Le scuole portano Giuseppi davanti al Tar
  • Genitori, associazioni e un gruppo di istituti privati e paritari si sono appellati al tribunale del Lazio contro il Dpcm di Conte che vieta di tornare sui banchi. L’avvocato Federico Freni: «I bambini hanno bisogno di ossigeno e molti asili rischiano il fallimento».
  • Tra le nuove regole, obbligo di mascherina. Battuta su verginità al ministro, caos in Aula.

Lo speciale contiene due articoli

Hanno finalmente riaperto tutti: parrucchieri. Chi manca all’appello? Guardatevi intorno. Eccoli lì, sempre più pallidi e nevrastenici: i bambini. Le scuole, di ogni ordine e grado, rimangono chiuse fino a data da destinarsi.

Alle elementari, almeno, sono stati svogliatamente intrattenuti dalla didattica a distanza. Per i bambini sotto i sei anni, invece, il governo non ha profuso nemmeno gli usuali e confusi balbettii. Niente di niente. Se non il modesto bonus baby sitter. Ops! L’Inps, ancora ieri, spiegava laconico sul suo solito turbosito che «è impossibile fare domanda». E poi, ci sarebbero gli improbabili congedi parentali. Per carità, il governo s’è dimenticato di tutti. Ma soprattutto dei bambini. Estenuati dall’infruttuosa attesa, genitori, scuole e associazioni hanno presentato ieri al Tar del Lazio un ricorso contro l’ormai mitologico Dpcm del 10 maggio 2020, adottato «per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid». Ovvero lo stentoreo decreto con cui il nostro presidente del consiglio, Giuseppe Conte, sospende ad libitum le attività didattiche. In particolare, si chiede di annullare il comma che non consente la riapertura delle scuole d’infanzia. Mentre, allo stesso tempo, permette l’organizzazione dei centri estivi. La richiesta viene da genitori di tutta Italia. Ma tra i firmatari ci sono sono anche associazioni, tra cui il Comitato EduChiAmo di Confapi, la Confederazione italiana delle piccole e medie imprese. E blasonate paritarie, come il Canadian island di Firenze.

Insomma, il ricorso è fondato su un assioma diventato dubbio amletico: se i giallorossi hanno ritenuto sicuro far ripartire i centri estivi, perché non possono farlo nidi e materne? Che, tra l’altro, sono più attrezzati e sicuri di strutture spesso improvvisate. Già, perché? Mistero.

«Una discriminazione che appare non giustificata» scrivono gli avvocati Federico Freni ed Evaristo Maria Fabrizio, dello studio legale Quorum. Eppure gli asili sarebbero un sostanziale aiuto per i genitori, altro che micragnosi bonus o penalizzanti congedi. E non si tratterebbe di una riapertura di bandiera. L’anno scolastico, per loro, termina il prossimo 31 luglio. Per chi lavora, sarebbe l’agognata svolta dopo mesi di arduo ménage. Per i bambini, la ripresa di una controllata socialità con i vecchi compagni. E magari eviterebbe pure di richiamare in servizio effettivo e permanente i nonni. Quelli che restano più a rischio.

L’avvocato Freni, che segue la causa pro bono, spiega: «Anch’io ho due figlie: di tre e cinque anni. E so benissimo che sospendere scuole e servizi educativi ha avuto ricadute drammatiche su bambini e ragazzi. Hanno letteralmente perso tre mesi cruciali di vita. I più piccoli sono quelli a cui è andata peggio: non hanno avuto nemmeno lo sfogo della didattica a distanza».

E il futuro si annuncia ancor più tribolato. Lucia Azzolina, titolare dell’Istruzione, resta la più improbabile tra gli improbabili. La vaghezza regna sovrana. La scuola sembra l’ultimo problema dei giallorossi. Intanto in Francia l’omologo ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer, annuncia: «Tutte le scuole verranno riaperte a partire dall’inizio della fase 2, vale a dire il 2 giugno prossimo». In Italia invece, piuttosto che focalizzarsi sugli scompensi sociali ed educativi, si continuano a confondere le acque: meglio dunque discettare a oltranza sui concorsi dei precari. Intanto, i bambini restano chiusi a casa. In attesa che passi la paura.

Sul ricorso contro il Dpcm, il Tar laziale si pronuncerà entro la prima metà di giugno. I ricorrenti sperano che il tribunale amministrativo possa dare al governo precise indicazioni in vista del prossimo decreto, atteso il 14 giugno 2020, che sostituirà quello in vigore. Insomma, nuovi vincoli per la ripresa di nidi e materne. «Sarebbe anche una boccata d’ossigeno per gli asili» aggiunge Freni. «Sono micro imprese private che, da giugno, non avranno né credito d’imposta per l’affitto né cassa integrazione per i dipendenti. Molti hanno rinunciato alle rette o non riescono a riscuoterle. Tanti rischiano di fallire». L’incurante Giuseppi, nel «poderoso» decreto Rilancio, ha nel frattempo previsto 1,5 milioni per le scuole. Ma alle paritarie andranno solo bruscolini. E una su tre rischia di non arrivare a settembre. Con le statali che, già nel marasma, sarebbero pure costrette ad accogliere centinaia di migliaia di nuovi alunni.

Così l’esasperazione cresce. Alcuni protestano inferociti davanti a Montecitorio. Altri sono costretti a chiedere l’intervento della giustizia amministrativa. «È inaudito che non ci siano ancora garanzie sulle riaperture di nidi e scuole dell’infanzia» assalta la deputata leghista Alessandra Locatelli, ex ministro della Famiglia. «Un’incertezza che ha causato drammatiche ricadute sulla formazione e ulteriori diseguaglianze. In altri Paesi l’attenzione per i bambini è stata prioritaria. Invece, il governo italiano li ha totalmente dimenticati. Per non parlare dei disagi e i problemi della forzata permanenza in casa». Eppure Giuseppi e suoi continuano a sembrare degli impenitenti scapoloni, senza figli né famiglia. Meglio dare la priorità ai concorsi per i precari della scuola. Le elezioni potrebbero essere dietro l’angolo.

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