- Le donne sono le prime vittime dei conflitti. Ma da qualche tempo la violenza sessuale è diventata parte di una strategia per fiaccare i nemici nel morale. Come accadde proprio un anno fa in Israele.
- Quando le sopraffazioni avvengono in certi contesti geopolitici, movimenti come il #MeToo non fiatano. Forse non tutte le vittime sono uguali? Così si perde credibilità.
- Parla la senatrice di Fdi Susanna Campione che ha presentato un ddl sul tema: «Potremo perseguire i criminali quando entreranno da noi, dovunque abbiano commesso le loro atrocità»
Lo speciale contiene tre articoli.
Lo stupro è una delle più atroci forme di violenza legate ai conflitti armati, un crimine che ha attraversato la storia delle guerre, dai tempi più remoti fino a oggi. Se un tempo le donne venivano considerate «bottino» di guerra, oggi la violenza sessuale è diventata parte di una strategia organizzata, una vera e propria arma impiegata per infliggere sofferenza e distruggere intere comunità. Il disegno di legge S.1135, promosso la scorsa estate dalla senatrice Susanna Donatella Campione (Fratelli d’Italia) e ampiamente sostenuto in Senato, mira a combattere questo orrore. Prevede pene severe e codifica la violenza sessuale durante i conflitti come crimine di guerra nel Codice penale italiano. Attualmente in discussione presso la seconda commissione permanente (Giustizia), il ddl rappresenta un passo cruciale nella lotta contro queste atrocità.
Il fenomeno aberrante dello stupro come arma di guerra, lungi dall’essere un’invenzione moderna, si radica profondamente nella storia, evolvendosi e adattandosi a seconda dei contesti bellici in cui è stato perpetrato, trasformandosi di volta in volta in strumento di sottomissione, vendetta o terrore. Nel corso dei secoli, le donne sono state spogliate della loro umanità, trattate come meri oggetti, trofei nelle mani dei vincitori e strumenti per infliggere umiliazione e devastazione ai nemici. Un esempio non troppo lontano nel tempo ci riporta agli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Come documentato dagli storici, gli stupri di massa perpetrati dall’Armata Rossa nei territori occupati, e in particolare a Berlino, sono tra gli episodi più tragici della storia contemporanea. In poche settimane, nella sola capitale tedesca, oltre centomila donne di tutte le età furono brutalmente violentate.
Il genocidio in Ruanda del 1994, considerato una delle tragedie più devastanti del XX secolo, fu caratterizzato dall’uso sistematico della violenza sessuale come arma contro l’etnia tutsi. I principali autori di queste atrocità furono le forze militari e paramilitari hutu, tra cui le Forze armate ruandesi (Far), la milizia Interahamwe, e persino civili hutu. Centinaia di migliaia di donne furono violentate in modi inenarrabili, con l’intento di infliggere umiliazione, causare danni psicologici e fisici duraturi per distruggere completamente l’identità tutsi. Molte di queste aggressioni miravano anche a far nascere figli che fossero il simbolo della sconfitta della popolazione tutsi. Questo orrore si è poi esteso al conflitto nella Repubblica Democratica del Congo, dove la violenza sessuale è stata impiegata su larga scala sia dai ribelli sia dalle forze governative come arma di terrore e strumento di controllo sociale.
In tutti questi casi, lo stupro non è stato solo un «danno collaterale» o il frutto di una violenza incontrollata, ma una tattica precisa per distruggere l’avversario, colpendo psicologicamente e socialmente le famiglie e le comunità. Questo quadro storico alquanto drammatico porta a riflettere su come, nei secoli, il corpo delle donne sia stato ridotto a «campo di battaglia», un simbolo da vandalizzare, da forze che vedono nella violenza sessuale un modo per marcare il territorio e infliggere un dolore che va oltre il fisico.
Se in passato lo stupro di guerra rappresentava un trofeo di conquista, oggi ha assunto una forma ancora più crudele e agghiacciante. La guerra in Ucraina ne è l’emblema: come evidenziato dai recenti rapporti delle Nazioni Unite, la violenza sessuale è diventata una delle armi utilizzate per terrorizzare, frantumare il tessuto sociale e spezzare la volontà di resistenza. Le donne ucraine, già devastate fisicamente e psicologicamente dal conflitto, sono state trasformate in bersagli di stupri premeditati, strumenti per infliggere terrore e punire intere comunità. Questi atti non si limitano a causare sofferenze immediate: il loro obiettivo è umiliare, disumanizzare e marchiare a fuoco l’anima di un popolo, lasciando cicatrici che segneranno intere generazioni.
Lo stesso schema si è tragicamente ripetuto nel brutale attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre 2023 contro la comunità di Israele attorno alla Striscia di Gaza. In quell’orrore, la violenza sessuale è stata usata dai terroristi come parte della strategia bellica per distruggere prima i corpi, poi spezzare le menti e infine annientare l’anima stessa della comunità israeliana. Le donne, strappate alla loro umanità, sono state ridotte a strumenti di un odio insensato. Ma la violenza non ha risparmiato nessuno: anche gli uomini e i bambini sono stati travolti da una furia che, oltre a spezzare vite, ha voluto umiliare, distruggere, annientare. Le testimonianze raccolte nel «Rapporto speciale dell’Associazione dei centri antistupro in Israele» disegnano un quadro di stupri di gruppo, di corpi mutilati davanti agli occhi terrorizzati dei propri cari, di un sadismo spinto oltre ogni limite umano. Ciò che resta è un grido di dolore impossibile da cancellare. E le femministe? Non pervenute anzi, molto spesso si sono unite ai manifestanti pro Pal ed è a dir poco sconvolgente.
Il ddl S.1135, promosso dalla senatrice Campione, rappresenta una risposta decisa a queste barbarie. La legge prevede pene da otto a dodici anni di reclusione per chiunque commetta violenze sessuali durante i conflitti, estendendo la punibilità anche a casi di mutilazione degli organi genitali, sterilizzazione forzata e schiavitù sessuale. Un aspetto cruciale è l’introduzione di aggravanti per vittime minori di 14 anni o nei casi in cui la violenza sia parte di un piano di sottomissione di un gruppo etnico, religioso o linguistico. La legge non solo punisce, ma riconosce l’impatto devastante sui diritti umani, mirata a prevenire future atrocità.
Inserito nel contesto giuridico internazionale, segnato dagli sforzi della Corte penale internazionale e delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra, il provvedimento italiano rafforza la capacità dello Stato di perseguire tali atrocità. Tuttavia, l’efficacia delle norme internazionali dipende spesso dalla loro applicazione a livello nazionale. Questa iniziativa legislativa consolida l’impegno dell’Italia nella lotta contro la violenza bellica, ponendosi come modello per altre nazioni.
Lo stupro come arma di guerra non è solo un attacco alla persona, ma alla donna, alla dignità umana e alla coesione sociale. Le guerre, purtroppo, continueranno a esistere, ma è necessario stabilire regole severe e inequivocabili per proteggere il corpo delle donne. Se approvato, questo ddl potrebbe diventare un simbolo di giustizia e speranza per le vittime di tutto il mondo.
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