Il sipario è calato prima ancora che gli attori entrassero in scena. Nel grande teatro del sistema bancario la fusione tra Banco Bpm e Monte dei Paschi non è stata bocciata, semplicemente non è mai decollata. Il consiglio di amministrazione di Banco Bpm, su proposta dell’amministratore delegato Giuseppe Castagna ha deciso all’unanimità di archiviare un progetto che soltanto poche settimane fa sembrava destinato ad animare l’estate.
La motivazione ufficiale è tutta nelle poche righe diffuse al termine del consiglio. A quasi due mesi dalla lettera inviata il 7 giugno a Siena, «non si sono verificate le condizioni per giungere a un accordo condiviso». Insomma il tempo è scaduto, la finestra si è chiusa e nel frattempo il panorama è cambiato. L’Opas da 30,4 miliardi lanciata da Intesa su Mps ha modificato il perimetro del tavolo, rendendo impraticabile l’apertura di un secondo negoziato.
È come se, durante una partita a scacchi, uno dei giocatori avesse improvvisamente sostituito la scacchiera con un tavolo da poker. A quel punto le strategie precedenti non servono più. Cambiano le regole, cambiano i protagonisti e soprattutto cambia il finale. Con la rinuncia di Banco Bpm, la strada verso Siena si libera inevitabilmente per Intesa.
L’operazione che fino a ieri doveva fare i conti con l’ipotesi di una contro-architettura industriale trova adesso un’autostrada senza traffico. Montepaschi diventa così il tassello destinato a completare il mosaico immaginato da Carlo Messina, mentre Banco Bpm torna a giocare da sola. Ma per quanto? Le voci di Borsa parlano di un rinnovato interesse di Unicredit dopo lo stop che impose il governo con il golden power.
In realtà il destino del matrimonio con Mps era apparso segnato già nelle prime ore della giornata. Da Parigi era arrivata una raffica di dichiarazioni che aveva il sapore di un semaforo rosso. Crédit Agricole aveva ricordato al mercato un principio tanto semplice quanto decisivo: in Banco Bpm nulla può essere fatto senza il suo consenso e, soprattutto, nulla può essere fatto contro il suo consenso. Il gruppo francese possiede infatti il 29,3% dell’istituto di Piazza Meda.
Una partecipazione che non è soltanto finanziaria ma rappresenta una vera leva di governo. L’amministratore delegato Oliver Gavalda ha spiegato di non essere a conoscenza di alcun progetto concreto tra Montepaschi e Banco Bpm e di non essere mai stato coinvolto in eventuali discussioni. Ancora più significativa la valutazione industriale: è difficile immaginare come una combinazione tra i due istituti possa creare valore.
Con poche frasi vengono così spazzate via settimane di indiscrezioni. Se il primo azionista non vede il senso difficilmente quell’operazione può trovare le gambe per camminare. A rafforzare il messaggio è arrivata anche Clotilde L’Angevin, direttore generale del gruppo francese. A Bloomberg Television ha chiarito quale sia il disegno industriale che i francesi considerano davvero interessante: un’integrazione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia, l’operazione che consentirebbe di creare valore e consolidare ulteriormente la presenza del gruppo nel nostro Paese.
Il ragionamento non è casuale. Per Parigi l’Italia non rappresenta più una semplice espansione internazionale. È diventata il secondo mercato domestico del gruppo. I numeri del primo semestre raccontano una realtà ormai profondamente radicata: oltre un miliardo di utile netto, ricavi in crescita e una redditività che conferma la solidità del modello italiano. Da qui la convinzione che la strada più naturale non passi da Siena ma da un rafforzamento diretto della presenza di Crédit Agricole nella penisola. I francesi, però, non hanno alcuna fretta. L’Angevin ha anche precisato che il gruppo non ha ancora chiesto alla Banca centrale europea l’autorizzazione a superare la soglia del 30% di Banco Bpm. Nessuna accelerazione, nessuna mossa avventata. La strategia è quella di chi preferisce aspettare che siano gli altri a consumare energie, osservando la partita da una posizione di forza.
Il risultato è che il risiko bancario cambia ancora una volta volto. Banco Bpm esce dal tavolo delle trattative con Siena, Intesa vede spalancarsi la porta verso Siena e Crédit Agricole ricorda a tutti di essere il convitato di pietra di ogni futuro riassetto di Piazza Meda. Nella finanza, come nei thriller il colpo di scena arriva solo alla fine. E questa volta il silenzio arrivava da Parigi. È bastato romperlo con poche parole per far capire che certe operazioni non si misurano solo con i miliardi o con le sinergie. Si misurano con il peso degli azionisti. E quando uno di loro sfiora il 30%, può bastare un semplice «non ci convince» per trasformare un matrimonio annunciato in un funerale celebrato prima ancora delle nozze.
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