Conte cancella Grillo e stravolge il M5s
Giuseppe Conte (Ansa)
Giuseppi vince la prova di forza: aboliti garante e limite dei due mandati, sì alle alleanze con i dem. Via libera anche alla possibilità di modificare il simbolo. L’ira del fondatore: «Da francescani a gesuiti».

Finisce dopo quindici anni il Movimento 5 stelle e dalle sue ceneri sorge un ircocervo dai toni progressisti e dall’atteggiamento populista che mantiene, per ora, il nome della vecchia ditta in attesa di cambiare ragione sociale. Lo ha sancito la Costituente Nova che si è celebrata al Palacongressi di Roma. Toni sull’azzurro forse a scimmiottare i democratici americani anche se Giuseppi (Conte) era il preferito di Donald Trump – ma cambiar sponda e opinione tra i nuovi pentastellati è sintomo di vitalità – e una grande pista circolare. Come dice l’ex ministro Stefano Patuanelli, immediatamente riciclatosi tra i contiani dopo esser stato per mesi equivicino tra l’ex premier e il garante, «è il simbolo che tutti sono uguali, che c’è circolarità delle idee». Quali? Ah saperlo. Sull’autonomia differenziata i 5 stelle stanno col Pd, sull’Ucraina vogliono la pace subito perché «pensare di sconfiggere la Russia è una follia», mentre è meglio – pare di capire – Hamas di Israele e sicuramente i più graditi sono i Pro-Pal. Sono questi i fumosi risultati di piattaforma politica che escono da Nova (cosa ci sia di nuovo è da capire). O meglio una novità c’è: Beppe Grillo non conta più nulla. C’è stato finalmente il «regolamento di Conte». Riavvolgiamo il nastro: era il 4 ottobre del 2009 quando a Milano Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo presentarono il Movimento nato su Internet che doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno al grido di uno vale uno. Il 4 ottobre è la festa di San Francesco, se ne è ricordato Beppe detto l’Elevato o il Garante a cui oltre metà dei votanti alla Costituente ha consegnato la lettera di licenziamento senza neppure la buonuscita. Se ne è ricordato perché nell’ultimo atto da pentastellato ha scritto sui social: «Da francescani a gesuiti». Temevano una sua irruzione al Palacongressi di Roma, ma non c’è stata. Di Grillo resta solo quella frase che pesa però come un macigno. Significa che il Movimento nato ispirandosi ai costumi parchi e rigorosi dei francescani è diventato agente del potere, capace di gestire una doppiezza congenita a chi lo guida. Per non essere equivocato l’ex Elevato ha postato una foto del «sasso dove posava il capo il serafico Francesco» custodito nella chiesa di San Francesco a Ripa a Roma. Il riferimento alla frequentazione di Giuseppe Conte di villa Nazareth il collegio dell’establishment di Curia e a cui guarda papa Francesco (gesuita) è sottile quanto evidente. L’ex premier ha celebrato la sua vittoria comunicando ai tremila del Palacongressi: «Oltre il 50% degli aventi diritto – in tutto poco meno di 89 mila – ha accolto favorevolmente tutti i quesiti». Quelli che contavano erano tre, quelli statutari: niente più garante, ma solo un titolo onorifico e a tempo, niente poteri speciali di veto, abolito il limite dei due mandati e accolta la deroga per sindaci e presidenti di Regione. Sulle alleanze gli iscritti hanno posto un freno: per deciderle devono essere condizionate a un accordo programmatico preciso. La pensa così il 92,45% di chi ha votato on line. Conte si è tolto subito i macigni grillini dalle scarpe: «Non mi sarei mai aspettato che il garante si mettesse di traverso ed entrasse a gamba tesa. Non è mai stato uno scontro del garante contro il sottoscritto». Poi ha dovuto dire anche qualcosa di politico: «Che significa essere progressisti indipendenti? Significa essere radicali nei valori e pragmatici nelle soluzioni. Siamo testardamente orientati a cambiare la società. Sulle alleanze siamo disponibili a sporcaci le mani e a confrontarci, ma ci sarà intransigenza sulla legalità e sull’etica pubblica. Non saremo mai su un ramo a dire noi siamo i migliori». Archiviato Grillo gli ex cinque stelle si attovagliano al Parlamento e uno non vale più uno perché Giuseppe Conte conta assai di più. Si permette d’ invitare alcuni referenti di area Pd (a esempio il costituzionalista Michele Ainis), ma anche eretici della sinistra europea come Sahra Wagenknecht alla quale confida: «Noi dobbiamo essere travolgenti nel chiedere ai nostri governanti di imporre una svolta negoziale per porre fine al conflitto russo ucraino. Se l’obiettivo è quello di riportare a una sconfitta militare la Russia, dobbiamo dire con chiarezza che questa è una follia. Senza per questo essere accusati di essere filoputinisti. Così come diciamo che il governo di Netanyahu è criminale: deve rispondere delle sue condotte criminali, senza essere accusati di antisemitismo». Insomma il cerchiobottismo elevato a strategia internazionale, il personalismo come programma politico di una sinistra a la carte. E ora comincia il «regolamento di Conte». Virginia Raggi e Stefano Toninelli grillini perinde ac a cadaver (è il moto dei gesuiti però) non si sono fatti vedere; Chiara Appendino ex sindaco di Torino fa una mozione all’unità affermando: «Il Movimento 5 Stelle non è di nessuno, io lo ribadisco, è della sua comunità, non è di Grillo, non è di Conte. E il futuro passa dalle battaglie politiche. Le battaglie non sono quelle di potere, sono politiche. Parliamo alle persone, parliamo a chi non riesce più a curarsi, parliamo a chi è stato abbandonato da questo Stato». Ettore Licheri il senatore sardo uomo di cento battaglie si limita a osservare: «Ci ricordiamo da dove siamo partiti, ma dobbiamo guardare avanti e qui abbiamo costruito il futuro». La corsa a salire sul carro del vincitore tra i parlamentari è cominciata da tempo: evidentemente nella scatoletta di tonno si sta benissimo. E la base? Stavolta ha ragione Arcibald Cronin: le stelle stanno davvero a guardare.

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