Le api regine che schiacciano le altre donne
  • Gli studi delle psicologhe Klea Faniko e Allison Gabriel dimostrano che le dirigenti trattano le loro sottoposte peggio dei maschi e impediscono loro di fare carriera. Crolla così il mito della «solidarietà femminile». Ma c’è chi, al solito, dà la colpa agli uomini.
  • Anche la pillola anticoncezionale può essere causa di depressione. Uno studio Usa rivela che farmaci di uso comune favoriscono il «male oscuro».


Lo speciale contiene due articoli.

Sono frequenti le lamentazioni sulla scarsità di donne ai posti di comando delle grandi aziende o ai vertici della politica. I media ci hanno rimbambito a forza di parlare del «soffitto di cristallo» che impedirebbe alla popolazione femminile di entrare ai piani alti, nelle stanze in cui si decidono i destini del globo. La colpa di tutto questo, ovviamente, viene attribuita ai maschi e al loro dominio sessista. Eppure uno dei maggiori ostacoli all’ascesa delle donne sono proprio… le altre donne.

Gli studiosi le chiamano «api regine». Come spiega Klea Faniko, psicologa sociale dell’Università di Ginevra in un articolo pubblica in Italia dalla rivista Mind, si tratta di «donne che, dopo essere riuscite a fare carriera in professioni a predominanza maschile, hanno un atteggiamento negativo nei confronti delle donne più giovani. La presenza di questo tipo di donna», continua la Faniko, «contribuisce a ridurre l’accesso femminile alle posizioni più prestigiose e, di conseguenza, rinforza le disparità di genere».

I primi a parlare di sindrome dell’ape regina in ambito lavorativo sono stati gli psicologi Graham Staines, Carol Tavris e Toby Jayartne nel 1974. Da allora, gli studi si sono susseguiti numerosi. Le api regine tendono a descrivere le loro sottoposte come più deboli e meno mascoline di loro. Si ritengono «più capaci e dominanti delle altre», si considerano «più ambiziose e impegnate nella propria carriera di qualsiasi altra donna che si trovi all’inizio di un percorso professionale».

Qualche esempio? Una ricerca svolta in Italia, nel 2004, da Naomi Ellemers, ha mostrato che le docenti universitarie tendevano a preferire i dottorandi maschi, considerandoli più «devoti alla ricerca» e operosi rispetto alle colleghe donne. Analogo risultato ha ottenuto uno studio realizzato nel 2016 in Svizzera: le potenti baronesse dell’università consideravano le giovani studiose «meno motivate a fare carriera nel mondo accademico rispetto alle loro controparti maschili».

Spesso, le «api regine» sono le prime a negare l’esistenza di discriminazioni basate sul sesso. Talvolta, scrive Klea Faniko, arrivano «ad accusare le altre donne di usarle come alibi per i propri fallimenti professionali». Alle stesse conclusioni della ricercatrice svizzera è giunta, di recente, Allison Gabriel, professoressa dell’University of Arizona’s Eller college of management. «Tre diversi studi», dice la ricercatrice, «dimostrano che le donne riscontrano livelli più elevati di inciviltà da parte delle altre donne piuttosto che dalle loro controparti maschili».

In sostanza, le dipendenti di sesso femminile subiscono più angherie da parte dei loro superiori donne che dagli uomini. Le api regine, in buona sostanza, si comportano da bulle, trattano male le sottoposte, tendono a svilirle e a impedirne l’ascesa. «Mentre queste donne potrebbero essere pioniere e far succedere le cose», nota Klea Faniko, «hanno invece la tendenza a mantenere lo status quo e, talvolta, si dimostrano particolarmente zelanti nel tenere vive le diseguaglianze». Questa considerazione sbriciola il mito della «solidarietà femminile». Tanto che la Faniko conclude: «Il semplice fatto che siano le donne a occupare ruoli dirigenziali non garantisce, di per sé, migliori opportunità per le altre donne in carriera».

A questo punto, però, arriva il vero paradosso. Quando si tratta di individuare soluzioni al problema dei soprusi commessi della dirigenti, ecco che la studiose non trovano di meglio che tuffarsi nell’ideologia. Se le api regine sono così crudeli, spiegano la Faniko e alcune altre colleghe è, nei fatti, colpa dei maschi. Poiché gli uomini hanno creato un ambiente a loro immagine e somiglianza, le donne faticano terribilmente ad emergere. E, una volta che ottengono il potere, non accettano di condividerlo con le «sorelle». Non accettano che altre donne più giovani abbiano la vita facile, preferiscono favorire i maschi.

Curioso davvero. Che il mondo del lavoro sia stato, per lungo tempo, dominato dagli uomini è un fatto. Forse, però, sfugge alle intellettuali impegnate il fatto che questo sistema non è stato esattamente una passeggiata per i maschi. Lo ha spiegato bene, guarda un po’, la femminista Susan Faludi nel saggio Bastonati!, raccontando ciò che accadde negli Usa nel secondo dopoguerra: «Il governo, che aveva finanziato le costruzioni e le strade per sostenere la forza militare maschile, ora finanziava la costruzione delle aree suburbane e delle autostrade per sostenere la forza lavoro burocratica maschile». Gli uomini hanno dovuto investire tempo, energie, sangue e sudore nel lavoro, pagando conseguenze pesanti. Le stesse che hanno dovuto pagare le «api regine», le quali si rifanno sulle donne più giovani. La soluzione, dunque, non può essere l’istituzione di «quote rosa» o, peggio, la creazione a tavolino di un potere femminile (cosa che sta cercando di fare il movimento Me too). Forse, per ridurre bullismo e sopraffazione, bisognerebbe riformare l’intero mondo del lavoro, dominato da una competizione cannibale. Ma, per farlo, serve collaborazione fra uomini e donne, non una battaglia fra i sessi. Ovvero l’opposto di ciò che il femminismo, pure quello «nuovo», vuole ottenere.


Riccardo Torrescura





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