- Blitz della giunta dell’Emilia-Romagna. Apre al suicidio assistito con una semplice delibera: per evitare bocciature (vedi in Veneto) bypassa l’Aula e la quota dei cattolici dem. Creato anche comitato etico ad hoc.
- Sul fine vita decide una commissione. Dribblati gli obiettori di coscienza. Richieste valutate da esperti nominati dalla Regione. Marco Cappato: avanti con la legge.
Lo speciale comprende due articoli.
Trovare un accordo su quelli che un po’ superficialmente vengono definiti «temi etici» è difficile, talvolta impossibile. Nelle democrazie liberali, laddove non si riesca più a incontrarsi su una verità condivisa, la via di uscita migliore consiste nel dare spazio e ascolto a tutte le diverse posizioni e individuare il punto di caduta più accettabile per tutti tramite il voto. Ma è proprio questo voto che i sedicenti difensori dei diritti vogliono evitare. Se la democrazia non porta i risultati che essi si aspettano, bisogna fare a meno della democrazia e aggirare l’ostacolo. È più o meno ciò che è avvenuto in Emilia Romagna, dove la giunta guidata da Stefano Bonaccini ha dato il via libera al suicidio assistito evitando accuratamente di passare per il voto. E il bello è che non se ne vergognano nemmeno, anzi rivendicano il colpo gobbo con una certa soddisfazione, come testimoniato ieri da Repubblica Bologna, che ha annunciato con grande emozione il lieto evento. «L’Emilia-Romagna brucia tutti e approva la prima procedura, valida su tutto il territorio regionale, per l’accesso al fine vita», ha scritto il giornale progressista. «Già oggi chi ne abbia i requisiti può chiedere al servizio sanitario di accedere al suicidio medicalmente assistito: entro un massimo di 42 giorni saprà se il suo desiderio sarà accolto». Insomma, una grande vittoria che viene definita con soddisfazione «una vera e propria svolta» dall’assessore regionale Raffaele Donini. Come ci si è arrivati? Facile: attraverso una delibera della giunta Bonaccini che di fatto rende «esigibile» il diritto al fine vita sancito dalla Consulta con la sentenza del 2019, emanata sul caso di Dj Fabo.
Così, l’Emilia-Romagna porta a casa il risultato, evitando di passare da un voto delicatissimo Aula», precisa Repubblica. Che spiega anche perché il Pd abbia dovuto ricorrere a questo trucco. «L’accelerazione è dovuta al fatto che la proposta di legge sul fine vita lanciata dalla associazione Luca Coscioni sarebbe arrivata in assemblea regionale martedì. La maggioranza però era a rischio, con la destra contraria e l’ala cattolica del Pd sul no. Così la giunta ha scelto la via della delibera, creando delle linee guida precise per la richiesta di fine vita e costituendo un comitato di esperti e di medici per esaminare le richieste. «Questa strada non pregiudica l’iter della proposta di legge, che martedì sarà rinviata in commissione ma che arriverà prima o poi in aula. Di fatto però la scavalca, perché attraverso la delibera di giunta chi vuole mettere fine alle proprie sofferenze e ha i requisiti definiti dalla Corte Costituzionale può già chiedere di accedere al fine vita, senza aspettare la politica». Tutto chiaro? Il governatore emiliano e i suoi temevano che, se sottoposta al voto in Aula, la legge regionale sul suicidio assistito non sarebbe passata, affossata dai voti della maggioranza e dal dissenso interno al Pd. Così hanno pensato bene di levarsi dai piedi le fastidiose regole democratiche e decidere di imperio. La proposta della associazione Coscioni sul fine vita è rimasta diversi mesi in attesa di essere esaminata dalla commissione sanità. Poi è stata calendarizzata per il passaggio in Aula, ma era già previsto – per ragioni tecniche – che tornasse in commissione. Un rimpallo piuttosto utile, con tutta evidenza, a rallentarne l’iter. Nel frattempo, però, la giunta si è mossa da sola: ha emesso una delibera e ha istituto un comitato che dovrà vagliare le richieste di suicidio assistito, rendendo nei fatti possibile farvi ricorso anche in assenza di una apposita norma regionale. In realtà, come fa notare Marta Evangelisti (consigliere regionale di Fdi), non è affatto detto che ci siano davvero le condizioni per rendere operative le procedure eutanasiche. Le aziende sanitarie sono prive di un protocollo e anche sui fondi necessari ci sono parecchi dubbi. Ma il punto, con tutta evidenza, è politico. Con questa mossa, la giunta rossa evita inciampi come quelli che si sono verificati in Veneto, dove a bloccare la legge sul suicidio è stato il voto di coscienza di una consigliera dello stesso Pd, che poi ha subito ritorsioni interne dopo essere stata duramente attaccata da Elly Schlein in persona. Agendo da solo, il governo regionale emiliano impedisce anche ai cattolici dem di esprimersi, costringendoli al silenzio. Allo stesso tempo, Bonaccini evita di compromettersi troppo. La delibera di giunta, infatti, si può sempre ritirare. O può essere sconfessata da una futura maggioranza di altro colore. In pratica è una gabola politicamente astuta ma eticamente molto discutibile, con cui i dem annichiliscono la minoranza interna cattolica, fanno la figura dei progressisti attenti ai nuovi diritti e intanto si fanno beffe della democrazia. Quanto di meglio il Pd possa offrire.
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