Per il Capitano si avvicina la grana Open Arms
Dopo il verdetto di ieri, i senatori si esprimeranno sulla vicenda della nave Ong. Su cui Giuseppi si defilò.

Non è che l’inizio. L’offensiva giudiziaria contro Matteo Salvini iniziata con il caso Gregoretti è destinata – come vedremo – a proseguire con la vicenda Open Arms.

Ma restiamo ancora, per così dire, a bordo della Gregoretti, e cerchiamo di comprendere quali siano le conseguenze tecnico-giuridiche dopo il sì del Senato all’autorizzazione a procedere. Le carte tornano al procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, e su questo non c’è alcun dubbio. Molti dubbi permangono invece su quello che farà Zuccaro, il quale, a suo tempo, aveva chiesto l’archiviazione delle accuse contro il leader leghista: fu invece il tribunale dei ministri a ritenere sorprendentemente valida la tesi del sequestro di persona, e quindi a richiedere l’autorizzazione a procedere del Senato.

Adesso Zuccaro, secondo un’interpretazione che sembra – in termini garantisti – da preferire, potrebbe teoricamente decidere in ogni senso, e quindi anche chiedere nuovamente l’archiviazione, come fece mesi fa. Secondo un’altra interpretazione più restrittiva, saremmo invece già in presenza di una «imputazione coatta», e quindi, dopo la scelta del Senato, l’accusa dovrebbe per forza richiedere il rinvio a giudizio di Matteo Salvini. Dopo la richiesta, la decisione spetterà in ogni caso al Gip, non al tribunale dei ministri.

Detto questo, facciamo un passo indietro. È il caso di ribadire che la linea anti Salvini sostenuta ieri non solo dalla sinistra, ma incredibilmente pure dai grillini, all’epoca alleati della Lega, non regge almeno per quattro ragioni.

Primo. Era ed è in vigore l’art. 95 della Costituzione, quello per cui «il presidente del Consiglio dirige la politica generale del governo e ne è responsabile». Se Giuseppe Conte fosse stato in radicale dissenso dall’operato del suo ministro, avrebbe potuto (tranne che rimuoverlo) fare moltissime altre cose: scrivergli formalmente, convocare il Consiglio dei ministri, assumere su di sé la gestione e l’indirizzo politico della vicenda, investire il presidente della Repubblica, e soprattutto parlare al Parlamento e agli italiani. Nulla di tutto questo è avvenuto.

Secondo. Sia il ministro Alfonso Bonafede (in un intervento televisivo divenuto virale) sia alcune note e comunicati del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, al tempo gestito dal pentastellato Danilo Toninelli, ripetevano come un mantra la formula del «coordinamento» con il Viminale, di fatto allineandosi all’operato di Salvini.

Terzo. Il Senato ieri doveva stabilire se Salvini avesse agito nell’interesse generale, come ministro dell’Interno, nell’esercizio delle sue funzioni, ed è francamente incredibile che Palazzo Madama abbia fatto finta di non cogliere o perfino di negare questo punto.

Quarto. La nave militare Gregoretti aveva salvato i 131 migranti che erano a bordo di un peschereccio e di un gommone che stavano affondando in acque maltesi. Come si fa a sostenere che un Paese abbia sequestrato le persone che ha appena salvato? Non a caso ieri Giulia Bongiorno, in Senato, ha confutato la tesi del sequestro, e ha semmai parlato di «rallentamento dello sbarco dei migranti, in attesa delle risposte sulla loro redistribuzione». Il tutto proprio per adempiere all’interesse pubblico, facendo valere – come aveva detto lo stesso Giuseppe Conte in quei giorni – la stretta connessione tra la redistribuzione e lo sbarco.

In ogni caso, non finisce qui. Anche perché si prepara all’orizzonte, in Senato, una seconda richiesta di autorizzazione contro il leader leghista per la vicenda Open Arms. Che si annuncia ancora più insidiosa. Intanto perché non c’è di mezzo una nave militare. E poi perché in questo caso Conte, con due note, aveva posto per iscritto a Salvini il tema dei minori a bordo. Salvini aveva risposto in modo appropriato, ma (complice il diverso quadro politico: si era intorno a Ferragosto, con i rapporti Lega-M5s già deteriorati) Conte aveva effettivamente marcato un dissenso. Dal lato di Salvini, restano però intatti alcuni argomenti forti: l’articolo 95, l’azione nell’interesse pubblico, e la necessità di una connessione tra via libera allo sbarco e le rassicurazioni internazionali sulla redistribuzione.

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