Abbiamo dato voce noi ai tormenti dei cattolici
Papa Francesco (Ansa)

Papa Francesco è il principale leader della sinistra mondiale». In principio Massimo D’Alema l’aveva venduta come una battuta, ma con lo scorrere della sabbia nella clessidra del tempo è stato facile accorgersi che aveva ragione.

Il primo pontefice gesuita arrivato dalla fine del mondo è riuscito in 13 anni a spostare con decisione a sinistra la barra della Chiesa: ha terremotato l’approccio occidentalista di Joseph Ratzinger, ha abbracciato il socialismo terzomondista, ha idolatrato l’immigrazionismo senza preoccuparsi delle conseguenze, ha indicato nell’ecologismo l’undicesimo comandamento del buon cristiano. E quando nel 2019 ha ricevuto in Vaticano Greta Thunberg con gli onori che dovrebbero essere riservati a un santo missionario, un gigantesco applauso mediatico si è alzato a disturbare i piccioni di piazza San Pietro. Tutti sul carro di sua santità, atei e mangiapreti in prima fila.

«Proprio tutti?» per dirla con Asterix. No, un piccolo e tosto giornale aveva da tempo colto un aspetto nuovo di questa svolta: lo smarrimento dei cattolici, il malessere di un popolo che non sentiva più parlare di dottrina ma di politica, lo sconcerto di quei fedeli per i quali la parola di Dio rimane la stella polare morale, da sempre e per sempre. Così raccontare questa crisi – quando non questa cesura – è stato necessario per rappresentare una sensibilità «altra» rispetto al coro e ai peana che esaltavano acriticamente ogni mossa di papa Francesco; in Italia chiunque si accrediti a sinistra può contare sull’indulgenza plenaria almeno in terra e finire la serata da Fabio Fazio. Tradizionalisti, bigotti, Torquemada: ci hanno accusato di tutto mentre esercitavamo uno spirito critico sviluppando l’altro pensiero e non un pensiero come un altro.

Quando, durante la pandemia, il Vicariato di Roma diede ordine di chiudere le chiese per salvaguardare la «salute fisica» sacrificando quella spirituale, la Redazione Collettiva approvò e sostenne un provvedimento che in 2000 anni non era stato preso neppure durante la peste. Noi eravamo lì, unica voce critica, unico alleato di chi – guardando quei portali sbarrati – notava con rammarico la sconfitta della massima autorità morale. Raccontammo il dolore di chi moriva solo, senza neppure una preghiera o una candela accesa nel tempio del Signore. Testimoniammo la ribellione di coloro che all’alba, in car pooling, attraversavano il confine a Como per andare a messa a Chiasso o a Lugano. Fummo accusati d’essere degli untori. Poi Francesco in persona prese il microfono e ammise: «Le misure drastiche non sono sempre buone».

Quando alcuni casi di pedofilia vennero alla luce e coinvolsero alti prelati, gli stessi organi d’informazione vaticani liquidarono la faccenda come marginale, residuale, montata ad arte per puro voyeurismo giornalistico. Parlavano di clickbait, invece era uno scandalo epocale messo a tacere dalla potente lobby gay in tonaca. Noi eravamo lì, a stigmatizzare un fenomeno che toccava le diocesi, le parrocchie, i seminari. Ancora una volta involontariamente supportati dal pontefice, che nel motu proprio Come una madre amorevole decise di strappare il sipario e stabilì norme precise per la rimozione dei vescovi e dei superiori religiosi colpevoli di ignorare volutamente le denunce, e in definitiva «di non proteggere i minori, di non preoccuparsi delle vittime».

Quando l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, chiamò in causa direttamente il Papa per avere coperto il cardinale Theodore McCarrick, accusato di avere abusato sessualmente di alcuni seminaristi, e per essersi messo contro la dottrina della Chiesa con le aperture al mondo Lgbtq+, il sistema mediatico tentò di soffocare lo scandalo dipingendolo come un matto rancoroso. Noi eravamo lì a seguire il terremoto, a pubblicare con equilibrio accuse e difese, a dare voce anche al montante malessere critico che ribolliva nelle stanze del potere vaticano. Perché per comprendere è fondamentale spiegare, non nascondere a beneficio di una sempre più aggressiva secolarizzazione.

Quando, nel nome di un appeasement politico, la Segreteria di Stato decise di sottomettersi al potere della Cina di Xi Jinping che pretendeva di scegliere i vescovi destinati all’impero del nuovo comunismo, si levò ancora una volta l’applauso generale per una scelta di «pragmatismo diplomatico». E l’opposizione dell’eroico cardinal Joseph Zen, vescovo di Hong Kong arrestato a 90 anni perché strenuo difensore della libertà della Chiesa, fu descritta come la fissazione psicotica di un uomo fuori dalla Storia. Noi eravamo ancora lì, a difendere quell’anziano guerriero e a stigmatizzare una decisione che tradiva il sacrificio dei martiri massacrati dalla Repubblica popolare.

Quando alcuni cardinali e vescovi diventarono sponsor attivi della Ong Mediterranea Saving Humans, con Luca Casarini (vecchio arnese della sinistra extraparlamentare) sulla tolda, il giornalista collettivo delle coscienze progressiste fece partire un boato da stadio per celebrare la svolta ribelle della Chiesa. Papa Francesco elevò l’ex leader dei Disobbedienti a martire laico e scrisse la prefazione a un suo libro. Il numero uno della Cei, cardinal Matteo Zuppi, invitò il pregiudicato (quattro anni e sette mesi di condanne) a parlare al Sinodo. Ci fu un fremito, la teologia della liberazione 2.0 era cosa fatta.

Ma noi sempre lì, una vita da mediani, a pubblicare i lati oscuri di quella faccenda, a rivelare le chat molto prosaiche con i commenti di fratello Luca: «O riuscivamo a fare ’sta roba per pagare l’affitto di casa e la separazione oppure mi me dovevo andare a lavorar in un bar». Che peraltro aveva già aperto e chiuso, si chiamava «Osteria allo sbirro morto».

Abbiamo raccontato il cammino della Chiesa. Abbiamo interpretato – in solitudine o quasi – i tormenti dei cattolici davanti a scelte di marketing più che di fede, davanti a santificazioni dadaiste di atei nazionalpopolari come Michela Murgia, Francesco Guccini, Emma Bonino. Poi si lamentano perché le chiese si svuotano. Dieci anni cercando La Verità, con quell’attenzione, quel rispetto e quello spirito critico che non significano passività. Dieci anni sulla strada della parrocchia, ma senza turiboli di comodo. E senza mai entrare in sacrestia.

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