Lo ha detto il ministro Antonio Tajani in un punto stampa a Bruxelles prima del Consiglio Affari esteri.
Lo ha detto il ministro Antonio Tajani in un punto stampa a Bruxelles prima del Consiglio Affari esteri.
Il presidente di Grisport ripercorre la storia delle calzature per trekking e outdoor: «Oggi ne produciamo 4 milioni l’anno».
Alla guida di Grisport, Graziano Grigolato ha accompagnato l’azienda in un percorso di crescita che l’ha portata a consolidare la propria presenza sui mercati nazionali e internazionali, mantenendo salde le radici nel territorio e nella tradizione manifatturiera italiana. Imprenditore attento all’innovazione e all’evoluzione dei consumi, Grigolato racconta la visione che guida l’azienda, le sfide affrontate in un settore sempre più competitivo e le opportunità che si aprono per il futuro.
Presidente, come nasce Grisport e quale intuizione vi spinse ad avviare l’azienda nel distretto di Montebelluna?
«Ho fondato Grisport assieme a mio fratello Mario a seguito della nostra passione per il mondo dell’abbigliamento. Il fatto che fossimo nell’importante distretto dello “Sport system” di Asolo e Montebelluna ci ha aiutato. Siamo partiti con l’idea di creare una calzatura che fosse comoda, di design e all’avanguardia nella tecnica, realizzata con materiali di alta qualità ma, allo stesso tempo, economicamente parlando, accessibile a tutti. Le nostre prime collezioni erano composte da calzature outdoor e casual e, negli anni, puntando sulle nuove tecnologie, ma anche su innovazione e ricerca, abbiamo aggiunto al nostro core business anche la linea antinfortunistica».
Fin dall’inizio avete scelto di specializzarvi nelle scarpe da outdoor e trekking. Perché avete puntato proprio su questo segmento?
«Siamo stati “aiutati” dalle bellezze naturalistiche sparse nel nostro territorio e dalla voglia di evadere dalla città, nei fine settimana, delle persone. Che cosa c’è di meglio che trascorrere un sabato o una domenica all’aria aperta, in montagna o al lago? Così noi abbiamo fornito loro la principale attrezzatura, dato che, in caso di camminate di questo tipo, la sicurezza parte sempre dai propri piedi».
Oggi il mercato è molto competitivo. Qual è il valore aggiunto che distingue una calzatura Grisport rispetto ai principali concorrenti internazionali?
«Ce ne sono diversi. Innanzitutto, l’elemento del comfort, espresso con calzature di qualità, di design e all’avanguardia nella tecnica con una collezione che supera i 5.000 modelli. Per la linea outdoor, inoltre, vengono impiegati materiali resistenti e altamente performanti secondo la qualità Grisport e il nostro design made in Italy. La collezione Safety, invece, dà la possibilità di proteggere il piede da ogni minaccia del terreno e di camminare in sicurezza anche nelle peggiori condizioni, mantenendo lo stile outdoor tipico di Grisport. La linea City, infine, presenta diversi stili e ogni calzatura è realizzata secondo gli ultimi trend nel mondo della moda. Altri elementi caratterizzanti le nostre scarpe sono l’impiego di materiali di buona e alta fattura e il rapporto qualità-prezzo».
Quanto contano oggi ricerca, sviluppo e brevetti nella vostra strategia industriale e quali innovazioni hanno cambiato maggiormente il prodotto negli ultimi anni?
«Se non si fa ricerca si rischia di rimanere ancorati al passato e, di conseguenza, non stare al passo con i tempi. Grisport non pone attenzione soltanto agli ultimi trend del mondo della moda, come per esempio i colori più in voga della stagione, ma anche ai materiali che vengono utilizzati e a quelli richiesti dal consumatore. Di conseguenza, poi, arrivano lo sviluppo e i brevetti. Le innovazioni che hanno cambiato maggiormente il prodotto negli ultimi anni, invece, sono stati nuovi materiali performanti, design innovativi e processo grazie a macchinari e tecnologie».
Quante paia di scarpe producete mediamente in un anno e come è cambiata la capacità produttiva rispetto agli inizi dell’attività?
«Nel corso dei nostri quasi 50 anni di storia, siamo passati dalle 20.000 iniziali a 4 milioni».
Quali sono le principali novità di prodotto che state presentando nel 2026 e quali trend stanno guidando l’evoluzione del settore calzaturiero outdoor e safety?
«Per il 2026 Grisport ne ha presentate diverse. Per quanto riguarda il tempo libero abbiamo il neonato progetto Devisalby Grisport, creato da un team interno alla famiglia Grisport con la passione per la tecnologia, il design e il fantasy. Per tutti gli sport lovers c’è una serie di calzature perfette per andare in palestra o fare una corsa, dotate di un’intersuola particolarmente alto per favorire l’effetto ammortizzante durante la camminata o, più in generale, quando si fa attività fisica. La linea Walker è la novità per l’outdoor: scarponcini, alti o bassi, per uomo e donna. Uno degli ultimi trend che stiamo notando nel settore antinfortunistico».
L’export rappresenta storicamente una quota importante del vostro business. Quali sono oggi i mercati più dinamici e dove vedete le maggiori opportunità di crescita nei prossimi anni?
«Grisport si attesta al 25% della propria produzione per il mercato italiano, con il restante 75% destinato all’estero. Giappone, Scandinavia, Sud e Nord America sono i mercati dove Grisport ha iniziato la penetrazione da qualche anno e che ritiene ci possano essere maggiori possibilità di crescita».
Dopo quasi mezzo secolo di storia aziendale, qual è la decisione di cui va più orgoglioso e quale sfida ritiene ancora aperta per Grisport?
«Sono molto orgoglioso per l’impegno profuso nella sostenibilità, un tema che, al giorno d’oggi, non può non essere preso in considerazione. Non parlerei tanto di sfide aperte, quanto di impegno e dedizione che i miei dipendenti hanno messo, stanno mettendo e metteranno sempre in ciò che fanno».
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Domenico Iannacone (Ansa)
Il volto di Rai3 tocca punte da 1,2 milioni di spettatori con «Che ci faccio qui», esplorando la realtà di un hospice o le fatiche dei genitori di un bimbo con una sindrome rara. È il trionfo del tatto sul rumore.
Se non fosse che ogni definizione risulta sempre riduttiva, la sua si potrebbe chiamarla TeleIannacone perché la televisione che da oltre un decennio Domenico Iannacone propone ha caratteristiche uniche. Una televisione altra. Tutta il contrario di quella maggioritaria. Una televisione lenta, una televisione dell’ascolto. Che non teme i silenzi e frequenta situazioni esistenziali di confine.
Da un paio di settimane è iniziata la sesta stagione di Che ci faccio qui, quattro episodi in tutto perché questa tv ha anche il pregio di non essere invasiva o compiaciuta. Dopo il primo, dedicato a un hospice in provincia di Campobasso e alle cure palliative per persone cui è stata diagnosticata una malattia terminale, intitolato Quel che resta dei giorni (4% di share, circa 700.000 spettatori), la seconda puntata, Tutta la vita che ho, centrata su una famiglia con un bambino affetto dalla sindrome di Cockaine, una rarissima malattia degenerativa di invecchiamento precoce, gli ascolti sono quasi raddoppiati: 7,6% e 1,2 milioni di telespettatori.
Giornalista e autore con natali nelle colline del Sannio degli anni Sessanta, Iannacone ha sempre lavorato a Rai 3, all’inizio come inviato e autore di Ballarò e Presadiretta. Poi, dal 2013, scrivendo e conducendo in proprio I dieci comandamenti, reportage dai margini che rivisitavano laicamente le tavole della legge. Dal 2019 ha inaugurato questa nuova serie con un titolo che, senza il punto interrogativo del libro di viaggi di Bruce Chatwin, adotta un modo di raccontare ancora più asciutto del primo ciclo.
Dal 2013, epoca Mario Monti, quando al vertice della Rai c’era Luigi Gubitosi, prima dell’avvento del renziano Antonio Campo Dall’Orto e poi, passando per Mario Orfeo e Carlo Fuortes, nominato da Mario Draghi, fino alla governance attuale con Giampaolo Rossi, Iannacone è sempre andato in onda con i suoi documentari senza mai alimentare polemiche. Nessuno dei direttori di Rai 3 e ora della divisione Approfondimenti ha eccepito sull’imprescindibilità dei suoi programmi. Che, in compenso, hanno collezionato un discreto numero di premi nella categoria tv d’autore.
Il fatto da rilevare è, dunque, che abbiamo una televisione che si tiene distante dalla «narrazione» e dallo «storytelling». Una tv avulsa da ogni forma di polarizzazione. Sempre con una certa dose di tatto, si potrebbe definirla televisione dell’incontro. Televisione antropologica, usando un parolone. Andando sul concreto, televisione lontana dalla politica e vicina alla persona. Iannacone ascolta e osserva molto. E si potrebbe dire che realizza la preziosa avvertenza di Alexis Carrell, biologo e Nobel per la medicina nel 1912, nel suo Riflessioni sulla condotta della vita: «Tanta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità; poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore». Molto pertinente per un autore di documentari. Che, in realtà, la critica chiama docu-reality. Cioè, documentari che seguono da vicino i protagonisti nello svolgersi della vita quotidiana, con le sue incombenze e le sue urgenze. Dal punto di vista dei telespettatori si potrebbe dire che è un racconto consapevole del fatto che la vita è misteriosa. E ha a che fare con il destino. Succedono dei fatti, a volte tremendi, che ci interrogano, che ci interpellano. E si può rispondere in modi diversi. In un certo senso, certi fatti, o avvenimenti, sono divisivi. Si accettano o si rifiutano. Quando è stata confermata la diagnosi di Robertino che prevede per lui una vita molto breve, papà Alessio non ce l’ha fatta e, per oltre un anno, si è allontanato dalla famiglia. Non voleva affezionarsi a quel piccolo che se ne sarebbe andato troppo presto. Ha vissuto da amici, dai genitori, «sapevo che era una scelta sbagliata…». Mamma Giada, invece, già presentiva come sarebbero andate le cose e ha puntato sull’irripetibilità di ciò che stava accadendo, impegnandosi a dare una vita degna al bambino, alla figlia più grande e a sé stessa. Ora tutto si è ricomposto e, insieme a lei, il papà, la nonna e la bisnonna, tutti circondano di affetto e di mille attenzioni il piccolo.
Con la sua fronte increspata di rughe di curiosità e di immedesimazione, Iannacone si tiene un passo indietro. E proprio questa distanza aiuta a porre le domande giuste. Anche quando si ha di fronte una donna alla quale, poco dopo la morte del padre, è stato diagnosticato un cancro, ora è al quarto stadio. Molto più che un ospedale, l’hospice è una nuova casa, una nuova famiglia, dove anche i parenti del malato sono accompagnati dall’équipe di terapeuti. A tutti il giornalista chiede come cambia la percezione del tempo dopo che si apprende la notizia di una grave patologia. E quale idea abbiano queste persone del destino. Dio ci sussurra con la bellezza e ci grida con il dolore, dice Clive Staples Lewis. Ma Iannacone mantiene un profilo laico, senza attribuire a quel destino tratti divini. E va bene così. Malgrado pure a lui, conduttore schivo e riservato, capiti, dialogando con una maestra dell’asilo, di accomodarsi sulla parola-manifesto «inclusione» per promuovere la scuola pubblica, capace di accogliere anche un bimbo difficile come Robertino. Pazienza, neanche Iannacone è perfetto.
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Il ministro per la Famiglia Eugenia Roccella con il marito Luigi Cavallari in una foto del 2023 (Ansa)
Luigi Cavallari, marito del ministro per la Famiglia Eugenia Roccella, è disperso nel lago di Vico, nel Viterbese. Era in barca con la moglie quando è finito in acqua e non è più riemerso. In corso le ricerche di vigili del fuoco, carabinieri e sommozzatori.
Sono in corso le ricerche di Luigi Cavallari, marito del ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella, scomparso nelle acque del lago di Vico, in provincia di Viterbo.
Secondo le prime informazioni, Cavallari si trovava a bordo di un'imbarcazione insieme alla moglie quando è finito in acqua e non è più riemerso. La dinamica dell'accaduto è ancora in fase di accertamento: non è chiaro se l'uomo si sia tuffato per fare il bagno oppure sia caduto accidentalmente dalla barca. L'allarme è scattato nella zona di località Fiorò, nel territorio comunale di Ronciglione. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, i vigili del fuoco e il personale del 118. Alle operazioni partecipano anche i nuclei sommozzatori dell'Arma e dei vigili del fuoco, impegnati nelle ricerche dell'uomo. Secondo quanto riferito dalle fonti presenti sul posto, è arrivata nell'area delle operazioni anche la portavoce del ministro Roccella.
Al momento non sono stati diffusi ulteriori dettagli sulle circostanze dell'accaduto, mentre le ricerche proseguono senza sosta.
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Maurizio Landini (Ansa)
A Ferrara la Cgil si rifiuta di omaggiare il gerarca, ma il sindaco dem nel 2018 aveva accettato la donazione dei documenti della famiglia. Nel silenzio dell’Anpi.
Italo Balbo eroe cittadino? Per la sinistra di Ferrara sembra andare bene in base al colore dell’amministrazione comunale. Se è rossa si può celebrare la memoria dell’aviatore che trasvolò l’Oceano Atlantico poco meno di 100 anni fa. Ma se la giunta è di destra scatta il riflesso della propaganda antifascista e Balbo diventa un «gerarca» impresentabile.
Almeno così la pensa la Cgil ferrarese, che ritiene «la scelta di ergere Italo Balbo a figura identitaria in un festival dedicato al territorio di Ferrara, rappresenta una precisa operazione culturale in sfregio alla memoria collettiva della nostra città. Il “Festival delle Città Identitarie” in programma a luglio, intende “esaltare le figure e le opere che hanno segnato l’identità ferrarese”, e assegna a Italo Balbo un protagonismo inaccettabile dal punto di vista storico». «Non in nostro nome!», grida quindi, indignata, la Cgil ferrarese, unita in questa protesta, stando alle cronache con le altre forze democratiche e antifasciste della città. Per il sindacato guidato da Maurizio Landini, inoltre, «le trasvolate oceaniche non possono riscattare le responsabilità politiche e personali di Balbo»
Come se non bastasse, quattro giorni fa, le opposizioni in Consiglio comunale (Pd, Civica Anselmo, La Comune e M5s) hanno presentato una mozione che chiede di «ritirare l’adesione della Città di Ferrara dalla Fondazione Città Identitarie» e di togliere qualsiasi sostegno a iniziative ritenute di carattere celebrativo del fascismo.
«La figura storica e politica di Italo Balbo», sostengono i dem, «non può essere celebrata acriticamente come uno dei tanti personaggi che hanno dato identità culturale alla città di Ferrara. La vita di Balbo è e deve restare oggetto di una ponderata, competente e integrale riflessione in sede storiografica, cosa ben diversa da una improvvisata iniziativa pubblica tesa a riabilitare, con intenti celebrativi e toni assolutori, uno dei principali artefici della dittatura fascista».
Ma basta fare un passo indietro di otto anni e tornare al 2018 per trovare una sinistra che vedeva di buon occhio le iniziative legate a Balbo.
All’epoca il sindaco era l’esponente del Pd Tiziano Tagliani, e quando l’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara presenta i risultati del lavoro sulla «Donazione famiglia Paolo Balbo» Tagliani, insieme al consigliere di Stato Daniele Ravenna, ad Angelo Varni, docente emerito dell’Università di Bologna e i curatori, assiste alla stipula dell’atto di donazione del fondo documentario appartenuto a Italo Balbo e conservato per più di mezzo secolo nella casa di famiglia di via Borgo Leoni, 70.
Agli attacchi della sinistra ha risposto con un’intervista al quotidiano locale La Nuova Ferrara Edoardo Sylos Labini, ideatore del festival della Città Identitarie che si terrà proprio a Ferrara dal 2 al 5 luglio.
Per l’attore cinquantaquattrenne, la presa di posizione della sinistra è «un attacco pretestuoso», portato avanti solo «perché la giunta della città è di centrodestra». Ed è proprio Sylos Labini a ricordare come nel 2018, quando «l’allora sindaco Tiziano Tagliani presenziò alla donazione del fondo di Balbo che venne donato alla città dalla famiglia, L’Anpi non disse nulla e quindi considero grave questa protesta, nella quale si vuole zittire chi cerca di fare cultura». La stessa Anpi stavolta ha tuonato, dicendo che c’è solo da vergognarsi parlando di «offesa politica e morale». Anche per questo Sylos Labini ricorda come nei suoi scritti, Pier Paolo Pasolini «parlava di “fascismo degli antifascisti”».
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