Verdi in battaglia contro il fato sulle spalle del suo amato Manzoni
Brescia&Amisano;/Teatro alla Scala
  • Chailly punta su un cast stellare per riaffidare, dopo 59 anni, l’inaugurazione della stagione a «La forza del destino» del Cigno di Busseto. Nel finale milanese irrompe la speranza, sulla scia dei «Promessi sposi».
  • Il basso moscovita Alexander Vinogradov che interpreterà il Padre guardiano: «È evidente che il compositore avesse grande fede nell’umanità, ma anchein qualcosa di più grande. Da agnostico mi sembra che per il cristiano il punto cruciale sia accettare il disegno divino nella sua vita.
  • Il membro del Club dei 27, Carlo Aversa, battezzato col nome dell’opera «maledetta»: «Dal cantante morto sul palco all’invasione della Polonia, le dicerie si sprecano. Temo di più i registi».

Lo speciale contiene un articolo e due interviste.

«Una musica che ci stacca da terra, che ci eleva. Pagine immense che quasi non si possono provare perché sono troppo alte, troppo al di sopra di noi». Riccardo Chailly, il direttore musicale che ha avuto il coraggio di riaffidare alla Forza del destino di Giuseppe Verdi il «capodanno» del teatro alla Scala, che al Piermarini casca il 7 dicembre, alza le mani. La parte finale del secondo atto è il suo punto debole. Davanti alla scena della Vergine degli angeli, ha raccontato ieri nella presentazione della Prima di Sant’Ambrogio, «qualsiasi intervento razionale di concertazione può solo interferire negativamente sulla parabola del viaggio timbrico di questo quadro».

Dalla primissima prova al pianoforte all’ultima di questi ultimi giorni con il coro e l’orchestra, la voce di Anna Netrebko (Donna Leonora) ha commosso il cast e i tecnici presenti. Ed è solo uno dei momenti sublimi (Chailly ne identifica addirittura sette) di un titolo che, come accennavamo, richiede una certa temerarietà. Non solo perché per i fedeli alla scaramanzia, che in teatro può diventare religione, stiamo parlando della Morte nera delle opere, sospettata di essere portatrice di disgrazie e calamità. Ma soprattutto per la sua estrema complessità e ampiezza.

Chailly, com’era prevedibile, ha scelto la versione del 1869 ripensata dal Cigno di Busseto proprio per la Scala (con la quale si era riappacificato dopo un quarto di secolo circa), sette anni dopo la prima inaugurazione assoluta al Teatro imperiale di San Pietroburgo. E la partitura selezionata è l’edizione critica curata per Ricordi da Philip Gossett e William Holmes nel 2005, nella forma integrale, per circa tre ore di musica. Un’abbondanza necessaria per mettere fine al digiuno del Piermarini che da ben 59 anni non inaugura una stagione con la Forza (bisogna tornare addirittura al 1965, grazie alla bacchetta di Gianandrea Gavazzeni). Un capolavoro che, al di là del 7 dicembre, Milano attende dal 2001 (quando Valery Gergiev diresse la versione di San Pietroburgo, mentre Riccardo Muti nel 1999 ridiede vita per l’ultima volta a quella scaligera). Per il Piermarini Verdi aggiunse la Sinfonia iniziale, la scena della ronda con il coro del terzo atto e il trio conclusivo dell’opera.

Ed è proprio il finale «milanese» a cambiare completamente il senso della storia. La vicenda, in estrema sintesi, ruota attorno all’amore impossibile tra Donna Leonora e Don Alvaro (sulla scia del romanzo di Àngel de Saavedra, Alvaro o la forza del destino). Il libretto di Francesco Maria Piave, terminato da Antonio Ghislanzoni, ci porta nella Spagna del XVIII secolo. Il padre di Leonora non accetta la relazione tra la giovane e un meticcio. Scoperto il tentativo di fuga dei due amanti, il Marchese resta ucciso da un colpo accidentale partito dalla rivoltella gettata a terra da Don Alvaro (in scena il tenore Brian Jagde, che sostituisce Jonas Kaufmann). Una tragedia frutto del caso o di un destino beffardo che stravolge la vita dei due innamorati, ma anche quella di Don Carlo (interpretato dal baritono francese Ludovic Tézier), che dedicherà tutta la sua vita a una missione: uccidere la sorella e il suo compagno per vendicare il padre. Leonora, schiacciata dal senso di colpa, si ritira in un eremo. Alvaro fugge in Italia a combattere una guerra che non gli appartiene e diviene, fatalmente, amico di chi lo vuole uccidere.

Nell’epilogo di San Pietroburgo (1862) la morte domina la scena, la speranza soccombe davanti a un fato irridente. E davanti alla maledizione che si materializza nell’uccisione della sua amata, Don Alvaro si getta da una rupe, nell’orrore generale, imprecando contro il cielo («Apriti o terra, mi ingoi l’inferno!… precipiti il cielo… pera la razza umana!»). Mentre nella versione scaligera (1869), pur dominata dal dolore, filtra un raggio di luce. È il Padre guardiano (ruolo che toccherà al basso russo Alexander Vinogradov) a indicare il cambio di prospettiva. La brutalità resta, ma è fuori scena, Leonora non è solo «morta», ma è «salita a Dio». Le bestemmie di Alvaro vengono sopite dal francescano che invita l’infelice alla conversione («Non imprecare umiliati… D’ira e furor sacrilego non profferir parola… Il suo morir ti apprenda la fede e la pietà»). Impossibile non vedere nel religioso i tratti del Fra Cristoforo ideato da Alessandro Manzoni, così come la figura tragicomica di Fra Melitone sembra parente del don Abbondio dei Promessi Sposi. «Quello è un libro vero; vero quanto la Verità», scriveva Verdi, «uno dei più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo un libro, ma una consolazione per l’umanità». Una stima ricambiata dal celebre scrittore («A Giuseppe Verdi, gloria d’Italia, un decrepito scrittore lombardo», recitava un biglietto inviato all’amico). Nessuno sa cosa si dissero i due nel loro unico incontro a Milano, il 30 giugno del 1868 (a pochi mesi dal ritorno alla Scala), ma sembra quasi che in questo corpo a corpo con il destino Verdi abbia ricevuto da Manzoni l’arma della speranza.

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