Toscana come il Lazio. La pillola abortiva arriva in ambulatorio
Ansa
Una delibera regionale targata Pd vuole rendere l’interruzione di gravidanza un gioco da ragazzi. E la Chiesa sta in silenzio.

Una stanza con un ecografo, una sala d’attesa e un servizio di accoglienza per le donne che intendono interrompere la gravidanza. Basterà questo per rendere un normale ambulatorio agibile e adeguato alla somministrazione della pillola Ru486. Accade in Toscana, pioniera nell’introduzione dell’aborto farmacologico. Negli uffici della giunta regionale, guidata dal veterano del Pd Enrico Rossi, è pronta la delibera che consentirà di ampliare il ventaglio di punti di erogazione della pillola abortiva Ru486. La delibera comporta che la pillola possa essere erogata anche in ambulatori collegati a strutture ospedaliere, evitando così l’attuale prassi del day hospital.

Una decisione che sembra non aver sollevato grandi polemiche negli ambienti cattolici. Se il bacio di Matteo Salvini al rosario e l’invocazione della protezione della Vergine hanno fatto sussultare alti prelati al punto da monopolizzare gli ordini del giorno della Conferenza episcopale italiana, altrettanto non può dirsi della distribuzione urbi et orbi della pillola dell’aborto. Eppure fino a oggi era stato proprio il Lazio, unica Regione in Italia, a prevedere la possibilità di distribuire la pillola in strutture ambulatoriali.

Ma in Toscana la corsa all’aborto facile, e non chirurgico, ha visto già precedenti fasi di sperimentazione. Già dallo scorso ottobre la Ru486 è disponibile all’ospedale di Empoli per le donne che fanno richiesta dell’aborto farmacologico, come previsto dalle normative nazionali e regionali. La somministrazione avviene settimanalmente, nel poliambulatorio, in ambienti dedicati e riservati. «Bene che siano state ripristinate le condizioni per garantire alle donne un diritto sancito e riconosciuto dalla legge dello Stato», dichiarava nell’ottobre 2018 Brenda Barnini, sindaco di Empoli. Decisamente più spinta è stata invece la campagna del governatore Rossi avviata a novembre. Preservativi gratis a tutti gli under 26: questa l’iniziativa. «Una decisione fondamentale per contrastare malattie sessualmente trasmissibili, evitare gravidanze indesiderate, ridurre il ricorso all’aborto», scriveva il 12 novembre 2018 sul suo profilo Facebook il presidente della Regione Toscana. Una campagna, però, che non mirava esclusivamente alla prevenzione. «La gratuità», precisava Rossi, «riguarda moltissimi altri metodi anticoncezionali come pillola, cerotto, anello, pillola del giorno dopo, spermicidi e spirale». La Toscana è stata la prima Regione a far entrare la Ru486 nel suo sistema sanitario, attraverso l’importazione del medicinale dall’estero caso per caso.

In Italia, la legge 194 ha segnato uno dei momenti di maggiore discussione per la storia delle famiglie italiane. Nata nel 1978, pose fine alla piaga degli aborti clandestini. Ma è nel 2009 che avviene un altro cambiamento: in Italia viene consentita la commercializzazione della Ru486, concedendo alle donne la possibilità di scegliere fra aborto chirurgico e farmacologico. In Italia l’aborto medico è consentito entro 49 giorni dall’inizio dell’ultimo flusso mestruale. Il ministero della Salute ha imposto che durante tutto il trattamento con la pillola Ru486, la donna sia ricoverata in ospedale. Il mifepristone, principio attivo della pillola, già da tempo viene utilizzato praticamente ovunque in day hospital. Alla donna vengono consegnati i farmaci, dopo che li ha assunti si ferma per un po’ nella struttura sanitaria, poi torna a casa con un numero di telefono da chiamare in caso di emergenze. Rientra in ospedale per fare i controlli ed eventualmente prendere altri medicinali.

La delibera della giunta regionale toscana supera, invece, la fase del ricovero rendendone la fruizione possibile anche in ambito ambulatoriale, nei consultori. Arriva così alla conclusione un lungo percorso, iniziato nel 2014. In quell’anno al consiglio regionale dei sanitari, che oggi non esiste, venne chiesto un parere riguardo alla possibilità di somministrare il farmaco all’interno dei consultori. Si tratta della strada che ha intrapreso poi il Lazio. Insomma, l’organo tecnico-medico della Regione diede un parere favorevole, ma l’assessorato alla Salute non ha mai emanato i provvedimenti necessari a dar seguito a tale suggerimento. E così si è tutto bloccato. Fino a qualche giorno fa.

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