I non più giovani ricorderanno sicuramente le immagini di Garry Kasparov che a Philadelphia, in un centro congressi, giocava a scacchi con un computer. Quella macchina era un enorme tamburlano dal nome profetico di «Deep blu». È stata la prima apparizione dell’intelligenza artificiale davanti a una telecamera e la prima applicazione alla vita quotidiana: un gioco da tavolo. Nel 1996, durante il primo incontro, a vincere il match fu l’uomo. L’anno dopo il computer aveva evidentemente imparato dagli errori e ad abbandonare fu Kasparov, spinto al ko da un livello di complessità creato da Ibm grazie a una serie di attività cominciate nel 1956, quando due ricercatori informatici, Allen Newell e Herbert Simon fecero fare a un computer alcuni esercizi di logica partendo da semplici programmi matematici. In 40 anni sono stati fatti passi da gigante. Niente rispetto a quello che è avvenuto negli ultimi 27 anni e avverrà nei prossimi dieci. L’intelligenza artificiale è stata arricchita dalle conoscenze della biologia, dal marketing. Soprattutto negli ultimi tempi grazie a telecamere e sensori è stata dotata di occhi, orecchi e persino di una sorte di pelle che consente agli algoritmi di sentire e crescere. In pratica, di costruire un modo a quattro dimensioni posto all’interno del nostro mondo. Il passo in avanti è poi arrivato con il machine learning e quindi l’idea «romantica» che i robot possano e debbano imparare da soli. Abbinando l’idea a fiumi di denaro si è capito che le guerre dopo il 2040 le avrebbero condotte le diverse intelligenze artificiali messe in campo dalle superpotenze.
Nel 2023, noi siamo in mezzo al guado. E la parte di tecnologia militare ancora da sviluppare passa attraverso gli esperimenti civili. Uno di questi è sviluppato da Open Ai, una fondazione creata nel 2015 da Elon Musk e finanziata dai patron di Linkedin, Paypal, giusto per fare due esempi, fondazione che a sua volta ha rilasciato un prototipo di chatbot che si chiama ChatGpt. Si tratta di una piattaforma con risponditore automatico addestrato a interagire con l’essere umano. In pratica, un enorme motore di ricerca che fornisce risposte a richieste di informazioni e che sta imparando a svolgere lavori basici o più dettagliati tramite software di calcolo. Per capirsi quei lavori che oggi vengono svolti dai dipendenti dei reparti amministrativi.
ChatGpt è ora famosa in tutta Italia, perché finita nel mirino del Garante della Privacy per non ottemperare alle norme base di tutela dei diritti di privacy ha deciso di chiudere il servizio agli utenti italiani. Gran polverone mediatico. In molti a gridare al medioevo accusando il Garante di essere un censore e di mettere l’Italia al livello della Cina o della Corea del Nord. Non solo non è andata così, ma il problema è ben altro. Open Ai ha deciso di non voler garantire la soglia minima dei diritti degli internauti, ma anche se l’avesse fatto non avrebbe fornito risposte agli interrogativi di base. La Privacy si limita ad applicare norme burocratiche. Serve invece comprendere quali filtri vengono utilizzati per creare questi enormi database che influenzeranno la mente di chi adesso ha 10 anni. Serve capire cosa volgiamo fare con l’intelligenza artificiale e quali paletti vanno piantati per terra. Non è certo questo il compito del Garante.
In Gran Bretagna da almeno due anni studiosi delle principali università e militari si stanno riunendo per creare un percorso normativo che regoli il mondo dell’Ai, artificial intelligence. Se gli italiani non possono usare oggi ChatGpt (salvo tramite un vpn che inganna l’indirizzo Ip), possono però interrogare Midjourney, la piattaforma con cui è stata creata la foto del Papa in Moncler. Ma esistono anche numerose app che consentono, dopo diverse ore di ascolto, di tracciare la voce di un individuo e di crearne la replica sintetica. Portata a termine la clonazione, al finto speaker potrò far dire ciò che voglio. Oppure potrò sostituire tutti quei lavoratori addetti a fornire informazioni via microfono. Il mondo della sicurezza diventerà ancora più complesso, travolto da finte informazioni e da voci sintetiche pronte a portare fuori strada chi protegge la sicurezza nazionale. Certo, sappiamo bene al tempo stesso che l’intelligenza artificiale applicata alla medicina, alla spazio, al mondo sottomarino consentirà ai droni di fare cose oggi inimmaginabili. Potremo creare un mondo parallelo con infiniti dati da stoccare e al tempo stesso macchine in grado di succhiare i dati necessari per proteggere una cavo o una nave o un essere umano in un pagliaio infinito e di farlo esattamente al momento giusto. Però l’Italia, L’Europa e gli Stati Uniti non sono la Cina.
Chi vuole entrare nel perimetro decisionale che consente di dare pilastri e paletti alla tecnologia non può essere descritto come una scimmia per giunta con l’anello al naso che vuole fermare lo sviluppo dell’umanità. Chi ieri è insorto su fogli stampati come Il Foglio condannando l’atto di lesa maestà verso i cultori dell’intelligenza artificiale o è uno sciocco o nasconde interessi personali. Aspettiamoci campagne di offese (si chiamano shitstorm in gergo) sui social per sostenere che il Garante non ha le prove della mancata tutela della Privacy. E che chi ama la libertà deve prima avere le prove. Non ci interessa difendere il Garante. Ma andare oltre e portare la discussione più in alto. A chi si occupa di società e di democrazia spetta l’obbligo di aprire una dibattito sul futuro che ci spetta. Perché se non l’abbiamo capito, la vita digitale fra 10 anni sarà più importante e invasiva di quella fisica.
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