Così originale da essere il più scontato della storia. Il Mondiale luna park con 48 squadre al via «per rimescolare le carte e aumentare le sorprese» (Gianni Infantino dixit) arriva a dama con le prime quattro del ranking: Francia, Argentina,Spagna, Inghilterra. Nessun gioco di prestigio, nessuna meraviglia, nessun Marocco a far saltare il banco, nessun team alternativo uscito indenne dalla tonnara. Tutti a reggere la coda delle tre corazzate europee più i campioni del mondo uscenti con Leo Messi come jolly.
Neppure i maledetti palloni con il microchip incorporato erano dalla parte dei più deboli. Prima il sensore ha punito la Tunisia contro la Svezia (decisione ininfluente, era il quarto gol subìto), poi ha annullato la rete del pareggio della Croazia col Portogallo (decisione molto influente) per uno sfioramento sexy invisibile agli occhi dell’arbitro, del Var e dei milioni di telespettatori. Infine si è addormentato rifiutandosi di segnalare che l’assist al gol dell’1-1 di Jude Bellingham contro la Norvegia lo aveva fatto la spider-cam su rinvio del portiere (decisione letale). Ma va così, nel circo Medrano planetario della Fifa «le regole vanno interpretate» come suggerisce Donald Trump. E alla fine i quattro giganti gonfiano il petto in attesa delle Star Wars da qui a domenica.
Si parte stasera alle 21 (diretta su Raiuno gratis e su Dazn a pagamento con urla alla messicana) con il classicissimo Francia-Spagna a Dallas. I bleus sono nettamente più forti, una macchina sparapalloni, così la vigilia invece di dipanarsi nella strategia si è giocata sull’antropologia letteraria. Roba da Apostrophe. La corazzata multietnica, esempio supremo di globalismo pallonaro, è stata presa di mira dall’ex premier iberico Mariano Rajoy, che dall’inizio del torneo cura una rubrica sul quotidiano digitale El Debate. Lo storico leader del Partito popolare in libera uscita tematica ha descritto la falange francese come una «squadra formidabile ma senza francesi». Anche lui perplesso, come l’ex portiere paraguaiano Josè Chilavert, che due settimane fa, desideroso di buttarla in rissa, aveva sparato: «Nel 1998 noi abbiamo affrontato la Francia, ora affronteremo una formazione africana». Solo più volgare del titolo di Avvenire dopo Francia-Marocco: «Addio Marocco ma l’Africa resta ai mondiali».
Uscite pericolose, destinare a scatenare il contropiede conformista. Su Rajoy sono piovute accuse di razzismo e xenofobia. La portavoce del governo francese, Maud Bregeon, ha definito la frase «abietta e chiaramente razzista». L’ambasciatrice a Madrid, Kareen Rispal, ha tenuto a precisare che «tutti i giocatori della nazionale francese sono francesi. Su 26 giocatori, 23 sono nati in Francia. I tre nati all’estero sono anch’essi francesi». Allarmato, il premier eternamente in bilico Pedro Sánchez ha sottolineato che la Spagna «non appartiene a coloro che la disonorano con dichiarazioni xenofobe». E il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, ha definito Rajoy «un idiota post-franchista».
Preso a pallonate, l’ex premier spagnolo ha subìto pure la lezione del segretario del Partito socialista d’Oltralpe, Olivier Faure: «La Francia non è una nazione etnica, non ha un colore della pelle o una religione. È una nazione politica riunita attorno al motto repubblicano». Sarebbe interessante chiedere a Karim Benzema cosa ne pensa. Il grande centravanti di origine algerina non cantò mai la Marsigliese e più volte orgogliosamente disse: «Non la conosco e non mi riconosco». Interessante la sottolineatura dello spagnolo Pau Cubarsì, difensore del Barcellona: «Se giocano nella nazionale francese sono francesi, a prescindere dal colore della loro pelle». Si è accorto che gli unici visi pallidi con chance di scendere in campo sono Adrien Rabiot, Lucas Digne ed eventualmente i fratelli Hernandez, ciò detto per banale dovere statistico.
La rissa postcoloniale sostituisce la pretattica semplicemente perché di pretattiche non ce ne sono: la Francia all’assalto con le gazzelle (oddio, la metafora sarà mica passibile di xenofobia?), la Spagna a fare argine nella speranza che Lamine Yamal abbia voglia di mostrare qualcosa di più concreto dello scontato dribbling a rientrare fra tre avversari. Il ragazzino è fuoriclasse ma prima di arrivare a scambiare la maglia con Messi deve mangiare quintali di polenta. Poiché il portiere-citofono Unai Simon è incline alla papera, la sensazione è che la Spagna si affidi più ai santi, a un’invenzione di Dani Olmo o a un tap-in di Mikel Merino che ai suoi golden boys.
Domani ad Atlanta seconda semifinale (stessa ora, stessi network) fra Inghilterra-Argentina. Anche qui la presentazione mediatica è uno spreco di politica da ballatoio: la rivincita delle Falkland, la vendetta della «mano de Dios» di Diego Maradona a Messico ’86, in realtà la suprema porcata sportiva della storia, se vale la fucilazione pubblica di Alessandro Bastoni. Vecchie faccende per boomer di redazione. Oggi l’Inghilterra è allenata da un tedesco (Thomas Tuchel) che curiosamente non sopporta il suo giocatore più forte, Jude Bellingham, serenamente ricambiato. Il mister lo manda in campo controvoglia (gli preferirebbe Morgan Rogers) e lo vorrebbe più disciplinato, ma se lo fosse non sarebbe l’incursore più forte del mondo. Così dopo la battaglia con la Norvegia, Bellingham (fin qui sette gol) gli ha mandato a dire: «Non sa cosa significa. Non si vince ogni partita con mille passaggi facendo girare la palla. A volte devi vincere sporco».
Ecco, esattamente il dogma calcistico preferito dall’Argentina. Che fin qui ha giocato male, ha vinto con estemporanee folate offensive, ha sempre corso la metà degli avversari (anche rispetto a Capo Verde), affidandosi a una difesa blindata e ai colpi di biliardo dei suoi pistoleros Messi, Enzo Fernandez, Alvarez, Lautaro. Ma nessuno, neppure la banda Mbappè, ha la stessa «garra» feroce. Secondo i bookmakers, che danno a 5 l’albiceleste, la grinta sposta poco; guardando le quote la Francia (a 2.5) ha già la coppa in tasca. Ma nessuno ha fatto i conti con il destino, e neppure con quel microchip carogna finito come un virus dentro il pallone.
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