È un interrogativo importante quello posto dall’ormai probabile sconfitta di Donald Trump. Quale sarà il destino del trumpismo? Secondo i beninformati, all’interno del Partito repubblicano sarebbe già partita una resa dei conti. Se una parte dei suoi esponenti ha fatto quadrato attorno al presidente sull’accusa di brogli, un’altra ha mostrato invece un’evidente freddezza. Era nell’ordine delle cose: un pezzo significativo dell’establishment repubblicano non ha mai realmente digerito l’attuale presidente. E, nell’ultimo anno e mezzo, le varie anime dell’elefantino avevano siglato una sorta di tregua armata proprio in vista delle presidenziali: una tregua armata che adesso sta tuttavia rischiando di saltare.
Eppure, al di là delle beghe contingenti, la domanda da porsi oggi è una soltanto: il Partito repubblicano può fare a meno del trumpismo? C’è chi risponderà di sì, dicendo che Trump non è mai stato un autentico repubblicano, ma soltanto un crasso e sguaiato populista che ha indebitamente scalato il partito. Uno che, per capirci, non avrebbe nulla a che fare con la sacra eredità di Abraham Lincoln e Ronald Reagan. Il problema tuttavia è più profondo. E, a ben guardare, l’elefantino non può permettersi ormai di prescindere dal trumpismo.
In primis, Trump ha avviato un processo di «riconversione» sociale del Partito repubblicano, avvicinandolo alle classi lavoratrici e sottraendolo allo stigma di «partito dei ricchi» che gli era stato attribuito nel 2012, ai tempi della candidatura presidenziale di Mitt Romney. Pur essendo stato sconfitto stavolta negli Stati operai, Trump vi ha comunque trovato un netto incremento di consensi: in Michigan ha preso circa 300.000 voti in più rispetto al 2016, mentre in Wisconsin l’aumento è stato di 200.000 voti. Un probabile effetto delle sue politiche sull’occupazione e della sua linea battagliera in materia di commercio internazionale: una linea che ha sempre dichiarato di preferire il «commercio equo» al «commercio libero», nell’ottica di una progressiva lotta alla delocalizzazione della produzione industriale.
In secondo luogo, Trump ha fatto guadagnare terreno ai repubblicani tra le minoranze etniche. La sua ultima vittoria in Florida è infatti avvenuta grazie a un significativo spostamento degli ispanici verso l’elefantino: uno spostamento che il presidente ha ottenuto, puntando sull’anticastrismo, l’economia e la difesa della libertà religiosa. Un cambiamento significativo rispetto al 2012, quando i repubblicani potevano contare pressoché esclusivamente sul (sempre più risicato) sostegno dei bianchi. In terzo luogo, non trascuriamo la forte carica antiestablishment di Trump. Gli Stati Uniti, nella loro storia, presentano un solido filone populista, che si è man mano incarnato in presidenti di vario colore politico: da Andrew Jackson a Franklin D. Roosevelt, arrivando a Richard Nixon. Un filone che i repubblicani oggi non possono permettersi di ignorare, soprattutto nel momento in cui con il ticket Biden–Harris arriveranno probabilmente alla Casa Bianca gli interessi di Wall Street, Silicon Valley e Big Pharma.
Alla luce di tutto questo, la «restaurazione» auspicata da qualcuno di un passato idealizzato è antistorica e velleitaria, se non invocata addirittura per opportunismo. Trump ha tentato di operare una rivoluzione culturale nel Partito repubblicano, come – mutatis mutandis – fece Reagan nel 1980. Il punto è quindi capire chi potrà raccogliere questa pesante eredità. Una prima ipotesi è che sia lo stesso Trump, il quale all’ultima tornata ha raccolto 4 milioni di voti in più rispetto al 2016. Il magnate potrebbe insomma restare sulla scena politica americana, cercando di dettare l’agenda al partito Repubblicano, o, se scaricato, arrivando persino a fondare un suo movimento, che danneggerebbe enormemente il Gop. Tutto questo, senza considerare che potrebbe in teoria ricandidarsi nel 2024, per tentare il colpaccio riuscito a Grover Cleveland nel 1892. In fondo, tra quattro anni avrà all’incirca la stessa età che ha oggi il settantasettenne Joe Biden. Va però ricordato che su Trump aleggia il mirino della Procura di Manhattan: fattore che potrebbe costringerlo a passare di mano la propria eredità politica.
Non è quindi fuori luogo chiedersi chi potrebbe raccoglierla. Non è un mistero che alcuni dei suoi figli (soprattutto Ivanka ed Eric) nutrano ambizioni politiche. Resta tuttavia da capire se queste figure possano realmente incarnare il carisma paterno, oltre al rischio che una eventuale «dinastizzazione» possa erodere le basi antisistema su cui lo stesso trumpismo si fonda (Trump vinse del resto nel 2016, criticando ferocemente i Clinton e i Bush). Guardando fuori dalla famiglia, una figura che potrebbe intestarsi il lascito ideologico dell’attuale presidente è il giornalista di Fox News Tucker Carlson, che ha sempre mostrato affinità con alcune specifiche politiche di Trump, oltre ad apprezzarne la linea antiestablishment. Non a caso, secondo Politico, potrebbe scendere in campo per le prossime primarie repubblicane. Il trumpismo, insomma, non è morto. La rivalsa potrebbe covare sotto la cenere. Perché Davy Crockett fu ucciso, è vero. Ma furono alla fine i texani che nella battaglia di San Jacinto prevalsero al grido: «Ricordatevi di Alamo!».
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