Macché Francia «aperta»: la festa multiculturale finisce con spari e feriti
Ansa
  • Violenze e saccheggi in tutto il Paese per la vittoria dei «bleus» in Russia. E a Roma tuffi transalpini nelle fontane: sfregiata quella di Campo de’ fiori.
  • A Mosca i tifosi africani non se ne vogliono andare. In molti sono arrivati grazie al Fan Id, un permesso destinato ai soli supporter. Ma, una volta entrati, si rifiutano di lasciare il Paese e restano da clandestini.

Lo speciale contiene due articoli

Le jour de gloire est arrivé, quanto agli enfants de la patrie, i figli della patria, c’è molto da discutere. Perché la nazionale francese che ieri ha sfilato in una Parigi blindata di ritorno dal trionfo di Mosca, è di fatto una legione straniera costruita con il reclutamento forzato dei giovani delle banlieue, ai quali l’integrazione francese offre una sola prospettiva: o sei bravo a giocare a calcio o t’arrangi. Così, se i borghesi bianchi gonfiano il petto per le gesta di questi figli delle colonie, i giovani immigrati si gonfiano di rabbia. E domenica sera, nel giorno della gloria, mentre risuonavano le note della Marsigliese, a fare da contrappunto ci sono state le sirene della police, gli idranti, i lacrimogeni.

Les Champs-Élysées sono diventati non la strada che porta all’Arco di trionfo, ma un campo di battaglia e sono stati sgombrati dopo che centinaia di vandali arrivati dalle famose banlieue hanno devastato negozi, saccheggiato, ferito, picchiato. Hanno fatto incetta di vini e champagne, hanno sfondato vetrine, rapinato, razziato, picchiato poliziotti e sparato. Hanno sfogato la loro rabbia scandendo: «io sono algerino», «io sono tunisino», «io sono congolese». Tutto tranne che francese. Sono i casseur, ma sono del tutto simili a tre quarti dei bleus che hanno vinto il campionato del Mondo. Sono gli immigrati di seconda e terza generazione che de la patrie se ne fregano e lo fanno rivendicando e praticando la rabbia anticolonialista.

La Francia multietnica è una polveriera e l’immagine di Emmanuele Macron che si sbraccia allo stadio di Mosca è la plastica rappresentazione di un Paese costretto a essere euforico per nascondere i propri fallimenti, le proprie doppiezze e rozzezze. Che si sono manifestate perfino al Louvre, dove hanno vestito la Gioconda con il tricolore blu, bianco e rosso, che sono diventate gli atti vandalici che i francesi hanno compiuto a Roma devastando una fontana del Bernini in Campo de’ fiori. E del resto come si fa a mettere insieme un radicato sciovinismo nazionalista, quella grandeur che la vittoria al campionato del mondo ha immediatamente resuscitato, con la presunta integrazione e la società multietnica? È un cortocircuito esplosivo che domenica sera ha messo a ferro e fuoco tutta la Francia e che un esercito di 110.000 agenti schierati in fretta e furia non è riuscito a controllare. Dopo Parigi sono state devastate Lione, Marsiglia, Ajaccio, Mentone, Rouen; ad Annecy c’è scappato il morto (un uomo si è tuffato in una fontana e ha battuto il capo) a Saint Felix pure (incidente stradale, pare che un uomo sia stato assediato mentre era alla guida di un’auto e sia finito contro un albero), i feriti in tutta la Francia sono centinaia, dei giornalisti a Nimes sono stati aggrediti perché filmavano le devastazioni.

Particolarmente critica la situazione a Nizza – come riferisce Nice Matin – dove sono state incendiate decine di auto, sono stati saccheggiati due centri commerciali, dove ci sono almeno 10 feriti di cui 4 gravissimi e tre bambini colpiti da coltellate e spari. Nizza è un luogo simbolo e la notte di festa per la vittoria francese si è trasformata nel ricordo vivo di un incubo. Non è un caso però che i maggiori disordini siano scoppiati oltreché a Parigi in Provenza e nel Nord, sono le roccaforti del Front National di Marine LePen dove la vittoria dei bleus è stata l’occasione per un regolamento di conti da parte degli immigrati.

I francesi che gioiscono per la vittoria del Mondiale non sono parenti di quelli che sono andati in campo, dove ha giocato una legione straniera. Del resto i buoni borghesi parigini hanno sempre affidato agli ex schiavi delle colonie la fatica e il lavoro sporco, salvo poi intestarsene i meriti e intascarne le ricchezze. Sono i francesi che hanno votato Emmanuel Macron, quelli che respingono i migranti alla frontiera di Ventimiglia, quelli che – per dirla con un libro di una delle massime autorità scientifiche, Michèle Tribalat, direttrice dell’Istituto di studi demografici francesi – hanno determinato con la presunta assimilazione, «la fine del modello francese». Non c’è nessuna integrazione. Nonostante l’Ansa – che ha taciuto i disordini di Parigi come gran parte della stampa orientata a sostegno della Francia buona, mondialista e modellata sul profilo del tecnocrate Macron – faccia dire ad Antoine Griezmann – uno dei pochi francesi da generazioni che militano nella Nazionale – «questa è la Francia che amiamo, abbiamo origini diverse ma siamo tutti uniti, condividiamo la stessa mentalità, giochiamo per la stessa maglia e diamo tutto per lei. Le differenze ci uniscono, com’è scritto anche sulle nostre maglie e io trovo tutto questo bellissim», la realtà è un’altra: nessuno dei ragazzi delle banlieue si riconosce nei valori francesi.

Anzi vedono i calciatori come dei «liberti di lusso». Se i francesi si beano dei bleus, i giovani immigrati sanno che Paul Pogba (origine guineana) Kylian Mbappé (algerino-camerunense) Dimitri Payet (isola della Réunion), Blaise Matuidi (Angola) Samuel Umtiti (Camerun) per dirne alcuni sono dei privilegiati che sono riusciti a uscire dalle banlieue dove la Francia offre ai giovani di giocare a calcio come unica forma di attenzione sociale. Chi ce l’ha fatta è campione del mondo, chi è rimasto indietro ora infiamma gli Champs-Élysées. Ma questo Macron lo ha abilmente taciuto; lui che esalta la multietnicità della squadra campione del mondo è colui il quale ha approvato la legge più restrittiva sull’immigrazione di tutta Europa e per giustificarla ha dichiarato: «La Francia non può accogliere la miseria del mondo». Appunto: la Francia multietnica sfrutta i figli delle ex colonie per costruire la sua grandeur. È una grandeur ipocrita. Infatti è la prima volta che una squadra campione del mondo viene accolta in una città blindata. A Parigi ieri sono stati mobilitati oltre 60.000 tra agenti e militari, gli Champs sono blindati, l’Eliseo è una fortezza e il centro di Parigi è sotto strettissima sorveglianza. Certo i bleus sono campioni del mondo, certo i ragazzi del Congo, della Guinea, del Camerun, dell’Algeria che indossano il tricolore oggi sono francesi, ma se non avessero consumato il loro riscatto dando calci a un pallone sarebbero forse i casseur entrati in scena l’altra sera. A sancire un’altra drammatica contraddizione francese; mentre i parigini con la festa cercavano di riappropriarsi del Bataclan, di place de La Bastille, di rue Nicolas-Appert, ovvero i luoghi che furono teatro delle terribili stragi perpetrate in nome dell’Isis da altri nuovi francesi non integrati, quelli delle periferie ghetto stavano sfasciando gli Champs-Élysées, sfogando lì la loro rabbia di non sentirsi figli della patria nel jour de glorie.

Carlo Cambi


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