Padoan «azzanna» Visco fuori tempo massimo
Nel suo pamphlet contesta la linea sulle Popolari, ma da ministro non mosse un dito contro Bankitalia. Allora avrebbe dovuto parlare e invece lo ha fatto solo oggi mettendosi da solo in un cul de sac. Mentre Lega e 5 stelle sollevano la necessità di un ricambio ai vertici per portare discontinuità, Pier Carlo Padoan se ne esce fornendo loro un grande assist.

Il tempismo non è una delle doti dell’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Sembra incline a tacere quando dovrebbe parlare e viceversa. È in libreria un suo pampleth dal titolo quasi eccitante: Il sentiero stretto… e oltre. Il professore eletto con il Pd al collegio di Siena delinea due scenari per l’Italia, tra soli quattro o al massimo cinque anni: fuori dall’euro, e quasi dall’Europa, o nel gruppo dei Paesi migliori. Ma si decide adesso. In pratica è la sintesi del detto popolare (riportiamo la versione bresciana): «Quando la Maddalena (il colle che domina la città, ndr) ha il cappello (è circondata da nuvole, ndr) o pioverà o farà bello». La stessa scuola di pensiero applicata all’economia garantisce esiti iper affidabili. Non potrà mai essere smentita.

Infatti, le parti interessanti del libro sembrano più essere i dettagli, le sfumature. Peccato siano gli stessi sui quali l’ex ministro finisca con l’inciampare. Tre mesi fa, Padoan chiude le bozze e a partire da pagina 58 inserisce un lungo paragrafo dedicato a Bankitalia nel quale si spiega la motivazione per cui il Pd decise di sostenere Matteo Renzi nella sua battaglia contro Ignazio Visco. «Il governatore della Banca d’Italia non ha fatto altro che applicare la normativa europea, alquanto complessa e contraddittoria, come abbiamo ricordato», si legge. «Presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, Visco ha sottolineato che la gestione delle crisi bancarie non aveva evidenziato carenze generalizzate della vigilanza. Quando emerse la necessità di attivare il burden sharing, si ipotizzò uno scenario in base al quale Etruria, Marche, Chieti e Ferrara, ripulite delle sofferenze, sarebbero poi state nuovamente appetibili sul mercato. Non è andata proprio così», commenta con un certo eufemismo. «Il collocamento è avvenuto successivamente e non senza fatica. Si è cercato di utilizzare al meglio gli spazi che il nuovo sistema di regole concedeva. Per concludere sulle banche, osservo come il bilancio della legislatura non si esaurisca con la gestione delle crisi. Abbiamo attuato due importanti riforme: banche popolari e di credito cooperativo, fondazioni». L’encomio finale è comprensibile, solo che la riforma delle Popolari ha portato pochissimi vantaggi e ha lasciato nel guado tutti gli istituti di taglia media e piccola. Come si evince dall’impossibilità di vendere e acquistarne i titoli relativi. Appare altresì buffo che oggi Padoan bastoni Visco, quando all’epoca dei fatti non alzò nemmeno un dito per fare critica. Salvo allinearsi in modo fedele alle scelte di Renzi alla fine del governo Gentiloni. E comunque lo fece in silenzio. Allora avrebbe dovuto parlare e invece lo ha fatto solo oggi mettendosi da solo in un cul de sac. Mentre Lega e 5 stelle sollevano la necessità di un ricambio ai vertici per portare discontinuità, Padoan se ne esce fornendo loro un grande assist. Eppure, a voce, si unisce al coro delle prefiche che piangono perché nessuno deve toccare Bankitalia. Ieri anche i sindacati hanno detto la loro. «L’autonomia di Banca d’Italia non è in discussione. Come invece rafforzare gli strumenti della vigilanza, del controllo, in modo particolare preventivo, deve essere il tema che ci deve invece appassionare tutti», ha detto la leader nazionale Cisl, Annamaria Furlan. «Anche questa vicenda è una cartina al tornasole del modus operandi del governo: si parla di nomi, si vuole ledere l’autonomia di Bankitalia che non è assolutamente concepibile e non si affronta, invece, il problema vero: come noi oggi andiamo a riformare tutte le authority di vigilanza». Ecco su come fare la riforma meglio non chiedere a Padoan. È ancora vittima della sindrome dell’Ocse. Fare i tecnici da quelle parti comporta la fortuna di vivere in una boule de neige. Fuori da quella bisogna prendere decisioni vere.

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