- Il via libera della commissione alla Camera, chiesto dalla «Verità», è positivo. Ma non deve limitare l’accesso al pass solo con i molecolari. Dopodiché bisogna investire su questa idea se si vuole evitare che sia una farsa
- Solo due gazebo della Croce rossa italiana su 12 rilasciano il certificato dopo l’esame Per colpa della burocrazia mancano gli accreditamenti, a eccezione di Roma e Milano
Lo speciale contiene due articoli
Per una volta che il Parlamento e i partiti – a lungo sollecitati dal nostro giornale – sembrano disposti a prendere una decisione ragionevole, verrebbe voglia di fare festa. Preso dall’entusiasmo, uno sarebbe portato a dire: ma allora non è tutto inutile, le campagne giornalistiche e civili servono ancora a qualcosa, magari si riesce ad andare oltre le polarizzazioni e indurre anche forze litigiose a convergere su qualcosa di concreto. Purtroppo, però, superato il primo momento di euforia, la realtà ti riporta subito con i piedi per terra.
Stiamo parlando della campagna della Verità a favore dei tamponi salivari rapidi. Questo giornale, che qualche fazioso accusa di indicare solo problemi, in realtà si fa costantemente carico di proporre soluzioni, percorsi razionali e praticabili. E a maggior ragione l’abbiamo fatto per tutta questa estate, prevedendo (profezia purtroppo azzeccata) un settembre nero, una ripresa fatta di tensioni sociali e problemi irrisolti. Ecco, l’altro giorno, in commissione alla Camera, il governo, riformulando due emendamenti (uno della Lega e uno dei grillini), ha accolto la direzione di marcia che La Verità aveva indicato, includendo anche i tamponi salivari tra gli strumenti che danno diritto a ottenere il green pass.
Purtroppo, però, una volta imboccata la strada giusta, anziché premere l’acceleratore, il governo ha schiacciato il pedale del freno. In che senso? Nel senso che l’ok ai tamponi salivari è stato limitato a quelli cosiddetti molecolari. Apparentemente, può sembrare un dettaglio. I più magnanimi potrebbero dire: accontentiamoci di questo primo passo, o comunque prendiamo atto dell’accoglimento del principio. E in effetti, già nell’edizione di ieri, La Verità ha valorizzato la notizia, riconoscendo all’esecutivo un primo comportamento improntato alla buona volontà.
Ma purtroppo non basta. I tamponi salivari molecolari sono quelli che richiedono un passaggio in laboratorio: il campione di saliva, come si dice con brutto anglicismo, va «processato». Il che impone dalle 12 alle 36 ore per ottenere la risposta. Morale: anche quando l’esito è confortante (cioè negativo), tutta l’operazione diventa una mezza presa in giro, considerando che il valore del tampone è di sole 48 ore, che vanno conteggiate non dal momento in cui uno riceve la risposta, ma da quello in cui viene fatto il test.
Ciò che invece serviva e serve è che il Parlamento dia semaforo verde al tampone salivare rapido, quello che assicura la risposta in soli 10 minuti. Tecnicamente, si parla di «lollipop»: un vero e proprio lecca lecca, che consente dopo pochi minuti di sapere se si è negativi o no.
Non è una questione di lana caprina. Tra i due strumenti la differenza è enorme. Si pensi, nel secondo caso (quello del lecca lecca), agli effetti benefici in una situazione in cui più persone sono chiuse per molte ore al giorno in uno stesso spazio, ad esempio a scuola o in azienda. Se c’è un caso di positività, adesso, c’è il rischio altissimo di finire tutti in quarantena (o, nel caso della scuola, in didattica a distanza). Al contrario, con l’adozione del tampone salivare rapido, saremmo davanti a un piccolo uovo di Colombo: test immediato (e non invasivo) per tutti, e possibilità di proseguire le attività regolarmente circa un quarto d’ora dopo.
Che cosa servirebbe allora? Tre passaggi. Primo: che governo e Parlamento diano l’ok a questo strumento. Secondo: che i costi non siano a carico del cittadino, come invece accade oggi. Terzo: che sia nel settore privato sia nel settore pubblico questo mezzo non sia usato solo «a campione», ma in modo sistematico e a tappeto, come strumento costante di screening. Per il momento, è solo previsto un programma di «scuole sentinella», con appena 110.000 studenti che saranno sottoposti al test ogni 15 giorni. Per avere un’idea degli ordini di grandezza differenti, la Francia prevede da questo settembre (e parliamo solo della scuola) di usare 600.000 tamponi salivari a settimana.
La verità è che due cose remano contro i tamponi salivari rapidi. La prima è un retropensiero della comunità scientifica: alcuni sono convinti che l’adozione su larga scala del tampone salivare a risposta immediata rappresenterebbe un disincentivo alla vaccinazione. Tesi curiosa: come se il vaccino, anziché un mezzo, fosse divenuto un fine in sé.
La seconda è un retropensiero più politico, non meno odioso: la semplicità di questo tipo di screening avrebbe l’effetto di farci riavvicinare alla normalità, di toglierci la «scimmia» del Covid dalla spalla. Finirebbe l’emergenza: alla quale qualcuno, ai piani alti della politica romana, sembra essersi affezionato. Uno stato d’eccezione semiperenne, la riduzione dei dissenzienti a fastidiosi dissidenti: non disturbate il manovratore, insomma. Proprio per questo, a maggior ragione, è giunta l’ora di voltare pagina.
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