Lo ha detto il ministro Antonio Tajani in un punto stampa a Bruxelles prima del Consiglio Affari esteri.
Lo ha detto il ministro Antonio Tajani in un punto stampa a Bruxelles prima del Consiglio Affari esteri.
Il fumo si alza dopo gli attacchi aerei sui depositi di petrolio dell'8 marzo a Teheran (Getty Images)
Gli Emirati Arabi Uniti bombardano l’Iran per la prima volta, colpendo impianti strategici. Intanto l’Assemblea degli Esperti iraniana nomina il figlio di Ali Khamenei nuova Guida Suprema. Cresce la tensione in Medio Oriente tra raid, missili e crisi umanitaria.
Per la prima volta nella storia recente, gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato un attacco diretto contro l’Iran, prendendo di mira un impianto di desalinizzazione. Il raid segna un’escalation significativa nel conflitto in Medio Oriente, che vede ormai coinvolti Stati Uniti, Israele e diversi Paesi del Golfo. Abu Dhabi ha annunciato di aver intercettato la maggior parte dei missili e dei droni provenienti dall’Iran, pur confermando quattro vittime tra cittadini stranieri e feriti in un bilancio che ha incluso persone di più di una decina di nazionalità.
Il bombardamento degli Emirati arriva in una giornata già segnata da nuove tensioni sul fronte iraniano. L’Assemblea degli Esperti ha raggiunto un accordo sulla scelta del nuovo leader supremo della Repubblica Islamica dopo la morte di Ali Khamenei, aprendo uno scenario di incertezza politica interna che si intreccia con l’emergenza militare. L’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la guida» e che è stato concordato «un parere decisivo e unanime». Secondo altri membri dell’Assemblea, il candidato scelto dovrebbe essere «odiato dal nemico», citando addirittura gli Stati Uniti, che avrebbero già fatto il nome del prescelto. Il figlio di Khamenei, Mojtaba, resta tra i favoriti, ma la sua candidatura ha incontrato la ferma opposizione di Washington.
Sul terreno, la guerra si manifesta con numeri impressionanti di vittime e distruzione. Gli attacchi israeliani in Libano hanno provocato almeno 394 morti, tra cui 83 bambini e 42 donne, mentre gli scontri tra Hezbollah e Israele proseguono senza sosta. In Iran, oltre 1.200 persone sono rimaste uccise negli attacchi statunitensi e israeliani, con quasi diecimila edifici civili danneggiati o distrutti, secondo la Mezzaluna Rossa. La città di Teheran è avvolta da fumo e da una pioggia nera, contaminata dal petrolio che le bombe hanno fatto fuoriuscire dai depositi colpiti.
Il conflitto ha ormai travalicato i confini iraniani. Missili e droni iraniani hanno preso di mira Israele, la Giordania, il Kuwait e gli Emirati, causando danni materiali e morti tra civili e operatori di sicurezza. Secondo Abu Dhabi, gli attacchi dell’Iran hanno incluso 16 missili balistici e 117 droni, in gran parte intercettati dalle difese aeree locali. L’Iran, dal canto suo, dichiara di poter sostenere la guerra su vasta scala per almeno sei mesi, forte di un arsenale di missili e droni pronti all’impiego. La crisi ha provocato anche flussi di rifugiati: molti iraniani stanno attraversando il confine con la Turchia per sfuggire al conflitto, ricordando scenari già vissuti durante la guerra siriana. Il rischio di un’escalation regionale è evidente, con Paesi del Golfo vulnerabili e la produzione petrolifera in pericolo, minacciando ripercussioni globali. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ammonito che «se la guerra continua, non ci sarà modo di vendere petrolio, né la capacità di produrlo nella regione».
Anche la diplomazia internazionale accelera. Il presidente francese Emmanuel Macron si recherà a Cipro per riaffermare la solidarietà europea e cercare di contribuire alla de-escalation nel Mediterraneo orientale. La Cina, attraverso il ministro degli Esteri Wang Yi, ha richiamato tutte le potenze a svolgere «un ruolo costruttivo» e a evitare che la forza diventi diritto. In questo contesto, le parole di papa Leone XIV all’Angelus domenicale risuonano come un monito: «Cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi» in Iran e in tutto il Medio Oriente, affinché la guerra non trascini nella destabilizzazione anche il Libano e i paesi circostanti.
Il conflitto sembra ormai destinato a protrarsi, con un intreccio di vendette, alleanze e interessi strategici che rende sempre più difficile prevedere il prossimo sviluppo. La prima volta degli Emirati contro Teheran non è soltanto un episodio isolato: potrebbe essere il segnale che la guerra, finora circoscritta, rischia di allargarsi a nuovi fronti.
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2026-03-08
Stuprata e segregata dalla famiglia islamica ma i servizi sociali scelgono di scaricarla
(iStock)
Niente protezione per una pakistana schiavizzata dopo le nozze combinate. Ora che ha denunciato rischiamo un’altra Saman Abbas.
Nell’aula del tribunale di Ferrara cala il silenzio. La donna seduta davanti ai giudici smette di parlare, porta le mani al volto e comincia a tremare. Non riesce più a respirare. L’udienza viene sospesa. Sta raccontando 12 anni di prigionia domestica. E mentre il processo è ancora in corso, la protezione che aveva ricevuto è stata interrotta: i servizi sociali l’hanno dichiarata autonoma. Il suo nome non possiamo farlo, per motivi di sicurezza. La chiameremo Nida. Ha 35 anni, capelli neri lunghi sulle spalle e una voce che si spezza mentre testimonia. «Prima o poi mi uccideranno. Loro mi vogliono trovare. E mi vogliono ammazzare».
Nida è arrivata in Italia nel 2010 dopo un matrimonio combinato celebrato in Pakistan, nella regione del Gujrat. Suo marito l’aveva visto per la prima volta proprio quel giorno. Pochi mesi dopo lei lo raggiunge in Emilia. Il suo incubo comincia in un paesino della provincia di Ferrara: Portomaggiore. Un centro della pianura dove, soprattutto in certi orari, si incrociano molti uomini pakistani in abiti tradizionali e pochissimi italiani. La casa che diventa la sua prigione è in periferia, lontana dal centro. Per 12 anni nessuno si accorge di quella donna segregata tra quelle mura.
«Non potevo uscire di casa. Non potevo andare al supermercato. Non potevo accompagnare i miei figli a scuola. Per loro una donna deve stare chiusa dentro». In casa era costretta a portare sempre il velo. Non poteva nemmeno tagliarsi i capelli. «Dicevano che tagliarsi i capelli è segno di libertà». Studiare italiano non le era permesso. «Le nostre donne non studiano», le ripetevano.
Per la famiglia del marito Nida era solo una serva. Un essere da non rispettare, solo da sfruttare. Doveva lavorare senza sosta, ubbidire e chiedere scusa. Sempre. «Quando sbagliavo qualcosa mi facevano mettere in ginocchio». Non aveva una stanza: il suo letto era sotto le scale, in uno sgabuzzino dove dormiva con i figli. Quando aveva il ciclo non poteva usare assorbenti, solo stracci. Non aveva un telefono. Quando parlava con i genitori qualcuno della famiglia restava accanto a controllarla. «Mi dicevano di non raccontare niente». Anche la figlia doveva rispettare le stesse regole. A cinque anni veniva mandata a scuola con il velo e gli abiti tradizionali pakistani.
Il bagno di casa le era vietato. Nonostante ce ne fossero due, a lei era concesso solo quello esterno nel cortile, con la porta rotta e i topi. Anche d’inverno. «Dicevano che ero la donna delle pulizie». Le staccavano la presa del boiler per impedirle di usare l’acqua calda. Quando i bambini si ammalavano scaldava l’acqua sul fornello per lavarli.
In aula la voce le si rompe quando racconta un episodio. «Una volta faceva freddo. Mia figlia voleva usare il bagno dentro casa». La bambina prova a entrare. Il nonno la ferma. «L’ha colpita con un bastone». Nida si interrompe, porta le mani al viso e scoppia a piangere. L’udienza viene sospesa. Quando rientra in aula respira a fatica. «Io non potevo fare niente».
Le violenze erano quotidiane. Anche durante la gravidanza. «Quando non riuscivo a finire i lavori mi picchiavano». Una volta, al settimo mese, viene scaraventata a terra colpita allo stomaco perché non voleva pregare. Nessuno la aiuta. I panni doveva lavarli fuori, a mano, con l’acqua fredda. Se il cibo non era gradito i piatti venivano rovesciati e spaccati a terra. Poi, davanti ai giudici, arriva il passaggio più difficile da raccontare. Nida parla delle violenze sessuali subite durante quegli anni. Non solo dal marito. In più occasioni, riferisce, anche uno dei cognati avrebbe abusato di lei. Il secondo figlio, dice, è nato dopo una violenza. A quel punto si ferma. La voce si spegne, fatica a respirare e piange. L’udienza viene interrotta di nuovo.
Nida era in mezzo a noi, nella nostra Italia. Ma nessuno si è accorto di lei. A pochi passi dalla casa dove per anni è rimasta prigioniera, il Comune ha perfino installato una panchina rossa, simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Eppure quando la figlia prova a chiedere aiuto, inviando alcune mail al Comune di residenza, Portomaggiore, la risposta non arriva mai.
Alla fine Nida riesce a salvarsi da sola. Trova il coraggio di fuggire e di rivolgersi a un centro anti violenza. Solo a quel punto, e con anni di ritardo, scattano gli interventi istituzionali. Viene inserita in una comunità protetta sotto la tutela dei servizi sociali della zona. Per un periodo lei e i suoi due figli minori vivono al sicuro. Ma gli uomini che accusa di averla tenuta prigioniera non sono mai davvero spariti. Sono rimasti lì, a pochi chilometri.
Dopo il caso di Saman Abbas l’Emilia-Romagna ha rafforzato i protocolli per proteggere le vittime di violenza domestica e i casi di matrimoni forzati. Eppure oggi Nida è fuori da quel sistema di protezione. Il percorso di accoglienza è stato interrotto. I servizi sociali l’hanno dichiarata autonoma. Autonoma nonostante il processo sia ancora in corso. Autonoma nonostante le minacce. Autonoma nonostante due figli minori da mantenere che vivono, come lei, nel terrore. Oggi vive in una casa senza contratto e sopravvive con circa 500 euro al mese. I suoi aguzzini continuano a vivere nella stessa zona. «Io ho paura», dice piano davanti ai giudici. «Prima o poi mi uccideranno».
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Donald Trump (Ansa)
L’impatto della guerra in Iran dipende dagli obiettivi degli Usa. Il cambio di regime è uno scenario poco probabile, con conseguenti effetti economici globali non estremi.
Il punto di rilievo geoeconomico è la durata del blocco di Hormuz. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si è scusato per gli attacchi - pur minimi, ma con effetti simbolici/economici prospettici gravi - con le nazioni del Golfo dichiarando che se queste (che sono passate dalla difesa passiva a una attiva) non attaccheranno l’Iran anche Teheran non lo farà. Soprattutto - questa la novità - ha dichiarato che il blocco dello stretto di Hormuz vale solo per navi statunitensi e israeliane, non per altre. È un primo segnale limitativo del conflitto precursore di disponibilità negoziale?
Un think tank cugino mi ha avvertito che i pasdaran hanno miliardi di dollari depositati nelle nazioni del Golfo e che molte navi che trasportano petrolio iraniano hanno bandiere non iraniane per sfuggire alle sanzioni. Quindi è pensabile una pressione dei pasdaran per non perdere masse notevoli di denaro, considerando che il figlio dell’ucciso ayatollah Ali Khamenei, Mojtaba, ora eletto come capo della teocrazia (ma in divergenza con il più dei leader religiosi ostili al nepotismo) era ed è il garante dei flussi finanziari e del controllo di centinaia di aziende da parte dei pasdaran stessi nonché dalla milizia Basij.
Altri colleghi mi hanno segnalato l’ipotesi che Pezeskian abbia fatto questa mossa combinata con la dichiarazione che l’Iran mai si arrenderà per comunicare a Donald Trump che se vuole negoziare una resa dell’Iran non potrà usare il modello venezuelano né l’avrà, ma che trattando con lui - che è un presidente eletto pur nella semidemocrazia iraniana - un accordo potrà essere trovato. Semplificando, Pezeskian sta cercando una carta forte via consenso degli Stati del Golfo per giocarsela con Trump, sapendo che questi non vorrà mandare soldati (americani) a terra. I miei ricercatori del think tank euroamericano Stratematica si chiedono: Trump sta aumentando la pressione militare - tra cui un’invasione di guerriglieri curdi peshmerga di parte dell’Iran curdo - per avere carte più forti utili a un compromesso di vantaggio oppure per imporre alla guida dell’Iran altro personale, per inciso attività organizzativa in corso? Dettagli nebbiosi e noiosi?
Forse, ma è da questi dettagli che si riuscirà a capire quanto durerà la fase calda del conflitto e il blocco di Hormuz (che pur formalmente aperto resta al momento chiuso dal picco di costi assicurativi per le navi e fiducia non sufficiente) e quindi stimare quale ne sarà l’impatto economico e finanziario. Un altro macro-dettaglio correlato è capire la condizione di vittoria perseguita da Washington: solo amputazione delle capacità di influenza esterna dell’Iran o cambiamento di regime pur limitato a imporre i vertici e non a distruggere l’organizzazione (modello venezuelano)?
Il primo obiettivo è in vista, ma il secondo è nella nebbia. Israele? Per il primo obiettivo è convergente con Trump, ma per il secondo potrebbe non esserlo perché vuole perseguire un cambiamento totale di regime avendo già preso posizioni entro l’Iran per poterlo tentare, considerando un consenso sostituivo del regime di almeno il 75% della popolazione. Ma la seconda Gerusalemme (Washington) lascerà mano libera alla prima (Gerusalemme originaria) vedendo un rischio di guerra civile prolungata che potrebbe bloccare Hormuz a lungo e chiamare interventi attivi di Russia e Cina ora passive, ma in realtà in stato di attesa? La soluzione sarebbe l’intervento delle Forze armate regolari iraniane contro le milizie (modello in sperimentazione nel Libano). Ma è difficile che militari iraniani regolari pur antiregime facciano un colpo di Stato, sia per lealtà nazionale trascendente sia per forza reale contro le milizie. Semplificando, resta lo scenario di un regime che pur amputato nelle sue capacità esterne tenta di riuscire a stare in piedi, con certa possibilità e pericolosità.
Pertanto, al momento non c’è probabilità prevalente dello scenario di impatto economico globale né migliore, pur aumentando i segnali a favore, né peggiore. Quello intermedio prevede un incremento dei prezzi del petrolio portatori di inflazione, amplificati da speculazioni al rialzo non facilmente contenibili, più nell’area europea, ma non irrilevanti negli Stati Uniti. Con conseguenze sugli andamenti borsistici al ribasso, pur non estremi. Ma c’è una riduzione dei flussi di investimento dall’America verso l’area europea. Motivo? In situazione di instabilità o ambiguità geopolitica il dollaro – anche se meno che nel passato – è visto dagli attori finanziari come luogo di salvezza, l’Europa no. In uno scenario non peggiore, ma ancora non chiaramente migliore, quali sono i rimedi a tutela dell’economia reale e del risparmio?
Certamente azioni di governo più forti per calmierare i prezzi dell’energia che hanno preso un andamento irrazionale perché non c’è scarsità di rifornimenti né di petrolio né di gas da fornitori diversi dall’area del Golfo. Possibile? Non facile, ma possibile per le euronazioni. Dobbiamo già scontare una crescita più bassa di quella prevista del Pil nel 2026? Se il blocco di Hormuz durasse meno di un mese probabilmente no, ma se durasse di più si dovrà. Politica monetaria? La Bce avrà motivi non criticabili per ridurre il costo del denaro causa rischio inflazione. La Fed statunitense? Anche, ma ciò ridurrà la svalutazione competitiva del dollaro contro euro facilitando un po’ l’export. In conclusione, ritengo qui rilevante segnalare che non ci sono motivi di pessimismo economico esagerato né per il risparmio, a condizione che sia ben gestito, pur non essendoci ancora chiarezza sulle probabilità di caso migliore in iniziale aumento.
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2026-03-08
Non Sparate sul Pianista | Duo Baglini-Chiesa: «Il nostro concerto con musica à la carte»
Il pianista Maurizio Baglini e la violoncellista Silvia Chiesa, che insieme formano un duo nella musica classica come nella vita, presentano la loro idea per abbattere la barriera tra artisti e pubblico. E ci regalano una meravigliosa pagina di Rachmaninoff.







