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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Agli impianti atomici si rimproverano stragi da 2.700 morti, ma i conti non tornano.
Qualunque attività umana comporta rischi. Oltre a quelli intrinseci, c’è l’errore umano e questo non si può escludere se non eliminando l’uomo. Una tra le nostre più importanti attività è la produzione d’energia elettrica e vogliamo confrontare i rischi delle varie tecnologie, confrontando i decessi da esse causati.
Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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2026-05-28
Dimmi La Verità | Marco Pellegrini (M5s): «Non dimentichiamo Piazza della Loggia e Ustica»
Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.
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Hantavirus ed Ebola non costituiscono un pericolo per noi, però vengono branditi come prove di una minaccia globale costante. La vice ad di Cepi, l’alleanza per i vaccini foraggiata da Davos, Ue e Gates, su «Avvenire» paventa persino fughe da laboratorio...
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul motivo per cui vengono creati allarmi sanitari farlocchi, grazie ad Avvenire può trovare una spiegazione più che cristallina.
Il quotidiano dei vescovi ha intervistato Aurélia Nguyen, vice ad di Cepi - Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, sulle due ultime minacce virali che hanno riempito e ancora riempiono le cronache: Hantavirus e Ebola. Il primo ha tenuto banco per una decina di giorni, ma si è capito fin da subito che non costituiva un pericolo reale. Nonostante ciò gli stessi giornalisti, commentatori e virostar che impazzavano ai tempi del Covid lo hanno pompato all’inverosimile allo scopo di sostenere che, a causa dell’abbandono dell’Oms da parte degli Usa, la situazione sanitaria sarebbe peggiorata drasticamente mettendo a rischio anche noi. Rispetto ad Hantavirus, ovviamente, Ebola rappresenta una minaccia reale, ma solo nei Paesi africani dove ormai è endemico e dove da anni causa morte e sofferenze. Anche se ci hanno provato, è difficile sostenere che l’attuale e mortifera diffusione in Congo dipenda da Donald Trump o dai sovranisti nemici della scienza. Ed è anche piuttosto complicato sostenere che il virus della foresta rappresenti un fattore di rischio in grado di scuotere l’Occidente. Eppure ancora adesso si leggono fior di titoli allarmistici. Si è parlato con ansia di due persone a Milano con febbre, che non sono risultate positive a Ebola ma che hanno fatto palpitare i media per giorni. Ora si discute di una donna sbarcata a Roma dopo essere venuta in contatto con persone infette. Giusto per chiarire: si tratta di una dottoressa di Medici senza frontiere che è stata portata allo Spallanzani scientemente, per essere curata, non di una paziente X che - magari contagiata - si è serenamente imbarcata su un aereo per arrivare qui. Anche perché risulta un po’ difficile prendere Ebola e avere il tempo e le forze per trasferirsi da un continente all’altro. È dunque sacrosanto parlare di ciò che avviene in Congo, e delle difficoltà che la Repubblica democratica sta attraversando. Ma sostenere che vi siano rischi per la popolazione europea è quantomeno molto discutibile. Nonostante ciò, la tendenza è esattamente questa: sfruttare il virus per creare allarme diretto o indiretto.
E qui giungiamo ad Avvenire. Che intervista Aurélia Nguyen e titola: «Ebola e Hantavirus? Sono due avvertimenti. I rischi di nuove epidemie stanno crescendo». La signora spiega con sussiego: «Viviamo oggi più minacce tra urbanizzazione, crisi climatica e guerre. Dobbiamo essere pronti».
I toni del giornale non sono certo distesi. Sentite qui: «Prima l’Hantavirus su una nave da crociera, poi Ebola in Repubblica democratica del Congo. Il primo è rimasto un focolaio, la seconda è invece stata classificata dall’Oms come Emergenza sanitaria internazionale e ha numeri che salgono ogni giorno: più di 200 sospetti decessi e più di 900 sospetti casi in Rdc. Per il direttore dell’Oms Ghebreyesus è un’epidemia “estremamente grave e difficile da gestire”. I due casi sollevano una domanda: come ci stiamo preparando, a livello globale, per nuove epidemie e pandemie? La questione è attuale perché il rischio di nuovi focolai è destinato ad aumentare nei prossimi anni». Capito? Presto o tardi potrebbe toccare a noi.
Poiché è impossibile sostenere senza farsi deridere che Ebola e ancora di più Hantavirus siano un pericolo concreto anche per noi italiani, si cerca una strada diversa. Cioè si usano le malattie esotiche come spauracchi per suggerire che tutt’attorno a noi si muovano virus letali fuori controllo di fronte ai quali siamo privi di difese perché non ascoltiamo abbastanza l’Oms o non seguiamo a sufficienza i profeti della Scienza in camice bianco.
Ad Avvenire, la signora Nguyen prima elenca tutti i rischi che possono essere causati dalla globalizzazione. Poi, con involontaria ironia, spiega che «viviamo in un tempo in cui un’epidemia potrebbe verificarsi accidentalmente, per esempio per un errore umano in un laboratorio ad alto contenimento. E purtroppo c’è anche un rischio di uso deliberato di virus. Con le tecnologie di oggi e con l’intelligenza artificiale, potrebbero esserci virus modificati per essere più trasmissibili o più letali. In Cepi stiamo lavorando moltissimo proprio per portarci più avanti possibile rispetto a tutti i possibili rischi». Ma pensa: esistono virus che possono fuggire dai laboratori... Il nome Covid dice qualcosa? Non risulta però che la stampa italiana abbia voluto approfondire granché il tema...
Quello che conta, per i nostri media, è alimentare la tensione. Ma il meccanismo si svela appunto facilmente se solo ci si prende la briga di capire che cosa sia davvero Cepi. Trattasi, nei fatti, di una lobby dei vaccini fondata su impulso principale del World Economic Forum, finanziata da varie nazioni, dalla Commissione Ue e dal solito Bill Gates. Guarda caso, Cepi è stato il primo finanziatore di Moderna (con 900.000 dollari nel gennaio 2020) per lo sviluppo del farmaco Covid, e continua a collaborare attivamente con la casa farmaceutica per lo sviluppo di vaccini. Ecco perché ci tiene a parlare del rischio pandemico: perché deve spingere per ottenere finanziamenti pubblici a favore di Big Pharma. E per farlo sfrutta minacce immaginarie come Hantavirus (su cui Moderna ha guadagnato bei soldi soltanto annunciando di essere al lavoro su un vaccino che è lontanissimo dall’essere prodotto) e più concrete ma lontane come Ebola. La prossima volta che leggerete un articolo allarmistico o inquietante su una malattia esotica, saprete perché viene pubblicato.
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