- Il docente canadese Christopher Dummitt fa autocritica: «Mi vergogno dei miei libri sugli studi di genere, avevo torto. Maschi e femmine non sono solo costrutti sociali».
- Alessandro Strumia stampa le tesi «sessiste». Il fisico era stato cacciato dal Cern dopo che aveva negato, dati alla mano, le disparità di genere nella scienza. La sua ricerca uscirà sulla rivista fondata dall’editore del Mit.
Lo speciale comprende due articoli.
Anche l’ideologia gender ha il suo pentito. Si tratta di Christopher Dummitt, professore di Storia canadese alla Trent university di Peterborough, in Ontario. Su Amazon è ancora possibile acquistare, al costo di 40 euro e 15 centesimi, il suo The manly modern: masculinity in postwar Canada, definito «il primo grande libro sulla storia della mascolinità in Canada» e in cui si parla di come, dopo la seconda guerra mondiale, i maschi cattivi cercarono di «ristabilire la tradizionale gerarchia di genere». Insomma, la solita minestra. La novità è che stavolta il minestraio ci ha ripensato.
A metà settembre, Dummit ha postato sul suo profilo Twitter un articolo, presentato in questo modo: «Pensavo a questa autocritica da un po’ e, quindi, voilà». L’articolo si intitolava Confessions of a social constructionist ed è uscito per Quillette, piattaforma Web australiana nota per diffondere tesi scientifiche contrarie alla vulgata postmodernista. In questi giorni, l’articolo è sbarcato anche in Europa, tradotto in francese per Le Point. Di che parla, questa confessione?
Molto semplicemente, dell’impostura dell’ideologia gender raccontata da chi se ne è fatto corifeo. «Se mi avessero detto, vent’anni fa, che la vittoria del mio campo sarebbe stata così decisiva nella battaglia ideologica sul sesso e il genere, avrei fatto i salti di gioia. All’epoca, passavo numerose serate a discutere di genere e identità con altri studenti – e con chiunque avesse la sfortuna di trovarsi in mia compagnia. Non smettevo di ripeterlo: “Il sesso non esiste”. Lo sapevo, tutto qui. Perché ero uno storico del genere».
Dummit descrive la vera e propria esplosione degli studi di genere a partire dagli anni Novanta, le aule che scoppiano di sempre maggiori quote di studenti ansiosi di sentire una e una sola verità: le identità sessuali ed etniche sono costruzioni basate su rapporti di potere. All’epoca, queste erano ancora farneticazioni di pochi accademici, ma oggi, spiega Dummit, «la mia grande idea è dappertutto». Il cambiamento è stato radicale: «Se difendete oggi la posizione dei miei avversari di allora – e cioè che il genere è almeno parzialmente fondato sul sesso e che ci sono fondamentalmente due sessi, il maschile e il femminile – i super progressisti vi accuseranno di negare l’identità delle persone trans, e dunque di voler causare un danno ontologico a un altro essere umano». L’autocritica dello studioso, tuttavia, è senza sfumature: «Oggi voglio fare il mio mea culpa». Di più: «Mi vergogno della mia produzione».
Rispetto ai suoi scritti dell’epoca, Dummit è tranciante: «C’è un piccolo problema: avevo torto. O, per essere più precisi: avevo solo parzialmente ragione. Per tutto il resto, ho globalmente inventato tutto, dalla A alla Z. E non ero il solo. È ciò che facevano e che fanno ancora tutti. È così che funziona il campo degli studi di genere». Quando si interrogava sul modo in cui i canadesi del dopoguerra parlavano degli uomini e delle donne, il docente nordamericano non svolgeva una vera analisi scientifica: «Le mie risposte non le ho trovate nelle mie ricerche primarie, ma le ho tratte dalle mie convinzioni ideologiche». Il metodo della disciplina si articola in tre passaggi: innanzitutto, si evidenzia la grande varietà storica e culturale nelle nozioni di genere, poi si riconnettono queste ultime a dinamiche di potere, infine si cerca una spiegazione che faccia riferimento al contesto storico.
Il tutto, però, sempre andando a cercare ciò che sin dall’inizio si ha in mente di trovare. Un esempio: «I canadesi del dopoguerra vedevano gli uomini come propensi al rischio per una costruzione sociale? Sì, è plausibile. Così come è del tutto plausibile che essi lo pensassero perché… gli uomini, in media, assumono più rischi delle donne. Le mie ricerche non provavano niente. In un senso come nell’altro. Partivo dal principio che il genere fosse una costruzione sociale e ricamavo tutta la mia “argomentazione” su tale base». Il quadro è quello di un dogmatismo autoreferenziale esasperato: «Non mi sono mai confrontato, almeno non seriamente», dice Dummit, «con un’altra opinione. E nessuno, in nessun momento dei miei studi superiori o nel processo di pubblicazione dei miei articoli, ha pensato di chiedermi di fare prova di un tale spirito di apertura». Quanto alle sue vedute attuali, invece, il prof canadese non ritiene, ovviamente, che le nozioni di genere siano totalmente assorbite dalle categorie biologiche, né che i ruoli sociali di maschi e femmine non cambino nello spazio e nel tempo, ma precisa: «Devo ammettere che ciò che ho visto è stato più che altro una leggera variabilità (delle categorie di genere, ndr) con una coerenza centrale evidente. Che gli uomini siano visti come i principali fornitori di risorse, assuntori di rischi e responsabili della protezione e della guerra sembra una nozione abbastanza stabile attraverso la storia e le culture».
Insomma, dopo lunga e sofferta meditazione, persino gli accademici liberal possono giungere a riconoscere ciò che per le persone normali è evidente sin da subito. Ma, seppur tardivo, il pentimento va comunque apprezzato. Sperando che ora il reprobo non abbia bisogno della scorta.
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