- La polizia britannica usa un software in grado di spiare i dati bancari e i messaggi dei cellulari dei proprietari delle vetture.
- Federico Mollicone (Fdi): «Abbiamo aggiunto la cultura tra i settori rilevanti da proteggere».
Lo speciale contiene due articoli.
Da ormai diversi anni il problema del «car hacking», cioè colpire con un attacco informatico le automobili di nuova generazione, sta diventando sempre più preoccupante. È ormai evidente che con l’introduzione di tecnologie sempre più sofisticate, come gli aggiornamenti over-the-air (cioè tramite semplice rete wireless) e una maggiore connettività dei dati, le auto non sono più un semplice mezzo di trasporto, ma sono ormai diventate dei veri e propri hub di scambio e ricezione di dati personali.
Secondo le stime di esperti del settore, i veicoli generano circa 25 giga byte di dati ogni ora, circa tre volte la media consumata ogni mese da un normale utente di un telefono cellulare. È una svolta epocale per il settore automotive, una nuova sfida per la sicurezza informatica, che non riguarda solo il pericolo di hackeraggio ma la stessa sicurezza degli automobilisti per potenziali violazioni del sistema operativo. In teoria un criminal hacker potrebbe arrivare a controllare o influenzare la frenata e lo sterzo, ma soprattutto sarebbe in grado di rubare l’enorme quantità di dati dei proprietari, che sono sempre più esigenti per avere mezzi tecnologicamente all’avanguardia, ma anche più esposti.
In Inghilterra nelle ultime settimane è scoppiata una polemica che riguarda le forze dell’ordine. In pratica i cosiddetti bobby starebbero utilizzando un nuovo software in grado di spiare le informazioni personali di alcuni conducenti, come i dati di navigazione, quelli bancari e persino i messaggi di testo dei cellulari. Stiamo parlando di Berla, un software che permette agli investigatori «di identificare, acquisire e analizzare informazioni critiche memorizzate nei sistemi dei veicoli». In pratica grazie a questo sistema di analisi usato in ambito forense, la polizia è in grado di estrarre una lunga serie di dati dai veicoli, tra cui la velocità media: potrebbe essere in grado anche di prevedere il rischio di incidenti. Al momento solo le stazioni di Derbyshire e Gwent hanno confermato di utilizzare questa tecnologia (costata 48.000 sterline), ma hanno anche sottolineato di usarla solo durante le indagini per omicidio, rapimenti o rapine. «Oggi le automobili, anche quelle più semplici, sono centri tecnologici avanzati, dotati di numerosi computer interconnessi che gestiscono diversi aspetti del veicolo. Questi sistemi, collegandosi ai nostri smartphone, possono catturare dati come contatti, messaggi, preferenze quotidiane e persino credenziali di accesso ai servizi, trasformando l’auto non solo in un mezzo di trasporto, ma in un archivio digitale della nostra vita personale», dice Pierguido Iezzi, strategic business director di Tinexta Cyber. «E allo stesso tempo la stessa digitalizzazione e soprattutto le informazioni e i dati diventano uno strumento importante e vitale per le attività investigative, tool di hacking a disposizione delle forze di polizia per accedere ai dati dei veicoli come avviene in Uk» continua Iezzi. «Questi dati diventano cruciali per indagini complesse e aprono la strada a discussioni sul tema della polizia predittiva e privacy».
Ma secondo l’inchiesta portata avanti dalla lobby Privacy International altre 30 forze di polizia si sono rifiutate di rispondere venendo accusate di «inaccettabile segretezza», anche perché il potenziale di «sorveglianza intrusiva» dovrebbe mettere in allarme il Parlamento sull’urgente bisogno di nuove regole. «Intelligenza artificiale, fake news e big data stanno rivoluzionando il nostro quotidiano e le stesse operazioni investigative delle forze dell’ordine. In Argentina è stata recentemente annunciata la creazione di una nuova unità di intelligenza artificiale, voluta dal presidente Javier Milei, volta a prevenire crimini futuri tramite l’unità “Artificial Intelligence Applied to Security Unit”. Sebbene il governo sostenga che questa tecnologia possa prevenire crimini prima che accadano, esistono preoccupazioni legate al potenziale abuso di tali strumenti, che potrebbero trasformare la sicurezza in un mezzo di controllo e repressione», nota Iezzi. «Tecnologie simili, come il software “Giove” in Italia, dimostrano come l’Ia può essere impiegata per la sorveglianza predittiva, ma sempre nel rispetto degli ambiti etici, legali, privacy e diritti dei cittadini, in linea con le indicazioni dell’Ai Act europeo e del Ddl Ai italiano» ricorda. Peccato che proprio di questi tempi l’Inghilterra non stia brillando per tutela della privacy e libertà di parola, dopo le rivolte antimmigrazione delle ultime due settimane e le polemiche per gli interventi di Elon Musk su X («La guerra civile è inevitabile»). Come noto, il primo ministro laburista Keir Starmer è stato accusato di aver attentato alla liberà di espressione nel Regno Unito. Anche perché nelle ultime settimane ci sono stati diversi arresti (ai sensi Communications Act) tra chi aveva condiviso sui social post che incitavano alle rivolte per le strade o notizie considerate false.
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