Immaginate un condottiero che, assediato da un rivale tre volte più grande, decida che il modo migliore per difendersi non sia barricare le porte, ma spalancarle per correre a conquistare due regni vicini nello stesso pomeriggio. C’è una linea sottilissima che separa il colpo di genio dalla follia finanziaria: Luigi Lovaglio, l’inarrendevole amministratore delegato di Monte dei Paschi, ha deciso di cancellarla.
Di fronte all’offerta di Intesa Sanpaolo, ha preferito gettarsi in una danza acrobatica. A togliergli la rete è la segretaria del Pd, Elly Schlein che, a differenza di quanto ha fatto il segretario regionale Emiliano Fossi, non si spende molto per favorire l’integrità della banca. Forse per non apparire troppo in sintonia con Giorgia Meloni. Si limita a dire che dovrà decidere il mercato. Per il resto «il Pd resta attento al territorio e alle sue istanze di salvaguardia dell’occupazione e del radicamento territoriale». Ai bizantinismi della Schlein si contrappongono le critiche della City a Lovaglio.
Il Financial Times solitamente misurato, ha preso la mira attraverso la prestigiosa Lex Column bollando l’incredibile contromossa di Mps come «semplicemente assurda». L’analisi è un condensato di scetticismo. Sia per quanto riguarda il piano (inghiottire simultaneamente Banco Bpm e Banca Generali). Sia per lo spartito (tentare una spericolata fusione a quattro, considerando che Siena ha avviato le procedure per incorporare Mediobanca). Infine l’obiettivo: rimanere indipendenti dimostrando che per non essere mangiati basta diventare giganteschi.
Sulla carta, ammette persino il rigido Ft, l’alchimia finanziaria di Lovaglio avrebbe una sua logica: 1,2 miliardi di euro di costi da spazzare via (pari a un valore attuale di circa 8,4 miliardi) e un dividendo straordinario da 4 miliardi. Numeri che porterebbero la quota del 50% degli azionisti Mps nella nuova creatura a superare i 40 miliardi di euro di valore (+15% rispetto alla capitalizzazione attuale).
Peccato che, fuori dai fogli Excel, il mondo reale presenti un conto salatissimo. I prezzi offerti da Mps sono descritti come tutt’altro che generosi. Agli azionisti di Banco Bpm – tra cui un Crédit Agricole scettico – viene proposta una fusione senza l’ombra di un premio. Per Banca Generali, il premio è solo del 10% rispetto alle quotazioni di mercato. Mettere insieme due banche è un’impresa titanica; pensare di shakerarne quattro contemporaneamente significa abbandonare la finanza per entrare nel campo del «pensiero prodigioso». Il verdetto della City è spietato: questa fantasiosa strategia difensiva rischia di essere totalmente controproducente. E i fondi internazionali, spaventati dal fumo dell’esplosione, iniziano a fare marcia indietro.
Mentre da Londra piovono missili, la politica italiana risponde dal Meeting di Rimini con il passo di chi preferisce non fare movimenti bruschi. Marco Osnato, (Fdi) presidente della commissione Finanze della Camera, ha indossato la veste del pompiere per attutire l’ostilità della maggioranza di centrodestra e proteggere la trincea nazionale. Con un perfetto esercizio di equilibrismo istituzionale, Osnato ha gettato acqua sul fuoco: «Non possiamo schierarci e non dobbiamo schierarci. Il mercato valuterà». Nessun timore per i francesi di Crédit Agricole come potenziali soci forti nel Super-Mps? «È un rischio? Non lo so», ha liquidato Osnato, precisando che il governo osserva con la «giusta attenzione» e userebbe il Golden Power solo se venissero violati gli interessi nazionali, cosa che al momento non vede. L’unica cosa che conta per la politica è che la grande massa del risparmio degli italiani non prenda interamente la via dell’estero.
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che dalle pagine del Corriere della Sera ha invitato a guardare oltre il tabellone di Borsa. Giudica architettura di Lovaglio è fin troppo complessa. Per Orsini il vero pericolo è geopolitico: Banco Bpm ha già una forte presenza francese e Generali è un pilastro strategico del Paese. Creare questo mega-polo significa dare vita a una concentrazione mostruosa di potere finanziario.
Il rischio non è chi comanda domani mattina, ma chi potrebbe avere in mano le chiavi della cassaforte tra cinque o dieci anni. Resta da vedere se il «pensiero prodigioso» di Lovaglio diventerà realtà o se la forza di gravtà dei fondi internazionali, veri arbitri della artita, trasformeremo il Grande Mps in un castello di carte.
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