«Tutta la luce che non vediamo», la miniserie tratta dal romanzo di Doerr in arrivo su Netflix
«Tutta la luce che non vediamo» (Netflix)

L’adattamento del romanzo da Pulitzer di Anthony Doerr, verrà rilasciato su Netflix giovedì 2 novembre. «Non è certo una commedia, né un film d’avventura» ha spiegato il regista Shawn Levy – «Non è mero intrattenimento, in confezioni di lusso. Tuttavia, come tutti i miei lavori passati, racconta una storia sul potere redentivo della connessione e delle relazioni umane».

La Seconda Guerra Mondiale, due ragazzi che i natali hanno assegnato a fazioni diverse, la profondità dei legami umani, capace di vincere la cattiveria cieca dell’uomo. Tutta la luce che non vediamo non è stato (solo) l’ennesimo libro a raccontare un periodo storico ormai abusato. Anthony Doerr, cui la pubblicazione del romanzo, nel 2014, è valsa il premio Pulitzer, ha scelto di utilizzare la guerra, quella Guerra, come pretesto per sviluppare una storia di fantasia, una storia che potesse farsi universale e diventare a suo modo archetipica. Qualcuno, nonostante i premi e l’accoglienza complessiva, nonostante il gradimento immenso del pubblico, lo ha additato per questo, tacciandolo di pressapochismo, criticandolo per non aver approfondito – non come dovrebbe fare un romanzo storico – le radici del nazismo, e con ciò le cause della Seconda Guerra Mondiale. Ma Doerr non ha replicato, impermeabile alle critiche e fedele a una storia che Netflix, con Shawn Levy a dirigere, ha deciso di portare in televisione.

Tutta la luce che non vediamo, adattamento del romanzo da Pulitzer, verrà rilasciata online giovedì 2 novembre. «Qualcuno prima di me aveva già provato a trarre dal romanzo un film, senza però riuscirci. Nel libro, ci sono talmente tanti elementi e personaggi che riassumere il tutto in due ore sarebbe impossibile. Così, ho deciso di approcciarmi alla serie tv con l’obiettivo di realizzare un film lungo, quattro ore che mi permettessero di non rinunciare alla magnificenza della storia. In fin dei conti, non importa il formato, ma il risultato finale», ha spiegato il regista, la cui carriera racconta di progetti diversi da questo, più leggeri e disimpegnati. Comici, a tratti. «Non ho mai fatto film in costume o drammi, prima d’ora. Tutta la luce che non vediamo non è certo una commedia, né un film d’avventura. Non è mero intrattenimento, in confezioni di lusso. Tuttavia, come tutti i miei lavori passati, racconta una storia sul potere redentivo della connessione e delle relazioni umane», ha proseguito, accennando a Marie-Laure, alla protagonista femminile del racconto, alla piccola ragazzina francese, cieca dalla nascita e decisa a utilizzare la propria voce per vincere l’oscurità della guerra.

Tutta la luce che non vediamo, con l’esordiente Aria Mia Robati nei panni della protagonista, segue Marie-Laure nella sua fuga da Parigi. La vede scappare con il padre (Mark Ruffalo) verso il mare, Saint-Malo, la casa dello zio Etienne (Hugh Laurie). La guarda dare il via alla propria trasmissione radio, sfidare i tedeschi e l’ordine costituito. Poi, si sposta. È la Germania a costituire l’altro filone narrativo della serie e del libro, sono le vicissitudini di un ragazzino talentuoso, il cui genio Hitler ha voluto per sé. Werner è stato collocato nella Wehrmacht, con il compito specifico di monitorare i segnali radiofonici nemici per scoprirne le trasmissioni illegali. Così, incontrerà Marie-Laure, ascoltando. Sperando. Cercando una luce nel buio dell’orrore.

«Ricordo di aver letto il romanzo tra Natale e Capodanno, divorandolo. Sono stato incantato non solo dalla tensione narrativa dei destini che si intersecano, ma anche e soprattutto dalla speranza che per tutta la durata del romanzo ha accompagnato i protagonisti, nonostante lo sfondo oscuro della guerra. Mi ha affascinato l’dea che nel nostro mondo, un mondo in cui esiste un male tanto grande, possa sopravvivere l’innocenza», ha chiuso Levy.

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