Matteo Renzi durante la Leopolda a Firenze il 3 ottobre 2026
Matteo Renzi alla Leopolda di Firenze (Ansa)

La stoffa del giocatore s’era vista sin da quando, giovanotto, partecipò per intercessione dello zio Nicola Bovoli, uomo-marketing di Fininvest, alla Ruota della fortuna. Puntava al montepremi. Ha una passione sfrenata, in politica, per l’all in, soprattutto se ci sono di mezzo banche e pubblici denari.

Ieri, chiudendo la quattordicesima edizione della Leopolda a Firenze, Matteo Renzi ha appreso un elemento di marketing dall’illustre zio: «Definire ciò che combatti dice chi sei molto meglio di mille discorsi». Così, per unire le truppe ed evitare critiche, bisogna scegliersi un nemico. Il bersaglio è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che significa colpire governo, politica economica e Lega in una botta sola.

Renzi contro Giorgetti: «Infame quello che ha fatto con Unicredit»

Non vuole più sentire parlare di Giorgetti perché «è infame quello che ha fatto con Unicredit, deve smettere d’intervenire nel risiko bancario». S’era detto che Giorgetti avrebbe esercitato il golden power per impedire a Unicredit di acquisire Bpm. Non è mai successo e appena sei giorni fa la banca guidata da Andrea Orcel – che peraltro ottiene sostegno politico dal governo sull’acquisizione di Commerzbank – ha ribadito: «Le voci di un interessamento su Bpm sono infondate».

In Toscana si dice: cencio dice male di straccio. Perché Renzi non ha titolo per parlare di banche. Vogliamo ricordare il bail in a carico dei risparmiatori delle piccole banche costato 800 milioni ai risparmiatori? E il suo funesto decreto salva-banche con la disparità di trattamento tra i soci delle piccole e il Monte dei Paschi dove Paolo Gentiloni, successore e continuatore di Renzi, ha messo 20 miliardi di soldi pubblici con le dimissioni «spintanee» dell’ad Fabrizio Viola che era in disaccordo col presidente Alessandro Profumo, banchiere vicinissimo al Pd?

E che dire della riforma delle Popolari con tanto di telefonate – su cui la Procura di Roma, che poi archiviò, sentì Renzi come persona informata sui fatti – di Carlo De Benedetti al suo broker a cui ordinò: «Compra azioni delle Popolari, me lo ha detto Renzi»? Era il 16 gennaio 2015. Cinque giorni dopo, il 20 gennaio, il Consiglio dei ministri su proposta di Matteo Renzi approvò il disegno di legge della riforma delle Banche Popolari.

Renzi gioca la partita tra Quirinale, Conte e primarie

Forse dimentico di ciò, ieri il senatore semplice di Rignano sull’Arno si è rappresentato come il croupier della politica dicendo in sequenza queste cose: la Meloni o va al Quirinale o è spacciata, ma con lei al Colle sarebbe presidenzialismo. Se Conte ci vuole, noi siamo pronti al dialogo, ma chiediamo a nostra volta garanzie.

Sull’Ucraina niente tentennamenti: la si difende e non si vende. Come presidente della Repubblica deve esserci «una persona che non sia né sovranista né populista, ma europeista».

Renzi cerca un posto promettendo: «Noi diamo una garanzia sulle primarie, sul Quirinale, sul fatto che non ammaineremo mai la bandiera del garantismo». E aggiunge: «Così come chiediamo garanzie, siamo disponibili a dare garanzie. Poi naturalmente chiamiamo alle primarie la persona più vicina a noi. Ma se si accetta la logica delle primarie, si va fino in fondo con la logica delle primarie».

Disposto a tutto pur di avere un po’ di sottogoverno. Al punto di invitare Forza Italia a strappare col centrodestra.

Renzi corteggia Forza Italia, ma Tajani chiude

Così blandisce i forzisti: «Il mio grande appello va ai riformisti, in particolare di Forza Italia: lasciate il partito e venite con noi, non potete stare con chi nega l’Europa. Le porte sono aperte e sono certo che qualche segnale arriverà a breve».

Proposta che sabato Maria Elena Boschi, delfina di Renzi, aveva già lanciato in tv con Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, che le ha risposto: «Non credo, e neppure da noi c’è posto per voi».

All’offerta hanno risposto i diretti interessati. Roberto Occhiuto, presidente della Calabria e vice segretario forzista, commenta: «Mi verrebbe da ribaltare la domanda: che mai dovrebbero farci i riformisti e i liberali in una coalizione a guida Schlein e Conte?».

Antonio Tajani, vicepremier e segretario di Fi, è più esplicito: «Il centro è uno solo: Forza Italia. Siamo la casa dei moderati, il Ppe in Italia, alternativi alla sinistra e pilastro del centrodestra fondato da Berlusconi. Se credete nel riformismo, nella libertà, nel garantismo, nell’Europa e nell’Occidente la vostra casa non può che essere Forza Italia».

Renzi s’allarga: «Mi vengono chieste garanzie – sempre rivolto a Conte, il che illustra la coesione del campo largo e il capo di Italia viva se non gioca di solito porta via il pallone – in politica non ci sono garanzie. Le riflessioni che fa Conte sono comprensibili e io vorrei lanciare un ramoscello di pace. Ma Elly Schlein è la persona meno adatta a fare la garante per me. Voglio un programma serio e un contratto alla tedesca, ma con i Cinque stelle sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono».

Infine la fiche sul futuro: «Sono convinto che il voto sarà a novembre e l’unica salvezza del centrodestra è che il centrosinistra si divida: dobbiamo evitarlo. Iv ci sarà nella prossima legislatura e saremo determinanti per l’elezione del Quirinale e per il semestre italiano di presidenza europea».

Come dire ai (forse) alleati: fate il vostro gioco, ma le carte le do io.

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