- Persi più posti rispetto agli uomini, nessun passo avanti verso la parità, crescenti difficoltà per quante dovevano conciliare l’impiego e l’assistenza ai familiari Una ricerca fotografa quanto sia stata penalizzata l’occupazione femminile nell’ultimo anno e come siano cresciute rabbia e ansia. Segnali di ripresa soprattutto dal Nordest.
- La fondatrice di Progetto donne e futuro, Cristina Rossello: «Servono investimenti nelle infrastrutture, più spazi per i bambini, riforma scolastica».
- L’imprenditrice Stefania Brancaccio: «Lo Stato riduca le tasse, gli incentivi alle assunzioni sono inutili».
Lo speciale contiene tre articoli.
Le più pessimiste sono quelle con più esperienza, tra 45 e 64 anni: a domanda se l’emergenza Covid avrà risvolti sul fronte della condizione lavorativa femminile, il 60,3% di loro si dice convinto che peggiorerà. Fatta la media tra più giovani e più anziane, hanno la stessa convinzione quasi 56 donne su 100. Un indice statistico ufficiale della fiducia femminile non c’è, ma se si guarda allo spaccato che emerge dalla ricerca commissionata dalla onlus Progetto donne e futuro a Euromediaresearch, rischierebbe di essere un indicatore in costante ribasso di questi tempi. Le donne sono più della metà della popolazione italiana – quasi 30.600.000 persone, il 51,3% del totale – e per quanto riguarda il lavoro hanno subìto il maggiore impatto. La differenza con gli uomini esisteva già prima, ma la pandemia ha messo un carico da novanta. Nel 2020 il tasso di occupazione femminile del terzo trimestre era al 48,5% contro il 67,5% degli uomini, e il dato più significativo è quello dei posti di lavoro persi nel confronto tra la seconda metà del 2019 e l’analogo periodo del 2020: su 841.000, il 55,9% è donna, mentre per gli uomini si parla di un 44,1%.
La onlus fondata da Cristina Rossello ha voluto analizzare l’impatto della pandemia da Covid sul gender gap in Italia. Ne emerge che il 70,8% delle donne non ha visto miglioramenti nel tentativo di raggiungere una reale parità di genere da parte delle istituzioni. E per il 62,6% oggi la donna in Italia ha meno diritti e meno possibilità. I risultati dell’indagine dicono molto di come si arrivi a questi giudizi. Ad esempio, una (teorica) più facile conciliazione tra vita e lavoro è quasi un lusso che in poche si sono potute permettere. Durante il lockdown tra marzo e aprile 2020, infatti, le modalità di lavoro sono cambiate per una minoranza. Non lavorava da casa, ma fuori, il 57,5% delle donne: questa la quotidianità in particolare delle lavoratrici dipendenti (60,2%), specie se in una situazione economica «difficoltosa» (65,9%). Tra le intervistate, solo il 34,7% era in smart working, e soprattutto sono donne con più di 45 anni, residenti nel Centro Italia e con una situazione economica che viene definita «agiata». Un significativo 15,7% delle italiane, inoltre, risponde di essere stata in cassa integrazione, di aver dovuto prendere ferie o congedo: in prevalenza sono donne del Centro Italia già in difficoltà economica.
La ricerca ha sondato l’impatto sul gender gap anche nella seconda fase della pandemia. Per restituire una fotografia della nuova quotidianità dell’universo femminile italiano, ha studiato i ruoli nel nucleo famigliare in relazione al periodo. Per il 66,5% questi ruoli non sono cambiati rispetto al periodo pre Covid. Non è per forza un risultato positivo se, come certificano gli ultimi dati Istat disponibili (2018), le responsabilità di cura di genitori e familiari non autosufficienti sono un carico che pesa soprattutto sulle donne, limitandone la partecipazione al mercato del lavoro. Il 26,1% delle donne intervistate da Euromedia dichiara anzi che i ruoli in famiglia, nella cosiddetta seconda ondata, sono cambiati a svantaggio della donna, questa volta soprattutto nel Nordovest. Al contrario , gli uomini ne hanno fatto le spese soltanto nel 2,8% delle famiglie.
Il 42,5% delle italiane descrive inoltre come corrispondente ad «ansia e rabbia» il suo stato d’animo in questo periodo di emergenza sanitaria. Le più arrabbiate, e stressate, sono le donne che abitano nel Sud e nelle isole (48,5%), seguite da quelle nel Centro (44,9%). Le più giovani non hanno uno sguardo particolarmente ottimista, anzi: il 46% di chi ha tra 18 e 24 anni dichiara che la situazione dettata dalla pandemia sta incidendo profondamente sul rendimento lavorativo, e per la maggior parte lo crede chi non ha un posto fisso: il 47,4% delle autonome. Non è cambiato nulla – nel bene e nel male, si legge nella ricerca – per il 24% delle intervistate, e un 28,4% vive invece con speranza e positività: ritiene che il peggio sia passato e che il lavoro sia tornato a pieno regime. Questo il segnale che viene soprattutto dal Nordest:ne è convinto il 32,6%. Il voto che le donne assegnerebbero quindi alla propria esperienza lavorativa arriva così solo alla sufficienza: è 6 in media, poco sotto per le più giovani, soprattutto del Nordovest. Ancora più scarso è però il giudizio delle autonome: 5,4. Non sufficiente.
Non hanno poi dubbi le donne quando viene chiesto loro se in generale in Italia a livello lavorativo donne e uomini erano trattati allo stesso modo anche prima della pandemia: risponde di «no» il 69,4%. Una volta finita l’emergenza crede inoltre che si creeranno situazioni di penalizzazione lavorativa per le donne rispetto ai colleghi uomini il 45,5% delle donne. C’è quasi un pareggio se viene invece chiesta una previsione, in base a esperienze e percezioni, sul rischio di perdere il posto di lavoro: per il 47,6% c’è sia per le donne sia per gli uomini, per il 45,6% invece solo per le donne. Le italiane non credono insomma al detto che da ogni crisi ci sia un’opportunità: il 55,7% pensa che ci saranno risvolti negativi sul fronte della conciliazione lavorativa femminile, in prevalenza (38,7%) perché ci saranno più donne disoccupate, e per il 17% perché ritengono che il carico di lavoro delle donne aumenterà.
Infine, le proposte. Per il 50,9% delle italiane, tra gli interventi più urgenti c’è l’utilizzo per uno o più giorni a settimana dello smart working. Molto gettonata (43,9%) anche la richiesta di offrire una vera parità, sia salariale sia di tempi lavorativi, tra uomini e donne. Tre donne su dieci vorrebbero modificare i tradizionali orari di lavoro, o pensano sia da incentivare il part-time o l’introduzione in azienda di servizi per la famiglia, come asili nido interni. A livello istituzionale, la maggioranza indica come priorità l’impegno per ridurre la differenza di retribuzione a parità di ruolo e gli incentivi alle aziende che contrastano questo divario o facilitano la conciliazione.
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