- Secondo gli avvocati Mauro Sandri e Giulio Marini, la tecnica di esecuzione dei tamponi non era in linea con le regole Oms. Nei documenti consegnati ai pm, le critiche dell’Ue ai dati dell’Iss e le lacune della sorveglianza Ema sui sieri.
- Esigeva il pass: ospedale sanzionato. Il Garante della privacy condanna a versare 30.000 euro il Policlinico Casilino di Roma, che chiedeva la carta verde ai pazienti in attesa di visite, benché non prevista dalla legge.
Lo speciale comprende due articoli.
«La pandemia nel nostro Paese è stata una dolosa creazione ascientifica». È quanto afferma l’avvocato Mauro Sandri in un esposto presentato alla Procura di Roma, spiegando perché fu completamente sbagliato il conteggio dei casi di Covid-19, fornito dall’Istituto superiore di sanità durante lo stato d’emergenza. Lo ha ribadito ieri, nella sua relazione alla Consulta.
«Milioni di asseriti malati di Covid, che non lo sono», così si è rivolto ai giudici, perché nella percentuale «del 98,8 %» i dati statistici devono ritenersi non veritieri. Persone perfettamente sane al momento in cui si sottoposero al tampone e durante la quarantena, furono «conteggiate come persone malate», senza aver mai avuto sintomi.
«Non si può identificare l’agente virale con la malattia, l’Oms stessa esorta a non usare con leggerezza il termine “pandemia”, che significa diffusione della malattia, non del virus», ha ricordato Sandri, spiegando ai magistrati dell’Alta corte di aver scritto a 400 laboratori italiani ma di aver avuto risposto solo da una quarantina.
«Tutti mi hanno confermato che amplificano oltre 40 cicli i campioni organici, prelevati con i tamponi, quindi secondo le linee guida dell’Oms sono falsi positivi. Test non validi», è stata la sua conclusione.
Il legale, che nell’esposto spiega di aver lavorato un anno e mezzo per raccogliere prove, riporta le critiche nei confronti della metodologia seguita dal nostro Paese, espresse lo scorso 15 marzo dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc).
Il report analizzava il tracciamento dei contatti eseguito nel 2020, ma lamentava che «ottenere l’accesso ai dati» dall’Italia «è stato un processo lungo e l’analisi non è stata semplice, a causa della mancanza di una raccolta standardizzata, con variazioni significative nei dati raccolti e nei loro formati».
Il risultato, fu che dal nostro Paese l’agenzia indipendente dell’Ue ottenne solo 20.889 casi rilevati da tampone su oltre 12 milioni che vennero accertati da inizio pandemia, secondo il calcolo riportato da Epicentro allo scorso febbraio. «Un campione evidentemente irrilevante, sia quantitativamente, che qualitativamente, per svolgere una qualsiasi statistica attendibile», ha commentato l’avvocato.
In Italia, così come in Spagna «i dati di tracciamento dei contatti sono raccolti a livello regionale e locale e non sono condivisi regolarmente con le autorità nazionali», sottolineava l’Ecdc, e vengono forniti in tre diversi formati mentre la raccolta dovrebbe essere condotta «utilizzando strumenti digitali che consentano l’esportazione dei dati in formati comuni». Come dire, siamo ancora alla preistoria della digitalizzazione.
Non solo, in assenza di una banca dati nazionale, «l’analisi a livello regionale e locale dovrebbe essere eseguita regolarmente e i risultati dovrebbero essere condivisi, per consentirne la valutazione e la conoscenza da Regioni con diverse situazioni epidemiologiche e politiche di risposta», era l’ulteriore bacchettata del centro europeo che ha sede a Stoccolma.
Per rimarcare il concetto, l’Ecdc suggeriva di eseguire il contact tracing dando la priorità al numero di contatti per località, ambiente (come nucleo familiare o luogo di lavoro), e alla percentuale di contatti che diventano positivi per categoria di esposizione, età, luogo e ambiente. Un vademecum prezioso di cui l’Iss non ha fatto tesoro dopo la censura ricevuta
Nell’esposto alla Procura, Sandri chiede che vengano svolte «specifiche e approfondite indagini sui comportamenti attivi e omissivi posti in essere dai soggetti, che erano e sono responsabili della gestione della sorveglianza epidemiologica e microbiologica inerenti la diffusione del virus Sars-Cov-2 e della malattia Covid-19 in Italia, al fine di accertare se essi abbiano attestato dati epidemiologici che sapevano essere falsi e abbiano provocato la creazione artificiosa di un contesto allarmistico, del tutto inesistente nella realtà, di amplissima diffusione del virus della malattia nel nostro Paese, volto a condizionare le autorità politiche e l’opinione pubblica».
L’esposto è stato messo a disposizione dei giudici durante l’udienza a Palazzo della Consulta, assieme al documento dell’Ecdc. Ma c’è dell’altro. Alle toghe, Sandri ha fatto avere lo scambio di email intercorso tra un suo collaboratore, l’avvocato Giulio Marini, l’Agenzia europea del farmaco (Ema) e uno dei due componenti italiani del Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp), responsabile dell’elaborazione dei pareri dell’agenzia.
Alla precisa domanda se ci sia un algoritmo per valutare il rapporto rischio/beneficio di un medicinale, Ema risponde che non c’è, e che la valutazione spetta al Chmp. «Anche se la Commissione europea ci ha sempre risposto che è Ema a garantire la sicurezza del prodotto», osserva Marini, che pure ha chiesto se vengono effettuate analisi biochimiche del prodotto. Altra risposta negativa da parte dell’agenzia.
L’avvocato, allora, si era messo in contatto con uno dei due esperti italiani del Comitato, che gli aveva confermato che è il Chmp a valutare il rapporto rischio beneficio «ma l’Ema, se vuole, può fare le indagini sul prodotto, può anche fare le ispezioni». Quindi l’agenzia europea non fa analisi, e nemmeno il Comitato. Si basano sui report del produttore ed è quello che l’avvocato Sandri ha posto ieri all’attenzione dei supremi giudici. I vaccini non sono stati testati, forse davvero si sta mettendo a rischio la salute delle persone.
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