Il solo fatto che il programma di Vannacci stia impegnando il dibattito polarizzando le opinioni e suscitando da una parte reazioni scandalizzate e classiche indignazioni e dall’altra la constatazione o di vaghezza o di inapplicabilità o di ripetizione dell’esistente, mostra la convivenza di un mondo novecentesco con uno che ormai il Novecento l’ha superato.
E mentre tutti analizzano i contenuti del programma e li commentano in base a criteri ideologici di coerenza ed applicabilità, non si accorgono di stare con la testa ancora nel Novecento ma coi piedi già in un mondo nuovo. Quando il «programma elettorale» fu imposto sulla scena politica italiana da Silvio Berlusconi, con Paolo Del Debbio nella veste di codificatore, il mondo tardo-novecentesco ancora basato sul Pentapartito lo lesse come qualcosa di estraneo alla tradizione politica italiana nella quale si votava scudo crociato, falce e martello o fiamma tricolore senza preoccuparsi di quali fossero i «programmi» delle forze politiche. Aver portato in Italia una modalità tipicamente anglosassone fu un’operazione simbolica per suggerire all’elettorato un nuovo ruolo di controllo e verifica dei risultati promessi. Oggi anche il programma è divenuto obsoleto in quanto residuo liturgico di una forma di razionalità storica specifica, quella che credeva ancora possibile scrivere il futuro come elenco di interventi su una materia sociale modificabile. Il Novecento politico aveva nel suo lessico i concetti di pianificazione, masse, programmazione economica, sovranità monetaria e presupponeva uno Stato ancora direttamente amministrabile. Quando, con la nascita di assetti sovrastatali e con l’imporsi del globalismo, quel presupposto crolla, il concetto stesso di programma diventa un orario ferroviario consultato in aeroporto. L’idea stessa di «programma» si rivolge ad un elettore che si presuppone lo legga, ci rifletta su, lo valuti e, soprattutto, gli creda. Nel nuovo assetto al programma si è sostituito non tanto lo «slogan programmatico» come poteva essere: «Meno tasse per tutti», quanto il motto identitario quale: «Make America great again», «Yes we can» o «Eat the rich». Questo ritorno alla simbolizzazione è l’ammissione che l’unità politica non si produce più per aggregazione di interessi o di proposte, ma per appartenenza ad un orizzonte valoriale. Quando la politica si polarizza in due mondi il dettaglio di programma non solo diviene irrilevante ma dissimula la natura realmente in gioco, che è identitaria e katechontica e non, come nella politica otto-novecentesca, puramente amministrativa. In questo senso tutti i riti novecenteschi che la politica mantiene hanno l’unica funzione di legittimazione della delega, come l’epifanica recente proposta, avanzata da alcuni a sinistra, di indicare un finto candidato alla presidenza del Consiglio. Il sintetizzare il ruolo della ritualità elettorale nel suo conferire esplicitamente, senza alcun infingimento, una delega in bianco a chi poi una volta eletto valuterà, contratterà ed arriverà ad una designazione, mostra come decisiva sia oggi, per la sinistra, il simbolo del «vecchio partigiano» e non certo le centinaia di pagine disperse in ogni aspetto normativo del vecchio «programma dell’Ulivo» che servì a Prodi per tener dentro i comunisti. Allo stesso modo quando Vannacci nel suo programma dice che «l’aborto non è un diritto» dice la semplice verità, quella affermata ai tempi da Enrico Berlinguer come fatto notare con precisione da Massimo de’ Manzoni, ed allo stesso modo quando Futuro nazionale avanza la non proprio «fascistissima» proposta di abolizione dei reati d’opinione non lo fa in senso formale ma innanzitutto simbolico, lo fa per rivolgersi ad un elettorato che si sente limitato nella propria libertà d’espressione ed è alla ricerca di chi gli provochi un effetto di «boccata d’aria». È giunto il momento di smettere di fingere che la democrazia basata sulla delega possa ancora valere nel mondo in cui l’Unione europea decide di ammazzare l’industria automobilistica europea per favorire le auto fatte in Cina altrimenti le Maldive vengono sommerse; in un assetto nel quale la funzione delle élite e dell’agenda mondiale non sono più temi da complottisti ma diventano il vanto di chi ogni anno si ritrova a Davos, le proposte programmatiche si riducono a mero teatro, sia quando promettono cose che non avverranno mai, sia – per colmo di paradosso – quando prospettano decisioni che la politica effettivamente prende ma poi disapplica. C’è sempre, infatti, ovunque nel mondo, un magistrato che blocca o un potere altro ed ulteriore che interviene a raddrizzare le strade che la democrazia ingenua – quella che secondo Stefano Bonaccini «non ha studiato» – si illude di prendere. Nel mondo in cui una delibera regionale viene votata per dire che il fine vita non è materia regionale e pochi mesi dopo la Sanità di quella stessa regione istituisce un «vademecum operativo» sul fine vita e lo applica, allora il conflitto non è più tra programmi elettorali e loro attuazione ma tra ruolo della politica e ruolo dei centri decisionali «illuminati». Nulla di nuovo, ci mancherebbe, solo non si faccia finta di scandalizzarsi se qualcuno usa il programma come richiamo simbolico ad un orizzonte di valori, sapendo che la politica novecentesca è finita.
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