Renzi
Matteo Renzi (Ansa)

C’è un solo leader politico su piazza che può contendere il posto a Giorgia Meloni. Viene dal Pd ma non è Elly Schlein. È a cavallo tra il centro e la sinistra ma non è Romano Prodi o prodotti derivati. È stato già a Palazzo Chigi ma non è Giuseppe Conte. È Matteo Renzi.

Qualunque giudizio abbiate su di lui, e qualunque sia il vostro grado di antipatia nei suoi confronti (la simpatia non è contemplata) dovete ammetterlo: è l’unico che può tenere testa alla Meloni e contenderle il potere, viene anche lui dalla militanza politica e non è stato catapultato ai vertici del governo o del partito ma ci è arrivato sgomitando; ha forte personalità, conosce bene la politica, è brillante ed è l’unico che nel nanismo politico del nostro presente ha qualcosa di machiavellico perlomeno nell’astuzia cinica e nel piglio.

Ma come tutti sanno, Renzi ha un nemico implacabile che gli tiene testa: sé stesso. È riuscito a farsi odiare da tutti, a sinistra e a destra, al centro e in periferia, con quell’unanimità che di solito si riserva agli eroi e ai benemeriti.

Destra, sinistra ed elettori: nessuno si fida di Renzi

In tanti diffidano di lui, in tutti i versanti, sanno che da un momento all’altro ti si rivolta contro, ti fa andare fuori strada, ti tira il pacco; non puoi mai fidarti di lui. Enrico Letta non si è più ripreso dalla serendipity di Renzi. È dura averlo come nemico ma è più dura averlo come amico.

Questa percezione non ce l’hanno solo i politici, non ce l’ha solo il povero Calenda, la sinistra intera, i 5 stelle, gli alleati verdi e rossi e il centrodestra intero; ma ce l’ha la gente, ce l’hanno gli elettori. Quando è stato al governo, piaccia o meno, ci ha saputo fare, a mio parere non è stato male, se lo paragoniamo ai predecessori e ai successori; aveva capacità decisionale, sapeva cosa fare, chi mettere ai posti di comando, come procedere alla svelta.

Però la sua egolatria gli impedì di vedere i rischi del suo protagonismo, come l’errore sciagurato e famoso di personalizzare il referendum che gli costò il governo. Renzi è un Cesare che pugnala Bruto e Cassio per bruciarli sul tempo e far fuori i congiurati prima ancora che congiurino; col risultato che oltre la ristretta cerchia tosco-fiorentina, non riesce a stabilire legami solidi e leali con nessuno.

Silvio Berlusconi, il suo unico vero sponsor

In effetti c’è poco da fidarsi, capisco che per lui è difficile capeggiare il centrosinistra avendo la testa e il cuore altrove, e non è un caso che l’unico suo vero sponsor negli anni scorsi fosse Silvio Berlusconi che lo vide come il suo erede, una specie di PierMatteo o meglio di MatteoSilvio.

Invece sbucò la Meloni e Berlusconi si trovò con un merluzzone in mano, portavoce della Real Casa, che poi diventò il suo erede politico. Ma se avesse potuto scegliere a tutto campo, il suo erede ideale sarebbe stato Renzi, o forse Gori che veniva dalle sue aziende. E Renzi fondò un partito analogo al suo già nel nome italico, sostituendo solo Forza con Viva. Capisco che a un cittadino veramente di sinistra sia insostenibile votare Renzi.

Dal potere alla mancata trasversalità: una parabola in discesa

Lui ha avuto in mano il potere come nessuno, forse nemmeno la Meloni, ma per poco tempo. Infatti renzizzò tutto quel che gli capitava davanti, Rai inclusa, decise lui di mandare Mattarella al Quirinale, poi di riciclare Conte col Pd, dopo il governo con la Lega, facendo nascere il governo giallorosso e poi di silurarlo e di metterci al suo posto Drago Draghi a Palazzo Chigi. Giusto il tempo per riprendere quota e ritornare lui, mandando magari Draghi al Quirinale. Ma Renzi non riprese quota, anzi la perse ulteriormente. E al Quirinale rimase Mattarella.

Oggi sarebbe l’antagonista più efficace della Meloni, il più adatto a coprire un’area vasta, dai moderati ai progressisti e dal centrodestra alla sinistra. Polemista di prim’ordine, come ha distrutto lui i ministri più scadenti della Meloni non ha saputo farlo nessun oppositore. Ma non lo vuole nessuno del campo largo, e non solo.

E la gente non si fida della matteologia renziana. L’altro grosso errore che fece prima di imbarcarsi e naufragare col referendum fu quello di non fondare al momento giusto, come aveva annunciato, il Partito della Nazione, raccogliendo l’eredità di Berlusconi, Forza Italia, di una certa destra decisionista che aveva visto di buon occhio Craxi e non aveva più Fini e An, e la sinistra euro-occidentale, non antagonista.

Non ebbe il coraggio di farsi trasversale, tornò a sinistra dove lo detestavano e il risultato fu che lo disprezzarono ancora di più come un intruso e anche quando si avvalsero dei suoi intrighi e stratagemmi, lo subirono come un corpo estraneo da maneggiare con cautela e da espellere appena possibile.

Un capo adatto per la sinistra acefala contro una destra macrocefala

In mancanza di Renzi oggi ci troviamo, come sosteniamo ormai da tempo, in una situazione paradossale, che si può definire asimmetrica, tra la destra macrocefala, tutto capo e nient’altro, e la sinistra acefala, tante gambe o zampe ma nessuna testa al comando. Renzi sarebbe il capo più adatto, ma la sua sola apparizione produce la cefalea a grappolo dei soci fondatori e affiliati, con forti crisi di rigetto.

Anche questa circostanza concorre a fare la fortuna della Meloni, senza rivali e senza concorrenti interni, con una sola spina nel fianco, il generale Vannacci, che tra scissioni indotte o defezioni veraci, silenzio stampa e campagne di annunci che è in caduta libera, stanno cercando di tamponare e debellare.

Se non fosse ad alto rischio esplosivo, sarebbe spettacolare una manovra renziana di conversione al fronte opposto, meloniano, con partecipazione al prossimo governo. Creerebbe scompiglio su ambo i versanti. Lui resta almeno tra i presenti l’unica variabile rispetto al campo destro che produce solo meloni e al campo largo che è senza frutti.

È il tempo di un Renzi Due: lui è pronto, gli altri no

Ogni tanto Renzi cerca di introdursi sotto mentite spoglie, travestito nelle stanze di potere; di recente ha assunto le fattezze leggiadre di una dea, Silvia Salis, per usarla come Cavallo di Troia e varcare le porte Scee di Palazzo Chigi. Dopo quasi un decennio di regia del noir, con l’appellativo ormai corrente di Jep Gambardella, che ne La grande bellezza di Sorrentino aveva la diabolica abilità di far fallire le feste, ora sarebbe tempo di un Renzi Due, con una pars construens, un leader propositivo e alternativo.

Lui è pronto, gli altri no. Renzi gira minaccioso intorno alle mura di cinta e se fossi la Meloni & C., ma anche Schlein, Conte e i Gracchi Bonelli–Fratoianni, per non dire di Calenda, non dormirei sonni tranquilli anche se gira attorno solo con la sua biga. Renzi è ancora giovane, ha le chele per afferrare prede e governi, serpeggia come un cobra sibilante e secerne un liquido letale, velenoso a chi gli si accosta.

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