È ora di inserire nella Costituzione le norme in difesa di chi paga le tasse
Una nuova delega fiscale: se nella Carta fosse incluso lo Statuto del contribuente, i nostri diritti non sarebbero sacrificabili all’Ue.

La delega fiscale, compresa di pericolosa riforma del catasto, è morta la scorsa settimana. Il blocco di leggi promosso dal governo Draghi non vedrà la luce e questo giornale ne è felice. Ci siamo battuti spesso per chiedere ai partiti di centrodestra di lasciare cadere la riforma e di non cercare una mediazione all’interno della coalizione. Per tre principali motivi. La fretta impressa dal governo con la scusa dei fondi del Pnrr non era giustificata da alcun motivo. Il capitolo della riforma del catasto avrebbe lasciato aperto un terribile vulnus: la possibilità di alzare le tasse sul mattone dopo il 2027.

Terzo e ultimo motivo, il testo finale non era né carne né pesce. Non avrebbe in alcun modo portato il Paese a fare un passo in avanti rispetto a ciò che sta alla base dell’attuale sistema tributario. L’ultima vera riforma nel campo delle tasse e delle imposte è stata partorita nel 1974, grazie a un disegno di legge messo in campo dal governo di Mariano Rumor nel lontano giugno 1969. È quindi comprensibile che l’impalcatura sia in gran parte da rifare e ricostruire. L’Italia ha bisogno di meno tasse e di un nuovo fisco. Il prossimo governo, se sarà di centrodestra, dovrà partire da questo semplice concetto che implica il riordino e il taglio. Per fortuna non dovrà nemmeno partire da zero. Potrà rispolverare dal cassetto un documento recente, datato giugno 2021 e redatto dalla commissione Finanze della Camera. Sono 19 pagine ben scritte. Citati sia Luigi Einaudi sia Federico Caffè. Vari capitoli mirati a rivedere le aliquote marginali effettive, il rinnovo dell’Iva e nel complesso della pressione fiscale. Ma anche la riscrittura dei codici fiscali che oggi derivano da continue e successive stratificazioni. Una norma appiccata all’altra, con indirizzi diversi e senza una testa. Basti pensare che Ezio Vanoni, membro della Costituente e tra i primi ministri di questa Repubblica, scriveva già nel 1938 da docente universitario che si era aspettato fin troppo tempo a mettere ordine al caos. Figuriamoci adesso. Sono passati 84 anni e migliaia di circolari dell’Agenzia delle entrate, la pulizia da fare è mastodontica.

Eppure il governo dei competenti si è concentrato sul catasto e sulle indicazioni – guarda caso – provenienti da Ue, Fmi e organizzazioni internazionali di varia natura. Tutte indicazioni di ordine redistributivo e quindi mirate a impoverire la nazione. Con una maggioranza d’Aula compatta e idee condivise, il centrodestra potrebbe fare invece qualcosa di veramente rivoluzionario nei confronti non solo dei propri elettori ma di tutti i cittadini. L’idea non è nuova. Anch’essa è contenuta in quelle 19 pagine partorite dalla Commissione Finanze della Camera. Il prossimo governo e il prossimo Parlamento dovrebbero inserire in Costituzione lo Statuto del contribuente. Sarebbe finalmente l’occasione per rimediare ai tremendi danni inflitti al Paese da Mario Monti e l’occasione per mettere al riparo gli italiani dai soprusi delle Autorità fiscali e da chiunque governando pensi di tappare i buchi vessando il portafoglio dei cittadini senza dare in cambio alcun servizio. Lo Statuto del contribuente contiene infatti una serie di norme mirate a garantire alle persone lo stesso rango di cui gode lo Stato. Vuole evitare che i cittadini diventino sudditi della burocrazia statale.

Per capirsi, vieterebbe leggi retroattive che sballano i bilanci delle aziende o norme in contraddizione l’una con l’altra. Mentre garantirebbe persino la libertà di pianificare e scegliere schemi fiscali per pagare di meno. Soprattutto, lo Statuto vieterebbe espressamente a un governo di istituire una tassa solo per colmare un buco di bilancio.

A leggerlo così si rischia di sentire odore di paradiso, in confronto all’inferno attuale. Mettere in Costituzione lo Statuto vorrebbe dire dare un messaggio forte. Un governo, anche se pressato da vincoli esterni, non potrà più commettere violenze sui propri cittadini per ottemperare al Patto di stabilità piuttosto che a futuri vincoli Ue. Motivo per cui, quando il governo Monti forzò la mano per modificare l’articolo 81 della Costituzione ed elevare l’obbligo di pareggio di bilancio al rango supremo delle nostre leggi, si guardò bene dal tutelare gli italiani. E infatti abbiamo visto che è successo dopo il 2012. Circa le metà delle leggi che prevedono tasse sono in deroga allo Statuto del contribuente. Per farle passare basta mettere un piccolo post scriptum che recita la frase «in deroga allo Statuto». Tanto basta al Quirinale per firmare qualunque tassa. Non abbiamo mai sentito Sergio Mattarella invocare la tutela di quella persone che tengono in piedi il Paese pagando gli F 24. In futuro sarebbe bello cambiare aria anche in questo. Far percepire che la Costituzione difende anche i cittadini e non solo i bilanci.

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