L’atleta trans gareggia con le donne. Pure alle Paralimpiadi vince il woke
Valentina Petrillo (Getty Images)
Dopo le vicende di Imane Khelif e Lin Yu-ting alle Macroniadi, ora i riflettori sono tutti puntati su Valentina Petrillo, nato Fabrizio, che ha cambiato genere senza operazione. E che correrà i 200 e 400 metri femminili.

Da oggi Parigi ospita 4.400 atleti paralimpici provenienti da 185 delegazioni (141 quelli che indossano i colori della nazionale italiana), per la cerimonia d’apertura di 11 giorni di gare che prendono il via domani. Eppure, i riflettori sembrano puntati su Valentina Petrillo, nato Fabrizio, l’atleta transessuale di 51 anni (li compirà a ottobre) che si è qualificato in due gare femminili T12 per ipovedenti.

Se si parla tanto del primo trans alle Paralimpiadi, non è per morboso interesse ma per colpa dei criteri di inclusione adottati dal Comitato olimpico internazionale (Cio), che non ha regole specifiche per gli atleti transgender e si limita a raccomandare i princìpi emanati nel 2021. Lo si è visto già nei confronti di Lin Yu-ting di Taiwan e Imane Khelif dell’Algeria, con differenze di sviluppo sessuale (Dsd) eppure ammesse nelle gare di pugilato femminile dove hanno trionfato assicurandosi l’oro, perché il Cio ha scelto di non stabilire regole rigide sui livelli di testosterone.

«Il 2021 sarà considerato un anno cruciale per lo sport», commentava allora Manuela Claysset, responsabile politiche di genere e diritti dell’Unione italiana sport per tutti (Uisp), riferendosi al fatto che «il Cio in questi giorni ha pubblicato le nuove regole per lo sport e, tra queste, una inerente ad atleti e atlete transgender: non dovranno più sottoporsi a test e terapie ormonali non necessarie per rientrare nei criteri di eleggibilità per uno sport. Si tratta di un passaggio importante. Le singole Federazioni a livello internazionale sono chiamate a stabilire i criteri per svolgere competizioni e impedire che atlet* siano vantaggiat* rispetto ad altr*».

Intervistato da Repubblica Valentina Petrillo, primo trans italiano ad indossare la maglia della nazionale negli europei di atletica paralimpica in Polonia, sottolineava l’importanza di quella decisione: «Stabilisce finalmente un principio: gli atleti transgender hanno tutti i diritti a non essere perquisiti, indagati, come fossero delinquenti se hanno voglia di fare sport tra persone del sesso al quale sentono di appartenere. Le indagini mediche, e soprattutto le domande alle quali eravamo costrette a rispondere ogni volta che dovevamo scendere in pista, erano terribili, umilianti».

Le nuove linee guida, rispetto a quelle del 2015 erano «più inclusive», con l’obiettivo di «promuovere un ambiente sicuro e accogliente per tutti, in linea con quanto afferma la Carta Olimpica» perché «ogni individuo ha diritto a praticare sport senza subire discriminazioni, in rispetto della salute, della sicurezza e della dignità personale».

I princìpi fondamentali, fra cui inclusione, equità, con il divieto che gli atleti e le atlete debbano «sottoporsi a procedure o trattamenti medici non necessari» per poter partecipare a una competizione agonistica, di fatto hanno lasciato le atlete donne a gareggiare con avversari biologicamente e costituzionalmente uomini.

Pensare che la Claysset, nominata nel 2020 anche responsabile nazionale del Pd per il dipartimento dello Sport, prometteva: «Come Uisp ci siamo, per continuare il percorso di riconoscimento dei diritti nello sport, sapendo che ancora molto c’è da fare, in particolare per lo sport delle donne, nel nostro Paese ancora lontane dalla parità e dal rispetto di diritti e tutele. Riaffermiamo che lo sport deve essere accessibile, superare stereotipi, discriminazioni, barriere, riconoscere e accogliere le persone, che sono uniche, e dare valore alle differenze».

Lo si è visto durante le Olimpiadi, invece, l’assenza di rispetto per le atlete in gara. Mancherà anche nei confronti delle paralimpiche, penalizzate nella competizione da trans, proprio per l’assenza di regole precise in ossequio all’identità di genere. Lo stesso Uisp ha dichiarato di aver «adottato l’identità percorso alias per le persone trans ed è un passo in avanti per portare una maggiore attenzione sulla questione nel mondo sportivo». Nemmeno si dovrebbe sapere se un atleta è uomo o donna?

Napoletano di nascita e bolognese d’adozione, affetto dalla malattia di Stargardt che è una degenerazione maculare ereditaria, Petrillo ha iniziato il percorso di transizione cinque anni fa. Di recente, sempre a Repubblica ha detto che «in Italia si continua a morire per il semplice fatto di essere trans», e di questo proprio non ci eravamo accorti. Forse si è sbagliato, intendeva dire nei Paesi islamici.

Dichiara che il suo sogno è «diventare invisibile, non fare notizia», però a Parigi ha altre ambizioni: «Voglio cambiare la prospettiva sugli atleti trans. Conterà soltanto il cronometro, oltre ogni polemica». A osservarlo gareggiare ci saranno l’ex moglie Elena e il figlio Lorenzo di 9 anni, mentre da casa lo guarderà in tv il padre «che all’età di 80 anni è stato il primo a chiamarmi Valentina», ha raccontato a VanityFair.

Convinto che la politica stia «facendo passi indietro. Il governo Meloni ha messo nel mirino i farmaci che permettono la transizione in età adolescenziale, spesso sono terapie salvavita: per alcuni l’alternativa è il suicidio», oggi si definisce «una pansessuale, una persona che non dà importanza al genere ma qualcosa che va al di là».

La scrittrice e femminista Julie Bindel, sul Telegraph ha scritto che «è profondamente ingiusto e posso solo immaginare come si possano sentire le atlete disabili, sapendo di dover competere contro un maschio di nascita che ha un enorme vantaggio. Le porte che per centinaia di anni sono state chiuse alle atlete ora si spalancano per uomini che si identificano come donne. I sentimenti di femminilità di Petrillo non c’entrano: questo è ingiusto».

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