Diciannove mesi alla Casa Bianca forse non consentono di avventurarsi in giudizi, ma per chi, sia pure auspicabilmente scherzando, prometteva di risolvere il conflitto russo-ucraino in 24 ore, un primo bilancio dei risultati ottenuti pare più che lecito. E il dato più eloquente riguarda la battaglia che Donald Trump, pur con delle valide ragioni, non ha mai smesso di rivendicare: il riequilibrio del deficit commerciale strutturale degli Stati Uniti.
Le ultime rilevazioni pubblicate dal Census Bureau delineano, finora, un discreto fiasco. Le ultime rilevazioni del Census Bureau raccontano, per ora, una parabola deludente. A maggio il disavanzo di beni e servizi è balzato a 77,6 miliardi di dollari, in aumento di 23 miliardi rispetto ai 54,6 di aprile (+42,2%). Le esportazioni sono calate di 10,5 miliardi; le importazioni sono cresciute di 12,5.
È vero che, rispetto ai primi cinque mesi del 2025, il deficit cumulato della prima parte del 2026 si è ridotto di circa il 40%, ma si tratta in larga misura di un effetto statistico: all’inizio dell’anno scorso, la corsa ad anticipare i preannunciati dazi ha generato un boom di importazioni. Indimenticabile, in questo senso, il «liberation day» del 2 aprile 2025, celebrato da Trump con tanto di cartellone gigante che elencava i nuovi dazi Paese per Paese. Il dato di maggio 2026 resta comunque inferiore a quelli di maggio 2024 e maggio 2023. Per il momento, l’amministrazione Trump è semplicemente tornata, come mostra il grafico, sulla media registrata dall’amministrazione Biden dopo il picco negativo post-Covid dell’aprile 2022.
Beninteso, che il disavanzo commerciale rappresenti un problema reale per gli Usa, dovuto anche alle pratiche scorrette di alcuni partner (su tutti la Cina, ma anche l’Europa «germanizzata» non è da meno), è incontestabile. Così come è ragionevole sostenere che dazi mirati siano preferibili a una svalutazione prolungata del dollaro, dagli effetti indiscriminati. Tuttavia, benché chi scrive condivida la diagnosi di fondo, bisogna constatare che i risultati siano piuttosto modesti, specialmente di fronte alla prepotenza retorica dell’inquilino della Casa Bianca.
I dati mensili sono notoriamente volatili. Tuttavia, non si può ignorare che l’impennata di oltre il 40% del deficit a maggio sia arrivata proprio mentre gli effetti del conflitto con l’Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz avrebbero dovuto, almeno in teoria, giocare a favore degli Stati Uniti. Ci si attendeva che le maggiori esportazioni energetiche americane verso un’Europa e un’Asia assetate di petrolio e gas riducessero gli squilibri. Così non è stato. Perfino sul fronte cinese, vero obiettivo di tutte le mosse strategiche americane, i risultati non sono granché: le importazioni americane da Pechino si sono ridotte, ma la Cina ha in larga parte dirottato le sue merci altrove. Non a caso, nell’Unione europea la parola «dazi» ha smesso di suonare come una bestemmia.
Tant’è che nel documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicato dall’amministrazione Trump a novembre 2025 si leggeva: «La diplomazia “America First” mira a riequilibrare le relazioni commerciali globali. Abbiamo chiarito ai nostri alleati che l’attuale deficit delle partite correnti dell’America è insostenibile. Dobbiamo incoraggiare l’Europa, il Giappone, la Corea, l’Australia, il Canada, il Messico e altre nazioni di rilievo ad adottare politiche commerciali che aiutino a riequilibrare l’economia della Cina verso il consumo interno, perché il Sud-est asiatico, l’America Latina e il Medio Oriente non possono assorbire da soli l’enorme eccesso di capacità della Cina».
Nello stesso documento, tra gli obiettivi figuravano anche «preservare la libertà di navigazione in tutte le rotte marittime cruciali» e «mantenere aperto lo Stretto di Hormuz». Ecco, se tra i motivi che hanno spinto Trump a colpire Teheran vi fosse stato anche quello di incentivare una correzione dei rapporti commerciali, possiamo fin qui dire che l’esperimento è fallito: il disavanzo è ancora lì, anzi a maggio è aumentato, e lo Stretto di Hormuz, da aperto che era, ora è chiuso (o parzialmente chiuso). Anche su crescita e produzione industriale, la promessa «età dell’oro» è ancora di là da venire.
Si tratta, forse, del destino di tutti gli imperi: quello di rimanere risucchiati dal proprio ruolo di grandi acquirenti mondiali. In economia si chiama dilemma di Triffin: il Paese emittente della valuta di riserva globale, nonché quella che governa gli scambi internazionali (oggi gli Usa, prima di essi il Regno Unito), deve decidere se soddisfare la domanda mondiale di moneta e garantire la liquidità del commercio globale, mantenendo un deficit costante della propria bilancia commerciale (con gli annessi rischi di deindustrializzazione e, dunque, di indebolimento), o perseguire i propri obiettivi di politica interna. Un’alternativa, in realtà, John Maynard Keynes l’aveva fornita a Bretton Woods: non fu ascoltato, proprio come dopo la prima guerra mondiale, e ora l’America affronta il suo destino (e lei con noi).
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >