Il calo dello spread ennesima conferma. Conta solo la Bce, non cosa fa il governo
  • Con l’azione degli ultimi sette giorni il differenziale è calato a 200. Ma sei mesi di quasi mancati acquisti di Btp sono stati durissimi.
  • Smaltita la soddisfazione per la mancata procedura, l’esecutivo si rimetta in moto con un mix di salari più alti, sgravi fiscali e strumenti come i minibot per favorire la spesa pubblica. Altrimenti il deficit al 2% ci strozzerà.

Lo speciale contiene due articoli.

La narrazione di questi mesi sul costo del debito pubblico è riassunta perfettamente in un titolo del Sole 24 Ore di alcuni giorni fa: «L’effetto Draghi batte l’incertezza politica, tassi giù in Italia». Che tradotto significa più o meno questo: se il costo del nostro debito sale la colpa è di Matteo Salvini mentre se scende il merito è di Mario Draghi.

Ora, sia chiaro, che una Banca centrale abbia l’indubbia capacità di far scendere – se necessario – i tassi di interesse lo scriviamo da sempre, non fosse altro che quello è il suo mestiere. Francoforte governa i tassi di interesse così come un falegname lavora il legno. Ed infatti in sette giorni il differenziale dei tassi di rendimento fra i nostri Btp a 10 anni e gli omologhi bund tedeschi (lo spread) è sceso di addirittura 50 punti sfondando il pavimento di 200 punti. Rimane da capire se la responsabilità di una Banca centrale possa essere estesa o meno anche all’aumento dei tassi.

La storia recente sembra a prima vista confermare la narrazione del Sole. Quando nel novembre 2011 Mario Monti sale al governo del Paese lo spread oscillava intorno a 570 punti base. Più o meno la stessa cifra di sette mesi dopo. Le lacrime della ministra Elsa Fornero ed il sangue degli italiani (con l’innalzamento dell’età pensionabile e l’aumento dell’Imu) non erano cioè serviti a placare la volatilità sui nostri titoli, tanto che solo l’intervento di Mario Draghi col suo famoso «whatever it takes (faremo ciò che serve per salvare l’euro)» riuscì a indirizzare la discesa dei rendimenti. Quindi sembrerebbe effettivamente così.

Guardando poi a cosa è accaduto nel primo semestre del 2019, troviamo dati che sembrerebbero ulteriormente confermare quest’apparentemente assurda tesi. L’Italia ha infatti collocato circa 197 miliardi di titoli di stato attraverso 130 emissioni. Il costo medio ponderato delle emissioni è stato pari all’1,05% circa. I dati in nostro possesso in merito al costo complessivo di tutto il debito si fermano invece a marzo 2019. Nei primi tre mesi del corrente anno questo è stato pari al 2,67% circa. Quindi il costo del nostro debito sta scendendo, come del resto documentiamo da mesi sulla Verità, dal momento che il costo delle nuove emissioni è significativamente più basso rispetto allo stock di debito in essere. Ma questa discesa del costo del debito è più o meno rapida e ripida rispetto allo scorso anno? Per rispondere a questa domanda è sufficiente dare un’occhiata a quello che è stato il costo medio ponderato delle emissioni della nostra Repubblica nel primo semestre 2018. Un valore pari allo 0,63%. Ne consegue che l’aggravio rispetto ai costi di emissione del primo semestre del 2018 è stato pari allo 0,42% vale a dire circa 825 milioni. Una cifra già ridimensionata rispetto ai 5 miliardi sparata dall’ex premier dem Paolo Gentiloni appena insediatosi questo governo. Tutta colpa di Salvini dunque se i tassi salgono e tutto merito della Bce se i tassi scendono, vista l’euforia di questi giorni sui nostri titoli di Stato, accelerata pure dalla mancata attivazione della procedura di infrazione da parte della Commissione Ue.

Per puro scrupolo facciamo comunque un’ultima verifica. Una semplice formalità. Come si è comportata la Bce (per il tramite della Banca d’Italia) nell’acquistare titoli di Stato italiani? Ebbene scopriamo che Francoforte da gennaio a giugno del 2018 ha acquistato circa 22 miliardi di titoli di Stato mentre nello stesso periodo del 2019 poco meno di due miliardi. La Banca centrale ha cioè ridotto i propri acquisiti di Bot e Btp di quasi il 90%. Venendo quindi meno il primo compratore, è fin troppo chiaro che il prezzo dei titoli diminuisca e quindi – a parità di condizioni, essendo le cedole fisse – i nostri tassi aumentino e tutto sommato neanche più di tanto. Come volevasi dimostrare. È la Banca Centrale che più di ogni altro al mondo governa la struttura dei tassi: sia quando salgono sia quando scendono. Con buona pace della narrazione ufficiale.


Da non perdere