Lovaglio sfida tutti per una Mps da 70 miliardi
Luigi Lovaglio (Ansa)

Luigi Lovaglio ha deciso di non aspettare l’assedio di Intesa Sanpaolo con le mani in tasca. Il ceo di Mps ha presentato il piano per difendere il Monte dall’Opas da 30,6 miliardi con cui Carlo Messina punta a conquistare Mediobanca, la partecipazione del 13,3% in Generali e una parte della rete senese, lasciando l’altra a Unipol.

La risposta di Siena è una doppia Ops, su Banco Bpm e Banca Generali, entrambe pagate con azioni Mps. Chi aderirà alle offerte diventerà quindi azionista del Monte mentre gli attuali soci verranno fortemente diluiti. L’obiettivo è costruire un terzo polo bancario italiano da circa 70 miliardi di capitalizzazione, con oltre 2.600 sportelli e una presenza forte nella banca commerciale, nell’investment banking e soprattutto nella gestione del risparmio.

La mossa su Banca Generali ha anche un effetto particolare. Per finanziarne l’acquisizione Mps venderà circa il 4% di Generali, riducendo dal 13,3% la partecipazione detenuta attraverso Mediobanca. Con la liquidità ricavata finanzierà un dividendo straordinario da 4 miliardi per i propri azionisti. Ma, attraverso l’Ops su Banca Generali, il Leone potrebbe tornare dalla porta principale nell’azionariato del nuovo gruppo con una quota rilevante.

Una partita di giro che potrebbe aprire anche una nuova stagione nella bancassicurazione, considerando che a fine 2027 scadrà la joint venture fra Mps e Axa.Il progetto, però, parte già con qualche scricchiolio. Il cda lo ha approvato con nove voti favorevoli e quattro astensioni: quelle di Paolo Boccardelli, Nicola Maione, Paola De Martini e Antonella Centra, espressione delle liste Caltagirone e Assogestioni. In questa protesta spicca il silenzio di Corrado Passera, ex ad di Intesa e ministro con Monti che, pur essendo stato eletto in cda nella lista di minoranza è diventato un punto di riferimento per Lovaglio. I quattro contestano da tempo lo scarso coinvolgimento del consiglio nelle scelte strategiche. La loro opposizione ha contribuito a trascinare fino a tarda sera il confronto sui termini delle offerte. Il testo finale si conoscerà solo questa mattina prima dell’apertura dei mercati.

È solo l’antipasto delle difficoltà che attendono Lovaglio. In assemblea, convocata per il 29 ottobre, servirà una maggioranza qualificata per effetto della passivity rule che impone il voto dei soci per ogni iniziativa straordinaria progettata dal consiglio d’amministrazione sotto Opa. La compagine azionaria del Monte è tutt’altro che un coro. Delfin e Caltagirone, i due principali azionisti, si sono già trovati su fronti diversi. Poi c’è il problema francese. Crédit Agricole possiede il 29,3% di Banco Bpm e sarà inevitabilmente uno degli arbitri della partita.

I francesi potrebbero restare nel nuovo gruppo trasformando la partecipazione nel Banco in una quota importante di Mps, anche superiore al 10% diventando di fatti i primi azionisti del terzo gruppo bancario in Italia. Oppure potrebbero chiedere di essere pagati in natura, con filiali e sportelli da portare nella loro banca italiana. Ed ecco il paradosso: Lovaglio vuole evitare lo spezzatino del Monte temuto con l’operazione Intesa-Unipol, ma rischia di dover negoziare uno spezzatino del Banco Bpm. Il pollo, in questa storia, rischia di finire sul tavolo già tagliato: ai francesi qualche pezzo, a Siena gli altri, e agli azionisti il conto.

Sullo sfondo resta Intesa, che difficilmente assisterà in silenzio alla controffensiva Ha convocato l’assemblea per il 10 settembre: dovrà approvare l’aumento di capitale a servizio del blitz su Siena. Sarà anche l’occasione per Messina di annunciare un rilancio. Per il momento è un’ipotesi remota. Il capo di Intesa l’ha esclusa ripetutamente. Però l’iniziativa di Lovaglio potrebbe cambiare lo scenario. Resta anche l’inchiesta della Procura che coinvolge l’amministratore delegato di Mps. Un altro elemento di pressione su una partita già complicata.Il Monte, insomma, ha scelto di contrattaccare. Ma la doppia Ops è soltanto l’inizio. Adesso Lovaglio deve trovare gli alleati, convincere gli azionisti e soprattutto impedire che il suo ambizioso progetto finisca schiacciato fra Intesa da una parte e i francesi dall’altra. A Siena hanno alzato il ponte levatoio. Il problema è capire quanti soldati ci saranno sulle mura quando arriverà l’assalto vero.

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