- Levando il fango dai fatti, per il governatore resta un’accusa di «frode in pubbliche forniture». Perché i camici donati dalla società del cognato sarebbero stati meno di quanto previsto. Stesso metodo a Pavia, dove si tira in ballo a sproposito pure il nome di Matteo Salvini.
- Pd e 5 stelle sognano il ribaltone ma il centrodestra si compatta. Pronta la mozione di sfiducia dell’opposizione. Giunta unita: «Nessun passo indietro».
Lo speciale comprende due articoli.
Sintetizziamola così, la storia dell’attacco ad Attilio Fontana e alla Lombardia. Con alcune abitudini che ormai son diventate un metodo brevettato: i fatti travolti dal fango; le ricostruzioni a posteriori che prescindono dall’ansia di chi si trovava a operare nel pieno di un’emergenza infernale; e infine i lanciatori di fango che sanno benissimo in faccia a chi devono scagliarlo (e chi invece deve assolutamente rimanere con viso e vestiti immacolati e profumati). L’uso politico (e mediatico) della giustizia conosce un solo schema: come si dice tra Oxford e Cambridge, spargere merda in quantità industriale. Morale: il malcapitato, nel giro di 36 ore, si ritrova massacrato, con la sua faccia che rimbalza tra giornali-tv-social, con una trentina di milioni di italiani (se sommiamo ascolti tv e visualizzazioni) raggiunti in un giorno e mezzo dallo stimolo a considerarlo un mascalzone fatto e finito, e il tutto dentro un vortice di fatti spesso assolutamente vaghi (ma sempre presentati in una luce torbida), che spaziano dal pubblico alla dimensione privata.
Ricordare in questo caso che l’avviso di garanzia sarebbe un atto – appunto – a tutela della persona che lo riceve diventa un’atroce beffa, l’ultima pernacchia, lo sberleffo finale. Ma quale garanzia? Nel turboprocesso mediatico di questi anni, la potenza dello sputtanamento iniziale è totale, non ammette repliche: cosa volete che importi, tra qualche mese, il trafiletto in cui si dirà che la posizione di Tizio è stata archiviata?
Tra l’altro, pure la consecutio è ormai capovolta. Secondo logica (e secondo diritto), ci dovrebbe essere prima una verifica preliminare dei fatti, poi l’apertura di un’indagine con la doverosa informazione all’indagato, infine il processo in tre gradi con le prescritte garanzie. E invece no, tutto è rovesciato: prima lo sputtanamento, poi eventualmente l’individuazione di un’ipotesi di reato, poi gli accertamenti, infine il trafiletto (tra i necrologi e le previsioni meteo) per comunicare che i titoli a caratteri cubitali di qualche mese prima valevano meno di zero.
Pensandoci bene, ora si capisce, rileggendo le intercettazioni del caso Palamara, come mai le correnti della magistratura si accapigliassero selvaggiamente per accaparrarsi le postazioni di vertice delle procure. A prima vista, un’anomalia, visto che dovrebbe essere il giudice terzo la figura più ambita, cioè chi pronuncia la sentenza finale. Macché: il vero potere, la possibilità di sconvolgere l’agenda politica ed economica del Paese (e di dettare quella mediatica) passa dagli uffici di Procura, dalla semplice apertura di un’indagine, da una banale iscrizione nel registro degli indagati.
Il caso Fontana corrisponde in tutto e per tutto a questo «protocollo»: prima il pestaggio mediatico del malcapitato, e poi – cerca cerca – ancora non si trova quale sia il reato, o almeno non si capisce di che reato si tratti. Turbativa d’asta? Forse no. Il solito abuso d’ufficio, che si porta in tutte le stagioni come un maglioncino blu? Pare di no. L’ultimo spiffero dice: frode in pubbliche forniture. E su che base? Perché alla fine della fiera i camici donati (ripeto: donati) dalla società Dama srl alla Regione Lombardia sarebbero stati consegnati in numero minore rispetto a quanto inizialmente previsto. Ricapitoliamo: il contribuente non ha pagato nulla, i camici sono arrivati (un po’ di meno ma sono arrivati), eppure la locomotiva dello sputtanamento corre e sbuffa a tutto vapore.
Altro esempio? L’apertura della stagione di caccia (giudiziaria) in Lombardia sembra estendersi anche all’intesa tra la società Diasorin e l’ospedale San Matteo di Pavia per la realizzazione di test sierologici. Anche qui, in presenza di fatti ancora nebulosi, si è tranquillamente sbattuta in prima pagina un’eccellenza sanitaria come quella struttura. Ma non basta ancora: l’eccitazione nelle redazioni ha raggiunto l’apice quando è venuta fuori la notizia di un presunto sms di un deputato leghista che, rivolgendosi a un ex consigliere regionale, avrebbe citato Salvini («Sentito anche Salvini», sarebbe il contenuto del messaggino, che poi avrebbe esplicitato un giudizio politico negativo su un sindaco orientato tra l’altro a scegliere un test alternativo). Ma da un «sentito anche Salvini» che possiamo ricavare? Per chi conosca la politica, praticamente nulla: è normale che un dirigente politico cerchi di rafforzare la sua opinione citando il capo. Ma da qui a ricavarne un’indicazione certa e verificata sui test ce ne corre. Anche perché il resto del messaggio del deputato leghista (secondo alcune ricostruzioni, Paolo Grimoldi, il quale ha peraltro detto di avere conservato tutti i messaggi e ha smentito alcune versioni circolate) sembra piuttosto rimproverare a un sindaco un attacco politico alla Regione Lombardia proprio nel momento più duro dell’emergenza. Ed è dunque normale e comprensibile che un dirigente di partito inviti a non fare sponda, politicamente parlando, con un sindaco rivelatosi in polemica con la giunta leghista. Un giudizio politico come ogni giorno se ne scrivono e se ne pronunciano migliaia, a livello nazionale, regionale, comunale, a destra come a sinistra. E invece che titolo esce fuori su diverse testate? Elementare, Watson: «Inchiesta di Pavia, spunta il nome di Salvini». E lo sputtanamento è servito.
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