiamo, l’Ia altro non è che la nuova «conoscenza» (che in linguaggio teologico si chiama «gnosi») con cui l’uomo viene «tentato», per potenziarsi. Continuiamo a dimenticarci che l’uomo è sì corpo e intelletto, ma è anche anima, con valori e aspirazioni ancora non ben considerati nella concezione dell’algoritmo famoso, anche perché destinati a impedire proprio questo processo. Così anche l’economia tornerà ad essere solo strumento per il benessere integrale dell’uomo, dopo che la civiltà tornerà a comprendere quali siano i reali bisogni dell’uomo. Cosa che oggi è un po’ complesso condividere.
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