Flop dei diktat di Sala: Milano è più inquinata
Beppe Sala (Ansa)
Malgrado le misure anti emissioni, il capoluogo resta tra le città maggiormente contaminate. Fallimento anche delle piste ciclabili: sempre meno persone usano la bici. Eppure gli ecofanatici insistono nel chiedere altri divieti, ai danni dei cittadini meno abbienti.

A un certo punto, appare la realtà e sbriciola il velo un po’ peloso dell’ideologia. Ieri per l’ennesima volta gli attivisti di Ultima generazione hanno bloccato la circolazione a Milano: in 17 si sono piazzati in mezzo alla strada in viale Scarampo, suscitando notevole (e giustificato) fastidio negli automobilisti diretti al lavoro. Gli ecologisti hanno esibito la consueta lista di richieste: fine degli investimenti sul fossile, transizione energetica radicale. Al solito, l’aspetto curioso della protesta è che avviene in una città in cui l’investimento sul cosiddetto green è stato ingente, tanto che il sindaco Beppe Sala ne ha fatto oggetto di gran vanto.

E il punto è esattamente questo: non sembra che le politiche verdi milanesi stiano funzionando granché. Anzi, l’utopia di una città trasformata in una sorta di paradiso thunberghiano popolato di auto elettriche a noleggio e biciclette sta rivelando fondamenta quanto mai fragili.

Vale la pena di portare alcuni esempi a riguardo. Il primo riguarda le zone a traffico limitato, Area B e Area C, a cui si può accedere dietro pagamento. Anzi, a dirla tutta i costi tra pochi giorni aumenteranno: il ticket per l’ingresso in Area C passerà dai 5 euro attuali a 7,50 euro, mentre il ticket per i veicoli di servizio passerà da 3 a 4,50 euro. Aumenteranno anche le restrizioni per i mezzi in ingresso in entrambi i settori della città. Eppure, guarda un po’, Milano continua a essere tra le città più inquinate d’Italia. Tutto questo nonostante l’elevato numero di auto elettriche (rispetto alla media nazionale), i piani antismog, la lotta alle emissioni e l’investimento sulla (ri)educazione della cittadinanza. Ovviamente gli attivisti scodelleranno le solite risposte, e cioè ripeteranno che non è stato «fatto abbastanza» per eliminare l’inquinamento. Visto che la medicina non funziona, serve più medicina.

Ed è qui che si rivela efficace un altro esempio, riguardante la mobilità ciclistica. Ieri il Corriere della Sera spiegava che «i ciclisti in Italia aumentano. A Milano diminuiscono. Una tendenza che anche senza cifre ufficiali era ben visibile dopo la raffica di incidenti mortali ai danni di ciclisti. Adesso», continua il quotidiano milanese, «ci sono i primi numeri. La segnalazione arriva dalla tredicesima edizione del Giretto d’Italia-bike to work di Legambiente, l’evento che in uno specifico giorno della Settimana europea della mobilità sostenibile (dal 16 al 22 settembre) conteggia chi ha scelto di muoversi in sella a una bicicletta o su un altro mezzo di micromobilità elettrica per andare a scuola o al lavoro grazie a una serie di check point diffusi in città».

Stando alla ricerca di Legambiente, «Milano che nella scorsa edizione risultava al primo posto indietreggia di quattro posizioni e si trova quinta in classifica dopo Padova (6.360 spostamenti), Piacenza (5.688), Pescara (5.238) e Palermo (4.360). Quindi il capoluogo lombardo (4.042) che precede Roma (3.439). Un calo percentuale del 33 per cento rispetto all’anno precedente». Niente male. Il Comune spinge per le Ztl, e l’inquinamento aumenta. Spinge sull’utilizzo delle biciclette, e la vita per i ciclisti peggiora al punto che Legambiente attribuisce una simbolica maglia nera a Milano. In effetti, come spiega il Corriere della Sera, i dati sull’utilizzo delle bici non sono piacevoli nemmeno per quanto riguarda la classifica del «numero di spostamenti in rapporto alla popolazione residente. In questo caso Milano è all’ottavo posto con una percentuale del 3,31 dietro a Ravenna (14,89%), Piacenza (14,52%), Reggio Emilia (11,74%), Fano (5,27%), Roma (4,95%), Monza (4,72%) e Pescara (4,35%)».

Di fronte a tale débâcle i militanti verdi insistono a pretendere più investimenti sulle piste ciclabili e una accelerazione sui piani per la «città a trenta all’ora», dimenticandosi che in vaste aree di Milano la circolazione già scorre notevolmente più lenta, come i tanto vituperati tassisti possono agevolmente dimostrare.

A questo punto, forse conviene arrendersi alla evidenza dei fatti e considerare almeno due aspetti della questione. Il primo è che le politiche di riduzione delle emissioni non sono efficaci come si vorrebbe fare credere e per ora si stanno risolvendo in una inutile vessazione ai danni delle fasce più fragili della popolazione.

Il secondo è che non si può conciliare lo stile di vita richiesto dal sistema produttivo e dal modello sociale di una capitale europea con le caratteristiche di Milano con i sogni ambientalisti su due ruote: più gente in bici significa più pericolo e più incidenti. Ragione per cui o si rivede potentemente l’intero meccanismo neoliberale – cosa che non appare essere all’ordine del giorno – oppure ci si deve rassegnare all’amara realtà: le bugie verdi hanno le gambe corte e le ruote sgonfie.

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