- Dalle università anglosassoni, il politicamente corretto ha conquistato anche l’Italia Nato per tutelare i deboli, è presto degenerato in una perenne caccia alle streghe.
- Nelle cronache progressiste dal Salone del libro traspare un inquietante piacere per la repressione. Intanto i librai di Feltrinelli chiedono di non vendere il testo su Matteo Salvini: «Non finanziamo Casapound».
Lo speciale contiene due articoli
Sarebbe un errore considerare l’episodio di censura «progressista» al Salone del libro come un caso isolato. Per l’Italia, in questi termini, siamo indubbiamente davanti a una novità. Ma – a ben vedere – la nostra sinistra sta solo importando una tendenza che è già dominante in altri Paesi dove la dottrina «politicamente corretta» ha preso il sopravvento. Può sembrare un paradosso, in un momento della storia umana di spettacolare crescita dei mezzi di comunicazione. Eppure, per contrappasso, c’è un’emergenza invisibile: quella della condizione precaria, nel nostro Occidente, del libero pensiero, della libertà di parola e di espressione, del free speech. Perfino, e direi in primo luogo, nel mondo anglosassone, che pure tanti di noi amano e ammirano come un modello.
E invece il politically correct sta avvelenando i pozzi. Questa tendenza nacque – come spesso capita – con intenzioni teoricamente buone: proteggere le minoranze (etniche, culturali, sessuali), tutelarle, metterle al riparo da discriminazioni e offese. Peccato che, a poco a poco, in un clamoroso rovesciamento delle parti, il politicamente corretto si sia trasformato in una prassi di intolleranza, in un catechismo laico a cui pare impossibile sottrarsi, fino a diventare una potente arma di intimidazione. Ed è così che – in Usa e nel Regno Unito, con reazioni tardive, come vedremo – si è finito per accettare con sempre maggiore «normalità» che un’opinione venisse preclusa, impedita, silenziata.
Secondo una recente ricerca dell’Adam Smith Institute inglese, nel 90% delle università inglesi sono avvenuti negli ultimi anni episodi piccoli e grandi di censura.
A Oxford, un paio di anni fa, vi fu un tentativo di togliere di mezzo la statua di Cecil Rhodes, in quanto «imperialista e colonialista». Nel novembre scorso, in America, a Los Angeles, sono andati oltre, riuscendo nell’impresa, e rimuovendo una statua di Cristoforo Colombo, con la seguente motivazione: «Fu personalmente responsabile di diverse atrocità, le sue azioni hanno messo in moto il più grande genocidio della storia». Insomma, un monumento a Colombo come un segno di oppressione.
Ma il campo di battaglia più feroce sono le università inglesi e americane. È sempre più costante la pratica eufemisticamente chiamata dei safe spaces, cioè di spazi concessi ad associazioni universitarie che sono così autorizzate a escludere e precludere opinioni diverse dalle loro: tenendo fisicamente fuori libri, giornali, interlocutori «sgraditi».
Sempre più regolarmente, insegnanti e lecturers hanno l’obbligo di dare il cosiddetto trigger warning all’inizio di una lezione, nel caso in cui stiano per affrontare temi potenzialmente sensibili (religione, sesso, gender, ecc), in modo da consentire agli studenti che lo vogliano (ad esempio a quelli di religione islamica) di lasciare l’aula.
È via via più diffusa la figura (George Orwell non avrebbe saputo immaginare di meglio, cioè di peggio…) del diversity officer, e cioè di un funzionario che, seguendo le lezioni e magari anche le conversazioni, ha il compito di cogliere espressioni sgradite, sgradevoli, offensive, e di segnalarle in privato al «colpevole», prospettandogli il rischio di essere sanzionato se l’episodio dovesse ripetersi.
Opinioni non conformiste (o semplicemente non conformi al politicamente corretto) sono classificate come hate speech, cioè come discorso d’odio.
Hanno dunque totalmente ragione (da Niall Ferguson a Roger Scruton) quelli che si stanno ribellando a questa deriva: un approccio (teoricamente a fin di bene, come dicevamo) nato per non discriminare si è inesorabilmente trasformato in un mostro, in una religione senza dottrina ma ancora più dogmatica e intollerante, in un meccanismo di intimidazione contro i portatori di idee non omologate.
E spesso chi osa criticare questa impostazione paga un prezzo carissimo: proprio Roger Scruton, forse il filosofo conservatore più autorevole al mondo, e prima di lui il brillantissimo giornalista Toby Young, caustica firma dello Spectator, sono stati costretti a umilianti dimissioni da incarichi sostanzialmente onorifici, perché criminalizzati a causa delle loro opinioni «scorrette», con campagne selvagge condotte da sinistra contro di loro sui social network. E con l’incredibile capitolazione finale del governo di Theresa May, che ha finito per piegarsi a questi episodi di linciaggio.
Solo di recente si sono registrati i primi segni di resipiscenza. Un paio di mesi fa, in Inghilterra, il sottosegretario all’Università ha annunciato un’inversione di tendenza, che tuttavia dovrà essere verificata sul campo: il governo intende vietare nelle università episodi di censura o di esclusione da dibattiti. Analogo annuncio è stato fatto ai primi di marzo da Donald Trump, che ha esplicitato un principio fondamentale: non si possono più dare fondi pubblici alle università se queste accettano o autorizzano la pratica della censura. Ci vorrà molto per capirlo anche qui da noi?
Daniele Capezzone
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