Continua lo psicodramma nel Pd sull’iniziativa antiabortista promossa dal consiglio comunale di Verona.
Come noto, due giorni fa il capoluogo scaligero ha approvato una mozione presentata dal consigliere leghista Alberto Zelger e sottoscritta dal sindaco Federico Sboarina, con cui Verona si è dichiarata «città a favore della vita». Impegnandosi a finanziare i gruppi pro life e alcuni progetti, come quello regionale denominato «Culle segrete», che si prefiggono lo scopo di aiutare le donne a portare a termine la gravidanza nell’anonimato, anche se poi non hanno intenzione di riconoscere il bambino, che viene affidato in adozione.
La pietra dello scandalo è stata l’adesione all’iniziativa della maggioranza da parte della capogruppo dem in consiglio comunale, Carla Padovani, la quale ha dichiarato di aver votato «secondo coscienza». La Padovani, cattolica, non è nuova a prese di posizione inconsuete all’interno della sinistra: tempo fa, ad esempio, si era schierata contro le unioni civili.
A un partito che si definisce «democratico», una dialettica sul dogma dei diritti civili proprio non riesce ad andare giù. E infatti sulla Padovani sono piovute le critiche dei vertici piddini, a cominciare dal segretario Maurizio Martina, passando per la senatrice espressione delle istanze del mondo gay, Monica Cirinnà («esterrefatta e schifata»), fino a Sergio Lo Giudice, ex senatore dem noto per essere ricorso alla maternità surrogata (alias utero in affitto) negli Stati Uniti. Indignate le donne del Pd, dall’ex «ministra» Valeria Fedeli alla vicecapogruppo alla Camera Alessia Rotta, tutte pronte a chiedere la testa dalla Padovani, alla faccia della solidarietà femminile. Anche gli altri consiglieri comunali veronesi non sono stati teneri con la loro capogruppo: non solo ne hanno chiesto le dimissioni, ma addirittura ne auspicano l’espulsione dal partito. Linea condivisa dalla commissione garanzia del Pd veneto, che ha inviato una lettera al segretario nazionale (firmata persino da militanti della sezione di Tor Bella Monaca a Roma).
Il Pd, in parole povere, non si preoccupa di quanto sia controverso aver sostenuto governi tecnici, Troika, austerità, commissari europei «non astemi», potentati stranieri, Ong al servizio di miliardari, globalizzazione, precarizzazione del mercato del lavoro e chi più ne ha più ne metta. Non si chiede se sia normale che per fare cose «di sinistra» siano serviti la Lega e i 5 stelle. È il partito della tolleranza, dell’apertura mentale, della «generazione Erasmus» decantata da Matteo Renzi, dei congressi, delle Leopolde, del pluralismo. Ma non può sopportare che qualche suo esponente non condivida la cultura della morte abbracciata dalle alte gerarchie dem con agghiacciante entusiasmo. No, chi è contrario all’aborto e agli altri cosiddetti «diritti civili» deve essere espulso, come ai tempi del Partito comunista sovietico. Di fatto chi è cattolico va epurato, nonostante la luna di miele della sinistra con la Chiesa di papa Francesco. Per capire la radicalità del divorzio dei postcomunisti dal senso della realtà, basta leggere le dichiarazioni del fondatore di Possibile, un fuoriuscito piddino come Pippo Civati: «Se la sinistra vuole ripartire», ha detto, «riparta da lì, dai diritti delle donne. Evitando di votare le mozioni di destra e ultraconservatrici». Capito? La sinistra a pezzi mica deve recuperare il contatto con gli emarginati, con i precari, con gli sconfitti della globalizzazione. Macché. La sinistra che scivola sempre più nel baratro, scavalcata appunto a sinistra da populisti e sovranisti, deve ripartire dalla soppressione dei feti.
La pensano così anche le organizzazioni attive nel campo della propaganda «tanatofila»: ad esempio, l’associazione Luca Coscioni, la quale, curiosamente, menziona proprio quella pratica dell’affidamento dei bimbi nati da madri che non vogliono riconoscerli, che la mozione veronese si impegna a sostenere pur di evitare il ricorso all’interruzione di gravidanza. Il segretario Filomena Gallo, prima di parlare, avrebbe fatto bene a dare una letta più approfondita al documento votato dal consiglio comunale scaligero.
Da registrare, per adesso, l’imperturbabilità della Padovani, che non si piega dinanzi alle proteste del movimento «Non una di meno» e neppure al fuoco amico. «La vita è un valore universale e non di partito», ha spiegato la consigliera dem, che esclude le dimissioni e giustifica il proprio voto per la mozione leghista.
C’è da dire che la Padovani ha mostrato una buona di coraggio, con la sua decisione di seguire la coscienza piuttosto che la linea tutt’altro che democratica del Partito democratico. Senza contare che la consigliera ha anche ricordato a tutti una verità banale, eppure fondamentale. Anzi, fondamentale proprio perché banale: che «la vita è un valore universale». E se dinanzi alla difesa dell’ovvio ci tocca toglierci il cappello, significa che davvero è arrivato il tempo, come diceva Gilbert Keith Chesterton, in cui si devono sguainare le spade per affermare che le foglie sono verdi in estate.
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