Il tranello dem alla Schlein è pronto

C’è un motto che da tempo viene cucito addosso a Dario Franceschini: ora et manovra. Lui, in realtà, ha sempre negato di essere il tessitore d’ombre che molti descrivono, dimostrando una rara capacità di non farsi mai cogliere sul fatto.

L’istinto tattico di Franceschini e l’incontro con Conte

È rimasta celebre una battuta pronunciata da Matteo Renzi durante una direzione del Pd di qualche anno fa: «Scusate, nella ressa è sparito un cappotto. Dario si è già costruito un alibi di ferro».

Del resto l’arte tattica e l’istinto di sopravvivenza sono tratti distintivi di chi si è forgiato alla dura scuola democristiana dei coltelli. Eppure, se anche stavolta Franceschini dovesse difendersi dall’accusa di tramare nell’ombra, la sua linea difensiva sarebbe già pronta. Come un novello Fouché.

L’ultimo capitolo della saga lo aveva visto, qualche settimana fa, protagonista di un incontro riservato con Giuseppe Conte. L’obiettivo dichiarato era capire come blindare la coalizione di centrosinistra in vista delle elezioni politiche, ma con uno sguardo inevitabilmente rivolto alle grandi manovre per il Quirinale.

Il ruolo di Schlein nel nuovo esecutivo

Quella conversazione ha avuto sviluppi emblematici. Secondo i ben informati, Franceschini avrebbe ipotizzato per Elly Schlein – nell’eventualità di una vittoria del campo largo – il ruolo di ministro degli Esteri nel nuovo esecutivo.

Una prospettiva di fronte alla quale la segreteria del Pd sarebbe rimasta letteralmente spiazzata. Un’ipotesi del genere la escluderebbe infatti dalla corsa per Palazzo Chigi, relegandola a una funzione di supporto ed estromettendola dalla leadership diretta del governo.

I due scenari e il cantiere della legge elettorale

L’iniziativa di Franceschini trae forza da due scenari politici ben precisi. Il primo riguarda il cantiere della legge elettorale. Se la riforma dovesse accogliere le proposte della maggioranza, con l’indicazione del leader della coalizione e reintroducendo le preferenze per tutti i candidati tranne i capilista, l’equilibrio interno al Pd cambierebbe radicalmente.

Senza preferenze, il potere di composizione delle liste resta saldamente nelle mani del Nazareno, con il loro ritorno, quel controllo si disperde.

In questo contesto, la segretaria del Pd si ritroverebbe oggettivamente esposta alle intemperie politiche e a una revisione della sua linea, come confermano le recenti frizioni con l’area riformista del partito sui temi della Difesa e del riarmo. Fiutando la nuova fase, Franceschini agisce di conseguenza.

Il nodo primarie e la leadership della coalizione

Il secondo scenario riguarda la leadership della coalizione e il nodo primarie. Su questo fronte il dibattito è aperto: da un lato c’è chi spinge per un confronto aperto ai gazebo tra Schlein e Conte, dall’altro c’è chi preferirebbe evitare le primarie immaginando un passo indietro di entrambi i leader per far spazio a una figura terza. In entrambi i casi Franceschini sembra avere la soluzione pronta.

Un confronto serrato e il futuro della Segretaria

Nell’incontro con Conte avrebbe accarezzato l’idea di sostenere l’ex premier per Palazzo Chigi, ponendo al contempo le basi per un appoggio sulla futura partita del Colle. Qualora invece prevalesse la via della mediazione senza primarie, il nome di Silvia Salis, sindaco di Genova, come figura di sintesi per un campo ancora più largo, troverebbe un Franceschini già posizionato da tempo.

I prossimi mesi si preannunciano complessi e caratterizzati, per usare un eufemismo, da un confronto serrato all’interno del centrosinistra. Molti dei leader attuali si giocano una fetta rilevante del proprio futuro politico. Resta da capire quanto Elly Schlein sia consapevole che il tentativo di cucinarla a fuoco lento è già iniziato. E che proprio Franceschini, il suo principale sponsor nella corsa alla segreteria, potrebbe rivelarsi la stessa figura pronta ad accompagnarla all’uscita.

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