La Scala riparte dall’Otello bianco
Myung-Whun Chung con la Filarmonica del Teatro alla Scala (Brescia e Amisano/Teatro alla Scala)

In tutto fanno 13 titoli d’opera nel cartellone 2026/27 del teatro (più 7 balletti e altrettanti concerti): tre mai eseguiti a Milano, otto debutti (quattro per la direzione e quattro per la regia). Il Cigno di Busseto sarà in buone mani (il baritono Luca Salsi, che in queste sere furoreggia nel Nabucco, sarà Iago, nella sua sesta Prima delle prime, per poi sfoggiare la corona del sanguinario re fantoccio shakespeariano). Torna La bohème di Giacomo Puccini secondo Franco Zeffirelli (leggenda datata 1963), con il soprano Carolina López Moreno (che già aveva raccontato al Podcast Non sparate sul pianista la sua Mimì tutt’altro che vittima: bit.ly/4u4FfEi), ma anche il Don Giovanni mozartiano di Robert Carsen (acclamata regia del 7 dicembre 2011). Mentre a Chiara Muti – reduce da un illuminante Macbeth al Regio di Torino, visto con l’occhio di Caino (bit.ly/4u4KDY2) – toccherà Anna Bolena di Donizetti. Impossibile non citare in questo veloce excursus l’attualità di Nixon in China di John Adams e i Puritani di Bellini (che al Piermarini definiscono la gemma «più rischiosa» ).

La Scala quindi annuncia l’arrivo della bella stagione – sulla carta senza dubbio lo è – mentre Milano ha già i bollori di Ferragosto. A certificare questo piccolo sfasamento temporale ci ha pensato lo stesso Chung, con un pizzico di inaspettato umorismo sudcoreano. «Forse è un po’ tardi», ha scherzato, ricordando a tutti che il suo «debutto» arriva a 73 candeline già spente. E la stessa impressione di essere leggermente in differita rispetto a ciò che accade fuori si è avuta quando il sovrintendente, Fortunato Ortombina – che ieri, per la prima volta, ha potuto presentare un progetto di livello con la sua sola firma in calce – ha annunciato, come se fosse una svolta, che per fortuna «Otello non sarà dipinto di nero». Cosa che, ad esempio, al Metropolitan di New York è legge dal 2015, perché la pratica del blackface ricorda gli eccessi del minstrel show ed è ormai sinonimo di razzismo.

Non è il caso di stracciarsi le vesti per una pratica che ha fatto il suo tempo, ma le infinite discussioni sulle contraddizioni drammaturgiche del politicamente corretto a questo punto sembrano del tutto inutili. Ormai il «danno è tratto», come ha scritto Valerio Cappelli su Musipaper. Sì perché puoi anche sbiancare Otello, ma nel libretto di Arrigo Boito resterà «il Moro» e in Shakespeare addirittura il «vecchio caprone nero». E, come faceva notare persino Corrado Augias su Repubblica, «con quale gradazione di scuro si può discutere, resta che il protagonista della tragedia è sicuramente meno pallido di un inglese o d’una veneziana».

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