Le toghe assediano il Carroccio. In Lombardia aperte già otto inchieste
  • Aperto fascicolo su Attilio Fontana; la giunta fronteggia quelli su Rsa, Film commission, protezioni antivirus e assessore alla Cultura.
  • Matteo Salvini contesta i metodi «alla Palamara». Solidale il partito del Cav. Opposizioni scatenate: «Il governatore riferisca in Consiglio».

Lo speciale contiene due articoli.

Sono sempre di più le inchieste sulla Regione Lombardia del governatore Attilio Fontana, tanto che è ormai difficile anche per la giunta lombarda fare il calcolo delle indagini che la Procura di Milano ha aperto negli ultimi mesi. Le ultime – in particolare quella che vede Fontana indagato per frode in forniture pubbliche nell’inchiesta per la fornitura di camici – si aggiungono ad altre già partite lo scorso anno, creando così un futuro cumulo di processi e sentenze che potrebbero condizionare il mandato del presidente leghista che scadrà nel 2023.

Il fantasma che si aggira per la regione si chiama legge Severino, che pur non essendo prevista per il reato di frode in pubbliche forniture (articolo 356 del Codice penale) potrebbe comunque rappresentare un problema se la condanna definitiva fosse superiore ai 6 mesi. In quel caso il governatore dovrebbe lasciare, ma potrebbe essere comunque candidabile in Parlamento. Dopo l’archiviazione a marzo dell’accusa di abuso d’ufficio sul caso del suo ex socio Luca Marsico, che era stato nominato membro esterno di un Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici, ora si apre un nuovo fronte con la Procura di Milano.

Ma a lato dei risvolti politici – ieri il consigliere Giacomo Cosentino parlava di «un disegno preciso, da parte di qualcuno, per provare a ribaltare il voto di milioni di cittadini Lombardi» – c’è il lavoro della magistratura che ormai tocca i gangli più importanti dell’amministrazione regionale.

Secondo l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, la fornitura di camici fu fatta per affidamento diretto senza gara e sarebbe avvenuta anche in conflitto di interessi. L’ordine sarebbe poi stato trasformato in donazione solo il 20 maggio, dopo che la trasmissione di Rai 3, Report, aveva affrontato la vicenda. Tutto ruota intorno alla figura di Andrea Dini, cognato del governatore, imprenditore varesino titolare di Dama Spa, una società che produce il marchio di abbigliamento Paul and Shark dove vanta il 10% delle azioni anche la sorella Roberta Dini, moglie di Fontana.

Stando alle indagini della Procura, lo scorso 16 aprile, in piena emergenza sanitaria, la centrale acquisti lombarda Aria assegnò a Dama la fornitura di 75.000 camici e altri materiali di dispositivi di protezione, per un valore di 513.000 euro: a essere indagato è anche direttore generale di Aria, la centrale acquisti della Lombardia, Filippo Bongiovanni.

Fontana si dice «certo dell’operato della Regione Lombardia che rappresento con responsabilità». Jacopo Pensa, difensore del governatore, ieri spiegava che «il “ruolo” di Fontana non esiste. Lui nel negozio giuridico non ha messo becco perché non ne era a conoscenza, l’ha saputo solo a cose fatte». E che anzi, «una volta resosi conto del conflitto di interessi venutosi a creare, si è posto il problema dell’opportunità della cosa e quindi ha fermato il pagamento» da Aria a Dama, con il contratto di vendita trasformato in donazione, dunque «casomai il suo è stato un intervento virtuoso, non malizioso».

Ma i magistrati di Milano hanno in mano anche altro. Stando alle carte dell’indagine Fontana sarebbe stato informato da un suo collaboratore della fornitura. Per questo il 19 maggio, prima della donazione, avrebbe cercato di fare un bonifico di 250.000 euro da un suo conto personale per risarcire il cognato. Il problema è che lo spostamento di denaro è stato sospeso per sospetta violazione della normativa antiriciclaggio e segnalato poi alla Banca d’Italia, prima che l’11 giugno Fontana decidesse di cancellare l’operazione. I soldi arrivavano da un conto in Svizzera, dove il governatore avrebbe fatto confluire l’eredità della madre di 5 milioni e 300.000 euro che fino al 2015 era invece in due trust alle Bahamas.

In Svizzera si concentra anche un’altra delle tante inchieste sulla Regione, cioè quella sulla Lombardia Film commission sulla compravendita del cineporto di Cormano. Qui a essere indagati sono i commercialisti della Lega, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, in una vicenda che ha portato la scorsa settimana la guardia di finanza a perquisire gli uffici della Regione. E proprio nei giorni scorsi la Procura ha chiesto una rogatoria nel Paese elvetico. E a questo punto, si sospetta in Procura, la richiesta potrebbe estendersi anche al caso dei camici.

La valanga di inchieste giudiziarie non si ferma qui. Oltre a Cormano è ancora aperta l’inchiesta su Gianluca Savoini e il noto Russiagate. A febbraio c’è stata una richiesta di proroga delle indagini che toccano anche la regione, perché Savoini è stato per anni vicepresidente della controllata Corecom. Ci sono poi quelle che toccano i 49 milioni di euro della Lega, dove è stato indagato a Genova anche l’assessore alla Cultura, Stefano Bruno Galli. Qui i filoni di indagine sono innumerevoli, da Roma fino a Bergamo.

C’è anche un’inchiesta, sempre in mano all’aggiunto Romanelli, sulla fornitura di mascherine in Regione. E poi ci sono quelle che toccano le gestioni delle Rsa durante l’emergenza coronavirus da parte della giunta e in particolare dell’assessore al Welfare, Giulio Gallera. La situazione del Pio Albergo Trivulzio, del Don Gnocchi e di molte altre case di riposo aveva portato sui tavoli dei magistrati milanesi più di 20 fascicoli per le morti da Covid 19. Ora le inchieste saranno accorpate, e non sono ancora state chiuse. Ma, considerato il trend degli ultimi mesi, non è detto che non arrivino nuove sorprese per una giunta regionale sempre più nella morsa della Procura di Milano.


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