- Non ci sarà resa dei conti con Giancarlo Giorgetti, araldo del draghismo centrista con il m5s Luigi Di Maio. Colloqui con Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki.
- Un Federale oggi a Roma per confrontarsi sulla linea. Nove i punti all’ordine del giorno del Consiglio. Si parlerà dei risultati delle amministrative, di Europa e della legge di bilancio.
Lo speciale comprende due articoli.
«La linea la do io». Cinque parole che somigliano a un pugno sul tavolo di Bud Spencer. E poi: «Avanti con un nuovo gruppo sovranista in Europa». È un Matteo Salvini lapidario quello che esce dal frullatore mediatico determinato dalle critiche del suo vice Giancarlo Giorgetti e rimette al centro la leadership della Lega dopo lo sbandamento più preoccupante degli ultimi mesi. Con una base mai così smarrita dalla notte delle scope di nove anni fa, per lui è importante ripassare i fondamentali nella stagione dei litigi. È l’effetto ipnotico di Mario Draghi. Curiosamente è l’identico richiamo di Silvio Berlusconi ai ministri «socialdemocratici» di Forza Italia qualche settimana fa.
La reazione del leader si concretizza in tre mosse per far capire chi comanda. 1) La convocazione immediata del Consiglio federale, oggi a Roma, per registrare la linea (forse per votarla una volta per tutte) e per far uscire allo scoperto il dissenso. 2) Il lancio di un’assemblea plenaria entro fine anno con ministri, parlamentari, governatori, sindaci (praticamente un congresso) per definire il perimetro e le prospettive. 3) La partecipazione ieri, già programmata, a una videoconferenza con Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki per portare avanti il progetto del nuovo gruppo sovranista – senza gli impresentabili di Alternative für Deutschland -, dopo l’uscita del premier ungherese dal Ppe. Un gesto che confligge con la strategia di Giorgetti, propenso a far entrare la Lega nel Ppe per ottenere la patente europeista necessaria per manovrare meglio a Bruxelles. E per evitare che lo spread venga usato come un dobermann contro un eventuale governo di centrodestra.
Al Consiglio federale non si prevedono rese dei conti. La notte ha portato consiglio, Salvini è andato allo stadio a vedere il suo Milan in Champions, e non sembrano esserci conti da regolare. «Si vola sempre con due ali, con una sola si precipita». È la metafora preferita da Luca Zaia per spiegare, e al tempo stesso tenere insieme, le due anime della Lega. La strategia delle due ali, quella governista e quella movimentista, è identica dall’epoca di Umberto Bossi, che stava al governo con Berlusconi e al tempo stesso mandava «a ciapà i ratt» il sistema. La filosofia del governatore del Veneto è un rifugio per i colonnelli nel giorno del mal di pancia, in tanti ne ripetono il mantra: «La Lega è una. Come diceva Carducci parlando di sua mamma in un compito delle elementari: mia madre è mia madre, punto e basta. Ecco, la Lega è la Lega punto e basta».
Oggi a Roma il richiamo all’unità sarà al punto numero uno perché «un grande partito ha dibattiti al suo interno ma la Lega nasce una e indivisibile». Poi Salvini ribadirà i punti fermi del partito nella dialettica con il governo: emergenza lavoro, tasse da abbassare e modifica del reddito di cittadinanza. Ribadirà la linea sul Quirinale che lo vede in sintonia con Giorgetti. «Voterei Draghi anche domani», ha detto più volte, anche se il Cavaliere si attende il sostegno. Un capitolo a parte sarà riservato alle mosse sullo scacchiere europeo; avanti con il nuovo gruppo sovranista.
Detto questo, non è facile placare i salviniani. Sono convinti che le uscite di Giorgetti (di solito prudente per carattere) non siano solo «parole forzate o decontestualizzate in un testo di tre mesi fa», come ha spiegato lui ai suoi fedelissimi. Ma costituiscano le premesse per qualcosa di più pericoloso. Qualcuno sussurra di improbabili liste di parlamentari al Senato e alla Camera, pronti a strappare. La verità potrebbe essere più banale. Il ministro dello Sviluppo economico si è sentito «spiazzato» dai contenuti del libro di Bruno Vespa e ha fatto trapelare che non ha alcuna intenzione di costruire «centroni o centrini» di nessuna consistenza, come li chiama Salvini.
Registrati i fatti, rimangono gli impressionismi e Bud Spencer. Oltre a ribadire la leadership, l’unica vera risposta verbale di Salvini è una battuta: «Giancarlo mi paragona a Bud Spencer? A me piace il teatro». Ma la metafora e la riduzione al ruolo di «attore non protagonista» lo hanno ferito. Claudio Borghi ci ha scherzato sopra su Twitter: «Sto con Bud Spencer, contro la palude politica servono i cazzotti. Meryl Streep è di una noia mortale e piace al circo di sinistra».
Nell’entourage di Salvini rimane granitica una domanda: «Perché Giorgetti queste cose non le dice mai negli incontri di partito?». Tutti ricordano che in settembre durante il consiglio federale e due settimane fa durante la riunione dei parlamentari nessuno aveva contestato la linea del leader. Per la verità il ministro dello Sviluppo Economico aveva reso pubblici i suoi distinguo più volte. Lui è stato chiamato nel governo direttamente da Draghi, come tutti gli altri, senza passare dalle segreterie. Ha un rapporto molto stretto con il premier ed è considerato una risorsa per il futuro. «Puntare su Draghi potrebbe essere un investimento a lungo termine anche con l’ex governatore della Bce al Colle», sussurra un senatore di lungo corso.
Oggi il destino di Giorgetti nella Lega somiglia a quello di Luigi Di Maio dentro il circo del Movimento 5 stelle. Un altro europeista ultragovernativo alle prese con un leader scettico e recalcitrante. Martedì sera i due sono stati fotografati mentre discorrevano a un tavolo della pizzeria «Da Michele» sulla Flaminia. Difficile che parlassero di cinema.
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