Inevitabile come l’afa, arriva la tempesta politica di Ferragosto. Del tutto disinteressata all’anticiclone africano, la polemica prende forma sul Lago Maggiore, precisamente a Verbania, dove la giunta di centrodestra guidata dal sindaco, Giandomenico Albertella (peraltro civico), ha deciso di intitolare il lungolago di Intra a Sergio Ramelli, il giovane del Fronte della gioventù massacrato a sprangate a 19 anni da squadristi rossi di Avanguardia operaia a Milano nell’anno orribile 1975.
Le polemiche faziose sulla targa per Sergio Ramelli
Cinquantun anni dopo, la decisione riesce a eccitare gli animi e ad agitare le code di paglia della sinistra, autonominatasi unica custode d’una memoria definita chissà perché «collettiva». E allora ecco tuoni e fulmini, acque increspate sul lago, distinguo e strumentalizzazioni. Con il Pd a fare muro, l’Anpi in prima fila a sparare a salve dai solai e una petizione online da 1.800 firme.
«È una scelta in contrasto con la storia della città», protestano i dem locali nel solco del refrain: la storia siamo noi, gli altri sono divisivi. «Nessuno mette in discussione la tragicità della vicenda del giovane milanese, una delle tante vittime innocenti di anni violenti e bui, nei quali il terrorismo di ambo le parti ha generato morti e dolore. Ma siamo tutti a conoscenza del modo bieco con il quale le destre neofasciste in Italia hanno preso vicende come quella di Ramelli, utilizzandole per cercare di ripulirsi la coscienza di fronte ai loro tanti crimini». Un esercizio di benaltrismo, una strumentalizzazione in piena regola da parte di chi accusa gli altri di strumentalizzare una scelta legittima. Con un passaggio agghiacciante, «in fondo era uno dei tanti».
La risposta del sindaco di Verbania
Pur di bocciare la targa, ancor prima che venga realizzata, l’Anpi chiede al sindaco di «non ricordare una sola vittima ma tutte, anche per non correre il rischio di veder sfilare gruppi che si richiamano apertamente al fascismo, con camicie nere e saluti romani. Se l’obiettivo è fare un esercizio di memoria, non sarebbe stato più condivisibile dedicare quel luogo a tutte le vittime degli Anni di piombo»? Tutti colpevoli nessun colpevole, una pratica molto utilizzata in casa progressista per evidenziare i crimini altrui nascondendo i propri. Vicende già viste, pelosi distinguo ormai entrati sotto la pelle dell’Italia repubblicana.
Il sindaco Albertella ascolta, ma non sembra intenzionato a cambiare il destino del lungolago di qualche centinaio di metri, caratterizzato dal monumento ai caduti. «Intitoliamo lo spazio a Ramelli perché non sia mai più, perché non si usino parole pesanti (per esempio tacciare di neofascismo un governo conservatore democraticamente eletto dagli italiani – ndr) senza sentirne addosso la grevità. Chi si aspetta frotte di saluti romani sul nostro lungolago sbaglia o mente, sapendo fin da oggi che questo non avverrà mai. Mischiare scene che non ci appartengono indebolisce il dibattito civile, la democrazia. E sputa sulla memoria di un ragazzo massacrato e di chi in quegli anni ha vissuto l’orrore dell’odio, qualsiasi casacca indossasse».
Una sinistra secondo cui i morti non sono tutti uguali
Così sulla sponda piemontese del Verbano si rischia un tifone conradiano, determinato dal consueto riflesso condizionato: i morti non sono tutti uguali. A quelli di sinistra le corone di fiori nel parco delle Rimembranze, a quelli di destra la fossa comune della Storia. È il consueto problema di chi guarda il futuro dentro uno specchio retrovisore. A Verbania la radicalizzazione da ripicca è anche legata a una scelta dell’amministrazione, che nel 2024 – sull’onda lunga della cancel culture – si è rifiutata di reintitolare a Gino Strada la scuola media Luigi Cadorna.
Attorno al nome di Ramelli, ancora una volta, si materializzano i fantasmi d’una sinistra che non è mai riuscita a fare i conti con gli Anni di piombo. I terroristi, gli sprangatori, i cattivi maestri erano e restano compagni che sbagliano. Con un’orgogliosa tifoseria dentro quei centri sociali coccolati da sindaci come Stefano Lo Russo a Torino e Matteo Lepore a Bologna, e aspiranti sindaci come Pierfrancesco Majorino a Milano.
Il dibattito politico intorno alla memoria di Sergio Ramelli
Nel capoluogo lombardo, al giovane ucciso per avere scritto un tema contro le Brigate rosse (meglio ricordarlo) è stato dedicato fra mille polemiche un giardino vicino a Città Studi. Ma Beppe Sala respinge chiunque (compresi i consiglieri di maggioranza) proponga di passare all’intitolazione di una via o di una scuola, come peraltro avvenuto per il militante di sinistra Claudio Varalli, ucciso in piazza Cavour da un assassino di destra sempre 51 anni fa.
Ora ci prova Verbania e pare abbia buone chance di riuscirci. In questi casi è necessaria anche una gran dose di pazienza: a Mezzegra (lago di Como), sul cartello che elenca i luoghi della memoria del paese, c’è un certo «fatto storico del 28 aprile 1945». Nella frazione di Giulino fu fucilato Benito Mussolini solo 81 anni fa, non è ancora il caso di farlo sapere ai turisti, che vagano cercando proprio il cancello di villa Belmonte. La memoria è un valore, quando è selettiva è solo un alibi.
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