Un piano d’azione su scuola e cultura contro i cannoni degli artisti organici
Elodie (Ansa)
La svolta casiniana di Guccini prelude all’assalto di Vip e influencer che subirebbe la destra, se oggi vincesse le elezioni. Come reggere l’urto? Sottraendo ai progressisti il monopolio su insegnamento, musei, cinema e tv.

Francesco Guccini, senza nemmeno imbracciare la chitarra, ha scritto le parole di una delle sue canzoni più tristi, una ballata malinconica per la sinistra vecchia e stanca, aggrappata a un lontano passato come un avvinazzato al suo bicchiere di rosso. L’atroce parabola sta tutta lì, in un paio di frasi. E nel bizzarro spettacolo offerto dal grande cantautore, che si dichiara «un anarchico libertario» ammiratore di Pietro Nenni e poi si ritrova a dover votare Pier Ferdinando Casini solo perché il Pd glielo ha piazzato nel collegio di Bologna, a sfidare Vittorio Sgarbi. Eccola, la differenza tra i sogni e la realtà, misurata sull’arso terreno della campagna elettorale.

Stupisce un filo che Guccini (da tanti amato per l’antica apertura della sua mente e la libertà dei suoi versi) pur di restare fedele alla linea del fu partitone rosso non sia disposto nemmeno a considerare il vulcanico Sgarbi, con cui senz’altro potrebbe condividere la vocazione libertaria, e un robusto amore per l’arte. Dispiace di vederlo fin troppo cementato nel ruolo di mostro sacro al servizio di una causa che sembra non appartenergli del tutto, a snocciolare commenti acidi su Giorgia Meloni, Matteo Salvini e pure Gianluigi Paragone, che qualche volta ebbe l’ardire di suonare i suoi classici in tv.

Riflettendoci bene, tuttavia, non c’è proprio nulla di cui sorprendersi, perché quell’ideologia funziona esattamente così: contagia, infetta anche i cervelli più splendenti. Impigrisce, l’ideologia, racconta storie che ammaliano e sono talmente potenti da annichilire la realtà: che cos’abbia in comune il cantore in eskimo della rossa Bologna proletaria del tempo andato con i portavoce del super Stato neoliberale è impossibile da comprendere se non in una condizione di totale estraniamento dall’esistenza concreta. Ancora più difficile è figurarsi come l’autore dell’Avvelenata possa finire a votare un democristiano, iscrivendosi così alla eletta schiera dei cantautori, «che si vende alla sera per un po’ di milioni». Il vero metaverso, in fondo, è quello costruito dalla propaganda politica.

E se per Guccini possono risultare dirimenti vecchie incrostazioni, per tantissimi e molto meno illustri suoi colleghi a contare è la convenienza. Non è nemmeno una brutale faccenda di soldi, è più una questione ambientale: l’intero sistema dei media e dell’intrattenimento è fondato sulla totale aderenza al pensiero dominante, ne è il principale alimentatore, e chi si chiama fuori ne ottiene in cambio l’oblio condito da qualche risata di scherno. Dunque si sono messi tutti in fila, i bravi soldatini, a lanciare anatemi contro la perfida destra e i populisti. Nelle montagne russe della dignità si passa da Pif a Elodie, e si ode ovunque lo stesso pietoso ritornello: l’intellettuale come si deve sta col Pd, e non con altri, non van bene neppure i partiti cosiddetti antisistema perché bisogna evitare il ritorno del fascismo.

Aveva ragione ieri Il Foglio (ogni tanto accade), per la penna di Andrea Minuz, a notare che per la scombinata truppa degli artisti organici (nel senso della raccolta differenziata, chiosiamo noi) la partita è comunque vinta. Qualora vincesse la destra, e se finissero in Parlamento pure gli alternativi, verrà montato il circo delle grandi occasioni. Sarà un quotidiano gridare al fascismo immaginario, ci sarà un (finto) regime a cui opporsi, e pazienza se quello che potrebbero costituire i liberal in caso di vittoria sarebbe molto, molto peggiore. Avremo tutti i talk show, tutti i giornali, tutti i concerti, i film e le serie tv uniti in una sola, enorme, Bella ciao collettiva. Non è una possibilità: è una certezza.

Occorre, quindi, prenderne coscienza alla svelta per almeno due ragioni. In primis, qualunque «non sinistra» che capiti al governo dovrà essere pronta a una opposizione furibonda che sarà soprattutto (anzi, quasi esclusivamente) mediatica e culturale. Secondo punto: l’unica strada per contrastare il cannoneggiamento mediatico coincide con il sentiero che la «non sinistra» dovrebbe imboccare se volesse realmente, una volta tanto, imprimere una svolta a questa nazione. In poche parole semplici: bisogna agire sulla cultura e sulla scuola. Con impeto gramsciano, sì, ma non per stabilire una nuova egemonia funzionale al mantenimento del potere, bensì per tentare, almeno, di salvare l’Italia dal tracollo. La cultura si cambia interessandosene, innanzitutto. Nominando nei luoghi che contano non soltanto gli amici e i servi, ma le persone di valore che non mancano e che sono in grado da sole di garantire un adeguato bilanciamento. Si fa occupandosi di musei, teatri e persino locali da ballo. Si fa investendo sulle produzioni televisive e digitali, magari allargando lo sguardo oltre i soliti quattro amici buoni per ogni stagione, o i falsi amici che per adeguarsi al clima toglieranno dalla scaletta i canti partigiani per riproporli non appena l’aria sarà di nuovo mutata. Si fa proponendo festival nuovi, senza necessariamente cancellare quelli vecchi o osteggiare le produzioni altrui. Si fa, insomma, per amore e non per interesse, sapendo che questo disperato amore in futuro un interesse lo produrrà. Analogo ragionamento per la scuola di cui non si parla mai (come ha notato Ernesto Galli Della Loggia) perché non conviene e si ritiene che «tanto gli insegnanti votano a sinistra». Diciamola tutta: in questo caso specifico, le categorie di destra e sinistra sono più obsolete che mai, perché ridotte a una mera questione di sfere d’influenza.

Non sarà facile, è troppo ovvio: la potenza della pseudo cultura «di sistema» si estende ben oltre i confini nazionali, è sovrastante, immensa. Ma l’occasione di scalfirla un poco, stavolta, potrebbe presentarsi. Se non sarà colta, è facile che nel prossimo futuro la «non sinistra» perda ogni possibilità di contare qualcosa. E forse sarà anche giusto così.

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