Il primo semestre dell’anno, se l’emergenza coronavirus dovesse persistere, vedrebbe «una elevata contrazione del Pil» che porterebbe a fine anno a una caduta «nel 2020 di qualche punto percentuale, grave ma gestibile e recuperabile». Così parlava, con un inguaribile ottimismo, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, lo scorso 24 marzo. Ma al Fondo monetario internazionale, ieri, hanno proiettato tutto un altro film. Dell’orrore. «In Italia il Pil crollerà del 9,1% nel 2020, il deficit è destinato a schizzare all’8,3% e il debito al 155,5%» con sullo sfondo la peggior recessione mondiale dagli anni Trenta. La penisola farà quindi peggio dell’eurozona (-7,5%), ma anche di tutti i principali Paesi dell’area euro con la Spagna accreditata di un -8%, la Francia di un -7,2% e la Germania del -7%.
Sempre secondo l’Fmi nel 2021 ci sarà una ripresa, con il Pil in aumento del 4,8% ma rispetto a gennaio 2020, le previsioni per il nostro Paese nel 2020 sono state riviste al ribasso del 9,6%, mentre quelle per il 2021 sono state alzate del 4,1 per cento. «Le ricadute economiche riflettono shock acuti in particolari settori e per questo la politica deve attuare misure di bilancio e monetarie mirate a sostegno di famiglie e imprese» aggiunge il Fondo diretto da Kristalina Georgieva sottolineando che «una forte cooperazione multilaterale è essenziale per superare gli effetti della pandemia, inclusi aiuti finanziari ai Paesi che hanno limiti di azione e sono presi fra lo shock sanitario e quello di reperire risorse».
Con queste previsioni delle Cassandre di Washington sullo sfondo, la Banca d’Italia entra a gamba tesa sulla capacità del governo e del Mef di portare l’economia fuori dal tunnel del coronavirus. Ieri è stato infatti diffuso uno studio di alcuni economisti di via Nazionale e della Bce (Claudia Biancotti, Alfonso Rosolia, Fabrizio Venditti e Giovanni Veronese) dal titolo: «Salviamo i dati economici dal Covid-19». Perché, si legge nella pubblicazione, «per chi prende decisioni di politica economica, per i mercati e per il pubblico, l’informazione statistica è come la bussola per il marinaio. Tuttavia, le misure messe in atto per contenere la diffusione del virus avranno effetti profondi non solo sulle imprese e sulle famiglie, ma anche sulla stessa bussola che dovrebbe indicare la rotta». Ecco che «vi è il rischio concreto di non cogliere i rapidi mutamenti in corso nelle nostre economie».
Anche il processo di formazione dei prezzi sui mercati finanziari è meno efficace. E questo alimenta la volatilità, si legge nel documento. Che lancia un ultimo allarme: «Una diffusa mancanza di informazioni è un’arma formidabile in mano a quanti mirino a lacerare il tessuto delle nostre democrazie». In assenza di dati attendibili, «diventa più facile far circolare notizie non accurate su questioni rilevanti come i costi umani ed economici della pandemia, per esagerarne o minimizzarne gli effetti a seconda della convenienza del momento e di strategie di più lungo termine».
Cosa fare, quindi? In questa situazione «tutti devono fare la loro parte». E lo studio individua tre «protagonisti principali»: gli istituti nazionali di statistica, le aziende specializzate nella produzione di basi di dati granulari su fenomeni economicamente rilevanti e le grandi piattaforme tecnologiche (Big tech), comprese le aziende di tlc. Secondo gli economisti di Bankitalia e della Bce i produttori di statistiche ufficiali dovrebbero «aumentare la frequenza e la copertura dell’informazione che diffondono». E le banche centrali dovrebbero ampliare la platea di utenti delle loro statistiche «diffondendo aggiornamenti più tempestivi sullo stato dell’economia».
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