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Lionel Messi festeggia dopo aver segnato il gol del 2-2 contro l'Egitto (Getty Images)

Accendete una sigaretta fra le dita di Carlos Gardel a Buenos Aires, davanti al cimitero della Chacarita. L’Argentina va, risponde ai ruggiti della Francia e dell’Inghilterra, rischia il tracollo di fronte ai podisti egiziani da formula uno, vede i fantasmi contro Ziko e Trezeguet, ma alla fine porta a casa il 3-2 che la manda ai quarti di finale.

Ad Atlanta Leo Messi sbaglia un rigore, segna un gol da antologia, ma sono i faraoni a mostrare il calcio migliore, più concreto e incisivo. I campioni del mondo rimangono qui senza convincere, sospinti dalla forza di volontà che diventa ferocia. Con una sentenza: le battaglie si vincono lottando nel fango e chi vorrà alzare la coppa dovrà riuscire ad abbatterli.

Dopo le paure provocate dai quasi dilettanti di Capo Verde (ma correvano il triplo) l’Argentina commette gli stessi errori. La presunzione è un brutto difetto. L’Albiceleste parte molle, supponente, senza ritmo e paga subito carissimo: l’Egitto è aggressivo, raddoppia su ogni avversario e al quarto d’ora va in vantaggio. Marwan Attia trova in area Yasser Ibrahim che approfitta della dormita della difesa sudamericana per battere di zuccata Dibu Martinez. Lisandro Martinez non pervenuto. Ci accorgiamo che di Martinez ce ne sono solo due in campo. Manca proprio Lautaro, poiché Lionel Scaloni gli ha preferito Julian Alvarez. Se ne pentirà, nelle corride in area di rigore la classe e i quadricipiti del Toro gli faranno parecchio comodo nel finale.

Il pugno in faccia sveglia i campioni del mondo che reagiscono con veemenza e guadagnano un rigore. Messi va sul dischetto e ripete la prodezza al contrario già vista contro l’Austria: lo sbaglia. Sindrome Cristiano Ronaldo: anche i fenomeni hanno il lato B. L’Egitto si fa guardingo e si affida al portierone Mostafa Shobeir (Al Ahly, 26 anni, farebbe comodo in Italia) che sembra dentro la serata della vita: prima respinge un colpo di testa a botta sicura di Alexis Mac Allister, poi devia una sventola di Alvarez. In mezzo un altro Messi time: tiro da casa sua che si stampa sul palo. Ora l’Argentina domina ma i segnali del destino sono pessimi.

Il secondo tempo parte allo stesso modo, con l’Egitto spavaldo, senza paura. Capace di chiudersi e ripartire con Momo Salah come faro assoluto. Ed è proprio su un’azione simile che i faraoni raddoppiano con Mostafa Ziko: gol annullato per fallo su un difensore. Ma nel replay del contropiede, qualche minuto dopo, il gol è buono. Due a zero e per l’Argentina si materializza l’incubo. Tredici minuti per ribaltarla, senza schemi, senza tattiche. Ora sono i nervi, è la classe individuale, è la garra a fare la differenza. In questo i gauchos sono ancora i migliori: Cristian Romero accorcia le distanze di testa, Messi la pareggia (ottavo gol qui) con un gran tiro di controbalzo. Ed Enzo Fernandez al 93’, quando i supplementari sembrano scontati, ribalta anche le piramidi di testa su un perfetto cross di Lautaro Martinez. Il terzo, quello dimenticato da Scaloni, quello decisivo. Domenica notte a Kansas City li rivedremo ancora, in 10 secondi su Google guardate se contro la Svizzera o la Colombia. Dal tango di Atlanta alla «Lukaku Trump dance» di Seattle è tutto un ancheggiare. Dopo la rasoiata del 4-1 finita nel cortile della Casa Bianca, il bomber belga e i suoi compagni si esibiscono nella rivisitazione del balletto trumpiano per eccellenza, sulle note dei Village People, davanti ai tifosi statunitensi affranti. Alla fine è tutto uno sfottò fiammingo. Pure la compassata federazione belga posta un’immagine di esultanza con il commento «Overturn this», ribaltate questo. Sui social l’invito più letto è: adesso raddoppiateci i dazi.

È un modo per sciogliere la tensione e per andare oltre la porcheria della Fifa del ripescaggio di Folarin Balogun, la cui presenza ha fatto più danni di un’assenza: mai decisivo ma per sempre simbolo involontario del maneggio infantile (o Infantino). Forzare le regole per ingraziarsi il presidente degli Stati Uniti è stata una pessima idea, anche se nessuno si era scandalizzato per il precedente: la grazia a Cristiano Ronaldo, che non avrebbe dovuto giocare le prime due partite del Mondiale per squalifica.

Da questa partita escono male tutti, non solo Gianni Infantino e Donald Trump. Esce a pezzi la Giustizia Sportiva, appiattita sulle richieste dei potenti (capita spesso anche a quella ordinaria). Non fa una gran figura neppure il board arbitrale, rappresentato ai massimi livelli da Pierluigi Collina, che ha sì difeso il brasiliano Raphael Claus («È esperto, nutriamo piena fiducia in lui») preso gratuitamente a pesci in faccia, ma non ha sollevato la testa per dissociarsi dal massacro di una regola milioni di volte applicata da lui e dai suoi colleghi.

Escono gli Stati Uniti, ultimo dei Paesi organizzatori rimasto in corsa. Lo fanno in lacrime dopo un buon Mondiale. Il più affranto è Christian Pulisic, vittima di un infortunio pesante: torsione della caviglia e del ginocchio. Avrà tutta l’estate per rimettersi in sesto per il Milan. Nel frattempo si entra nel vivo di un torneo fin qui bucato dal terrificante Brasile ancelottiano e dominato dalla vecchia Europa: Francia-Marocco (domani), Spagna-Belgio e Norvegia-Inghilterra completano i quarti dopo i lampi argentini. I bambini e qualche monumento sono tornati a casa, ora giocano i grandi.

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